I TRE GOBBETTI
Racconto di Rocco Chinnici
Il freddo umido, di quella mattinata settembrina, invitava la gente a
restarsene in casa, o meglio ancora a rimanere comodi nel letto a
dormire, imbacuccati da pesanti coperte, sogni beati, se non fosse stato
per il fischio continuo delle navi in partenza; Iselle avrebbe
certamente continuato a tirarle le coperte, se Oreste, il marito,
capitano di lungo corso non fosse partito proprio quella mattina. - Stai
fuori tanto, questa volta? - Ripeteva Iselle, tra un sorso di latte e un
morso a qualche galletta (1) che Oreste portava a casa ad ogni rientro
da Parigi. - Sono stufa di questo tuo continuo partire; mi annoio tanto
durante le tue assenze che non so proprio come passare la giornata da
sola. - Oreste la guardava senza rispondere, tanto sapeva che alla fine
si sarebbe persuasa che il lavoro del marinaio non lo si poteva
certamente cambiare con quei continui mugugni.
Un abbraccio, un veloce bacio e con il grosso borsone sulle spalle,
Oreste riprende a scendere giù verso il porto. Nonostante il freddo, la
strada è già piena di gente indaffarata, i pescivendoli si danno un bel
da fare a vendere il pescato della notte; mentre da giù, in fondo alla
strada, Oreste accenna a sbandierare un lontano saluto.
Iselle era ancora ritornata sola; pensava al paese natio, ai parenti
lasciati laggiù, agli amici… invece lì, in quella città di Palermo era
più sola che mai. Pensò stavolta come potere impegnare il tempo
nell'attesa che ritornasse il marito dal lungo viaggio. Si trovarono a
passare di lì per caso tre gobbetti che suonavano l'armonica; erano
sbarcati da poco e non si capiva da dove arrivassero, quello che era
evidente è che sembravano dei saltimbanchi in cerca di lavoro,
malvestiti e intirizziti dal freddo; ad Iselle misero molta tenerezza,
tanto che ne approfittarono un po’ e le chiesero ospitalità per qualche
giorno. Iselle, in un primo tempo disse di no, mentre poi, pensando
d'essere sola, capì che avrebbero potuto tenerle compagnia. Infin dei
conti non c'era proprio niente di male, pensava, le avrebbero riempito
qualche giornata di allegria quelle dolcissime note delle armoniche, e
finì che rimasero. La sera, mentre erano seduti attorno al braciere
acceso, si sentì bussare alla porta. – Mio marito! - Sussultò Iselle; lo
aveva capito dal tocco alla porta. - E ora cosa gli dico? - Fossero
stati tre bambini! Anche se… ma erano pur sempre delle persone adulte; e
geloso com'era Oreste avrebbe certamente inscenato chissà quale dramma.
Come fare? Il marito continuava a bussare alla porta animatamente,
mentre lei gli rispondeva di essere impossibilitata ad aprire e che lo
avrebbe fatto a momenti. Presto detto fece entrare i tre gobbetti dentro
un vecchio forno dove prima si cuoceva il pane, e lo chiuse; non le
venne difficile farlo, erano piccoli di statura… tre mezzi uomini, sì,
proprio così! Tre mezzi uomini, sembravano tre gemelli, chissà se non lo
saranno stati davvero. Chiusi i tre nel forno, tolse in un lampo quanto
potesse essere d'indizio, ed aprì al marito. - Si può sapere il perché
di tanto ritardo ad aprire la porta? - - Perché… perché mi trovavo a non
poter venire! Non cascava il mondo, sai, se aspettavi ancora un po’ ad
entrare!
Ero sola ed ero già andata a letto… e tu, come mai sei già di ritorno? -
Oreste capì che lei diceva la verità, e rispose che a causa del maltempo
incontrato in alto mare erano dovuti rientrare per riprendere il viaggio
l'indomani, e, stanco com'era e morto di freddo andò a letto subito.
Iselle non riusciva a prender sonno, pensava ai tre gobbetti dentro il
forno, a come fare per tirarli fuori, e, tra un pensiero e l'altro, finì
che si addormentò anch'essa.
Era da poco spuntata l'alba, ed Oreste era già pronto a salpare;
ancora gli stessi saluti ad Iselle e via verso il porto. Sta volta
Iselle non aspettò nemmeno di vedere sbandierare il saluto di Oreste che
entrò ad aprire il forno. I tre non davano più segni di vita,
sicuramente lo sportello del forno era rimasto in ottimo stato, ermetico
come prima, tanto che i tre, esaurita l'aria all'interno del forno,
morirono asfissiati. Iselle rimase senza fiato, non sapeva ora che fare
dei tre gobbetti; non c'era tempo d'aspettare, doveva decidere subito il
da fare prima ancora che qualcuno venisse a sapere della morte dei tre.
Si trovò a passare davanti casa, un pescivendolo che spingeva un
carrettino con su delle cassette di pesce; Iselle lo chiamò, in un primo
momento, il pescivendolo pensò che lei volesse venduto del pesce, poi
invece capì che essa gli offriva un servizievole lavoro. - Sentite,
buon'uomo, non so come sia potuto succedere, ho dato ospitalità per
questa notte a questo gobbetto e stamani me lo sono visto morto, se ve
lo metto dentro un sacco, me lo fareste il servizio di andarlo a buttare
in alto mare? Vi ricompenserei bene al ritorno, sapete? - Il
pescivendolo ci pensò un po’, e alla fine decise di acconsentire. - Vi
lascio qui davanti il mio carrettino coi pesci, il tempo di ritornare…
voi mi date quanto mi è dovuto, io mi riprendo il mio carrettino e
ognuno per la sua strada. - Così dicendo si caricò il sacco con dentro
il gobbetto e andò a buttarlo a mare. Al ritorno, Iselle, gli fece
trovare seduto sulla stessa sedia il secondo gobbetto, e prima che il
pescivendolo aprisse bocca lo rimproverò dicendogli che sicuramente
l'aveva presa in giro e che aveva fatto finta di sbarazzarsene, quindi
non gli avrebbe dato un soldo; il povero cristo del pescivendolo che
aveva veramente visto con i propri occhi il sacco scendere in fondo al
mare, rimase senza parole. "Com'è potuta succedere una cosa del genere"
continuava a pensare il pescivendolo, senza potersene dare una ragione.
Avvilito, si ricaricò il sacco sulle spalle e si avviò a mare, aspettò
di vederlo scomparire del tutt o e ritornò dalla signora. Bussò e… il
gobbetto era ancora li come lo aveva lasciato; la signora non volle
sentire ragione e lo sgridò dicendo che se non era in grado di farlo
quel lavoro era meglio che glielo dicesse davanti anziché starla a
prendere in giro. Il pescivendolo continuava a non capirci niente. -
L'ho visto scendere io, con i miei occhi, il sacco in fondo al mare!
Com'è possibile? - - E' segno che dovete assicurarvene di più! - ribatté
Iselle. Il pescivendolo fece per mollare tutto, poi pensò ai primi due
viaggi già fatti e senza nessuna ricompensa; legò bene il sacco con un
doppio giro di lazzo, se lo caricò sulle spalle e fece ritorno a mare,
prese una barca che era li arenata e lo condusse dove l'acqua stavolta
era molto alta, legò una grossa pietra al sacco e lo buttò in acqua
aspettando che scomparisse del tutto, attese ancora un po’ e,
assicuratosi che sta volta non sarebbe più risalito, riprese a remare,
ma… appena arrivato a terra s'accorse, sulla banchina del molo, di un
gobbetto che correva verso terra. - Eih, tu fermati! Dove vai? Lo
rincorse, e, acchiappatolo, lo mise dentro un sacco, riprese la barca e
lo condusse al largo dove l'acqua era attraversata da grossi navi, gli
legò l'ancora che si trovava su quella vecchia barca e aspettò che si
facesse quasi sera prima di ritornare da Iselle e dal suo vecchio
carrettino.
(1) (biscotto francese)