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"Il rudere della Chiesa di S. Maria dell’Oreto"
A cura di: Gaspare Galenci
(Dott. in Storia dell’Arte)

A sud-est della città di Palermo, tra le odierne borgate di Villagrazia, della Guadagna ed il convento di S. Maria del Gesù, sin da epoca remota, questa località veniva chiamata "Fausumeli", oggi denominazione italianizzata in "Falsomiele".
Nonostante le diverse versioni sull’etimologia di questo nome, -non ultimo quello legato alla coltivazione della canna da zucchero o all’apicoltura- Michele Amari scopre attraverso un documento di permuta datato "Palermo 1290", che la località viene definita "Fahssimeriae" e nei secoli storpiato in "Fausumeli".
Secondo l’Amari il toponimo nella sua forma originaria era "Fahs-el-emir", ovvero il podere dell’emiro.
Alla contrada come alla vicina Villagrazia, un tempo si perveniva attraverso la via "Ponte di Corleone"; oggi facilmente raggiungibile percorrendo la strada di circonvallazione, non appena superato il ponte del fiume Oreto.
Proprio sopra la sponda del fiume Oreto a livello del ponte, sulla sinistra, è possibile ammirare i resti dell’antica chiesetta della Madonna dell’Oreto, affiancata da un monastero di religiose basiliane fondato nel 1088 e che, secondo la tradizione, fu il luogo di ritiro della normanna regina Costanza (fig.1).


Fig. 1 - Planimetria del luogo

La chiesa della Madonna dell’Oreto, fu una delle prime chiese costruite dai normanni. Essa era situata all’incrocio di due antiche direzioni stradali, una che seguendo il tracciato del fiume conduceva nell’entroterra, verso Corleone; l’altra che, attraverso la scala dei Muli, raggiungeva Misilmeri.
Il Tornamira, nel trattare della chiesa, ritiene erroneamente che essa nacque dalle rovine della chiesa di Santa Barbara D’Accursio, distrutta intorno al 1400 e riedificata col nome di Santa Maria dell’Oreto; inoltre riteneva che il titolo primitivo di questo edificio religioso fosse stato "Madonna di Loreto" e che, in conseguenza, avesse comunicato il nome, corretto, al fiume sulle sponde dal quale sorgeva . Ma è invece indubbio che è stato proprio il fiume a dare il nome alla chiesa, come provò Don Vincenzo Auria in un’opera manoscritta contro il Tornamira, la cui opinione è riferita dal Massa .
Sull’etimologia del nome attribuito al fiume, l’Inveges ne riporta varie opinioni , fra cui quella del Fazzello, che interpretò la voce "Oremus" come "fiume nato dal monte"; altri storici attestarono che tal nome derivi dall’oro, in base a dei piccoli ritrovamenti del prezioso metallo sul letto del fiume come L’Auria e il Massa, che traducono il termine greco "Chrisos" in "Oro", da cui venne la voce italianizzata Oreto; o l’opinione errata di Don Vincenzo di Giovanni , che pensava che il fiume prendesse il nome dalla chiesa, mentre l’abbate Pirri attestò in "Notizia Ecclesiae Panormitana Aedicula S. Mariae quam de Loreto ab propinquo Oreto flumine appellat vulgus" che fu proprio il fiume a dare il nome alla chiesa.
Molti storici compreso il Filangeri , avanzano l’ipotesi che la chiesa abbia dato il nome all’intera contrada di Falsomiele, indicata in epoca normanna col nome di "Fahs Maria" ovvero "Campo di Maria".

E’ comunque certo che questo luogo sacro sorse nei pressi di un gruppo di grotte naturali, scavate lungo il ciglio roccioso del fiume, dove in epoca bizantina si insediò una comunità cenobitica, secondo la tradizione degli antichi monasteri basiliani .

In epoca successiva, come ci viene accertato dai documenti, le monache dell’ordine basiliano, passarono sotto la giurisdizione dell’ordine del San Salvatore, avvenuta secondo il Magrì nel 1151 , dopo un suo accrescimento e arricchimento di beni; ma il passaggio dovrebbe essere avvenuto dopo il 1177, come si attesta da un’ atto di compravendita di un terreno, da parte della badessa di Santa Maria del Crisi, dandoci prova della loro presenza sul sito, ancora in quella data.

Secondo un atto notarile stipulato dal notaio Matteo di Vermiglia il 13 Gennaio 1488, dopo il trasferimento delle monache dal convento dell’Oreto al cittadino monastero di San Salvatore, la chiesa rimase in possesso di una congregazione religiosa del suddetto monastero, ed in seguito trascurata a causa della malaria; successivamente fu ceduta ed acquisita dall’ordine francescano, di cui nel 1515 ne furono spodestati da parte della Corte Arcivescovile di Palermo.

Rimasta un’altra volta in stato di abbandono, servì per più volte per romitorio per monaci.
Vicino a questa chiesa sorgeva la chiesa di Santa Barbara D’Accursio che, andata in rovina nel XV° sec., andò ad arricchire la chiesa dell’Oreto, che mutò il suo nome in S. Maria dell’Oreto e S. Barbara.


Fig. 2 - Impianto originario

La chiesa dell’Oreto presentava un’impianto originario a Dammuso (fig.2), ovvero, un unico ambiente diviso in due campate, coperte da volte a crociera e separate da un’arco; una zona absidata, ai lati della quale sono scavate nella sezione muraria due nicchie, tipiche dell’architettura bizantina dette protiro e diaconico, dove venivano conservati oggetti sacri per lo svolgersi delle funzioni religiose (foto 5).


Foto 5 - montaggio fotografico dell’interno con vista verso l’abside

La luce penetrava dalle finestre situate sui lati lunghi, due per parte (foto 4 e 6).


Foto  4 - Vista Nord-Ovest della chiesa


Foto 6 - Vista laterale a Sud-Est dell’abside

L’ingresso principale della chiesa era servito da un’apertura posta sull’asse longitudinale nella parete opposta all’abside; mentre un ingresso secondario era posto su uno dei due lati lunghi (fig. 2).
L’abside presenta ancora oggi la sezione semicircolare interrotta da feritoie strombate, che la tripartiscono (foto 7).


Foto 7 - Particolare di una feritoia
strombata dell’abside

Secondo il tipo d’impianto planimetrico e lo stile cui la chiesa appartiene, si ipotizza che per la copertura la chiesa fosse fornita di una o due cupole in corrispondenza delle campate.
Questa deduzione si estrinseca dalla presenza dei resti di possibili costoloni posti ai quattro lati delle campate, che sarebbero serviti a sostenere la cupola stessa.
Sicuramente la chiesa era molto più alta di quanto non se ne possa avere riscontro oggi; infatti le pareti fuoriescono dal terreno di quasi la metà dell’altezza originaria a causa della realizzazione di un rinterro .
Nel corso dei secoli la chiesa subì notevoli modifiche, che ne alterarono quasi completamente l’assetto e l’aspetto originario.

Si fa riferimento soprattutto agli interventi del periodo barocco, che da un lato possono considerarsi positivi per quanto riguarda il restauro strutturale; diversamente i rivestimenti murari interni che con le decorazioni in stucco ricoprirono gran parte delle superficie ed ornarono gli stipiti delle aperture, dell’abside e dell’arco divisorio delle due campate, occultarono i conci murari la cui messa in opera era tipica dell’edilizia bizantina (foto 8).


Foto 8 - Vista dell’angolo Nord-Est
con particolare del paramento murario

La cappella dove era posta la statua della Madonna venne ornata da stucchi dorati.
La Vergine con il bimbo in braccio che regge il globo, venne scolpita su un bianco marmo da Giovanni Battista Vanisco nel 1688, che inoltre realizzò la nuova nicchia preceduta da tre scalini ed ornata da marmi mischi.

Il Mongitore, riferisce che in questa chiesa si venerava una statua di candido marmo della Vergine, di singolare manifattura, in atto di tenere in braccio il Bambin Gesù.
Sempre dal Mongitore viene narrato un aneddoto, dove i corleonesi passando per quella strada per recarsi a Palermo, e approfittando del fatto che la località era solitaria e abbandonata, organizzarono una sottrazione in piena regola, ma furono atterriti dalla stessa Vergine e messi in fuga .
Certo è che il simulacro di Maria Vergine rimase in quella chiesetta, a dispensare i suoi miracoli, sino al 1846, quando venne trasportato nel convento del San Salvatore in Palermo.

Nel 1636, la chiesa ricadde in uno stato di abbandono, ma grazie all’intervento di alcuni fedeli la chiesa fu restaurata ed arricchita da suppellettili d’argento, offerte in denaro ed alcuni dipinti fra cui un Ecce Homo, una Santa Sofia che riportava il nome del committente Baldassare Zamparrone e la data 1493, e una Santa Rosalia, che a quanto pare vi dimorò, stando ad una antica iscrizione che riporterebbe: QUI FU SANTA ROSALIA.

La chiesa della Madonna dell’Oreto costituì un importante luogo di culto nei secoli passati, essendo divenuta la meta prediletta della nobiltà palermitana fin dal XV secolo.
La chiesa dovette subire notevoli danni durante l’inondazione del I° Gennaio 1720, che rovinò l’annesso ponte di Corleone.
Nel 1846 la chiesa, essendo già da tempo abbandonata e ridotta a ricovero di animali, venne spogliata di quanto vi era di sacro e lasciata in rovina; le monache del San Salvatore, allora diedero l’incarico al pittore architetto Giovanni Matricolo di trasportare il simulacro della Madonna col Bambino nella chiesa del San Salvatore .
Nel 1846 vi fu tolto quanto vi era di sacro e, a poco a poco, le fabbriche di quel piccolo complesso religioso andarono disgregandosi sicchè oggi rimane soltanto un romantico rudere immerso nel verde, così descritto nel "n° 56 dell’Elenco degli edifici di interesse monumentale o ambientale allegato al Piano Regolatore Generale di Palermo come "Ruderi della Chiesa di S. Maria (nei pressi fondo Messina)" (fig. 3).


Fig. 3 - Resti della chiesa

A cavallo tra il mese di Dicembre 2005 e Gennaio c.a. (2006), vengono effettuati dei lavori di scavo da parte della soprintendenza di Palermo sul sito, - lavori che servono a facilitare il progetto di spostamento dell’odierno ponte che sovrasta il fiume Oreto- che anno riportato allo luce i resti delle fondamenta della prima campata con l’ingresso principale, oltre a due strati di pavimentazioni risalenti al XIII sec. e quella più antica dell’XI sec.; un pozzo posto nelle immediate vicinanze dell’ingresso principale, e il perimetro del monastero alle spalle dell’abside, scosceso sulla sponda del fiume; il giornale di scavo è in attesa di pubblicazione.


Bibliografia
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· V. Auria, Diario delle cose occorse nella Città di Palermo e nel Regno di Sicilia dal dì 8 Gennaio 1653 al 1674, in Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia, vol.5°, Palermo 1974
· V. Auria, Miscellanea de urbe panormitana, manoscritto nella biblioteca comunale di Palermo, Qq C 83
· F. Baronio, Palermo Glorioso, Palermo 1645
· F. Basile, Le chiese Basiliane del periodo normanno, Roma 1938
· G. Bellafiore, La civiltà artistica in Sicilia, Palermo 1980
· E. Calandra, Chiese Basiliane nel periodo normanno, in Palladio V, Palermo 1941
· G. Cardamone, Il fiume Oreto e la sua valle, studi e progetti, Palermo 1979
· V. Di Giovanni, Del Palermo Restaurato, in Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia, vol.20, Palermo 1974
· T. Fazzello, Storia della Sicilia, Palermo 1560
· C. Filangeri, Monasteri brasiliani di Sicilia, Palermo 1980
· F. M. E. Gaetani, Il Palermo d’oggigiorno, a cura di G. Di Marzo, vol. XXIV, Palermo 1854
· A. Inveges, Palermo Nobile, Palermo 1651
· R. La Duca, La città Perduta, Palermo 1977
· G. Lanza Tomasi, Castelli e Monasteri Siciliani, Palermo1968 §
· F. Lo Piccolo, In Rure Sacra, Le chiese rurali dell’agro palermitano dall’indagine di Antonio Mongitore ai giorni nostri, Palermo 1995
· A. Massa, La Sicilia in Prospettiva, vol.2°, Palermo 1709
· A. Magrì, Sole ed Orsa in nuovo cielo, Palermo 1697
· A. Mongitore, Palermo divoto di Maria Vergine, tomo I, Palermo 1719
· A. Mongitore, Dell’istoria sagra di tutte le chiese, conventi, monasteri, spedali ed altri luoghi pii della città di Palermo. Le chiese fuori città nella campagna, manoscritto nella biblioteca comunale di Palermo, Qq E 10
· G. Palermo, Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni, Palermo 1859
· C. Piola, Una corsa per Palermo, Palermo 1875
· G. Sances, Appunti sulla topografia e sulle trasformazioni delle antiche chiese di Palermo, Palermo 1914
· P. A. Tornamira, Idee congetturale della vita di Santa Rosolia, Palermo 1668
· P. A. Tornamira, Gli scrittori Mariani, Palermo 1679

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