Grazie alle terapie mirate nuove prospettive per il tumore al seno avanzato

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Intervista a Sabino De Placido, Professore ordinario di Oncologia Medica e Direttore Struttura Complessa di Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli

Il tumore della mammella è ancora oggi la prima causa di morte nelle donne sotto i 55 anni di età. Qual è il quadro epidemiologico del tumore al seno in Italia e quante sono le pazienti che convivono con la forma avanzata della malattia? Qual è la distribuzione territoriale in Italia di questa forma di tumore al seno?
Tra le donne, il tumore della mammella è il più frequente, rappresentando il 29% di tutti i tumori. Complessivamente in Italia vivono circa 500.000 donne che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario, pari al 41,6% di tutte le donne che convivono con una pregressa diagnosi di tumore. Le differenze tra macro-aree osservate nel periodo 2006-2008 mostrano una maggiore incidenza al Nord (124,7 casi/100.000) rispetto al Centro (100,1 casi/100.000) e al Sud-Isole (91,6 casi/100.000).

Negli ultimi anni sul fronte del tumore alla mammella si è registrato un importante miglioramento in termini di sopravvivenza e qualità di vita. Un ruolo fondamentale lo ha svolto la possibilità di diagnosticare sempre più spesso questo tumore in fase precoce e di trattare la patologia negli stadi iniziali. In che modo si è riusciti ad anticipare il momento della diagnosi?
Gli elementi che hanno consentito di aumentare il numero di casi di tumore alla mammella diagnosticati in fase iniziale sono rappresentati da un lato dal successo dei programmi di screening mammografico e dall’educazione delle donne all’osservazione delle mammelle ed all’autopalpazione, dall’altro dalla collaborazione di specialisti nell’ambito di team multidisciplinari (Breast Units). Questi aspetti insieme hanno contribuito a migliorare la possibilità di guarigione e quindi l’attesa di vita.

Anche sul versante del trattamento del tumore al seno avanzato recentemente si sono registrati miglioramenti in termini di sopravvivenza e qualità di vita purtroppo non ancora paragonabili a quelli ottenuti negli stadi iniziali della malattia. Quali sono i passi in avanti più significativi nella conoscenza della malattia e dal punto di vista dell’approccio terapeutico?
Se in passato la neoplasia mammaria avanzata è sempre stata considerata inguaribile, ad oggi dal 5% di pazienti che vive a 5 anni siamo passati al 48%, e sappiamo che ci sono differenze tra malattie oligometastatiche (che possono potenzialmente guarire) rispetto a quelle diffuse. Negli ultimi anni sono stati effettuati numerosi avanzamenti nella comprensione dei meccanismi molecolari alla base delle diverse forme di tumore della mammella, portando allo sviluppo sia dei trattamenti endocrini sia delle cosiddette targeted therapies, ovvero le terapie che agiscono contro specifici bersagli molecolari. Fino a qualche decennio fa il tumore della mammella era considerato una patologia unica, trattata con farmaci sistemici poco selettivi e senza un target specifico; la comprensione dei meccanismi molecolari alla base dello sviluppo del carcinoma mammario stesso ha consentito l’individuazione di diversi sottotipi tumorali, portando allo sviluppo di terapie mirate, sempre più personalizzate, aumentando la possibilità di ottenere risultati soddisfacenti. Un passo avanti che interessa anche le forme avanzate della malattia è stata la comprensione del ruolo del pathway molecolare dell’mTOR, implicato sia nella crescita cellulare, sia nella sensibilità alla terapia ormonale.
Un farmaco in grado di interferire con tale pathway e inibire mTOR è everolimus, che si è dimostrato in grado di aumentare la sopravvivenza libera da progressione se assunto in combinazione con la terapia endocrina (exemestane), come evidenziano i risultati dello studio BOLERO-2. Nel carcinoma mammario avanzato HER2-positivo, invece, i dati dello studio BOLERO-3 evidenziano che l’aggiunta di everolimus al regime trastuzumab più vinorelbina ha prodotto un chiaro beneficio in termini di sopravvivenza libera da progressione nelle donne resistenti a trastuzumab.

Dinanzi a migliaia di donne che convivono con una neoplasia mammaria anche per parecchi anni, il tempo di vita non si misura più solo quantitativamente ma anche e soprattutto qualitativamente. Quale è il contributo del clinico per assicurare alle pazienti la migliore qualità di vita?
Un’aspettativa di vita sempre più lunga e la qualità di vita come parte integrante della terapia sono le frontiere della lotta contro il tumore alla mammella. Negli ultimi anni l’attenzione di noi oncologi è stata volta a porre la donna con tumore alla mammella e la sua qualità di vita al centro dei percorsi diagnostico-terapeutici, anche in considerazione dell’impatto che questo aspetto può avere sull’adesione delle pazienti ai trattamenti, spesso prolungati nel tempo, e quindi sulla loro stessa efficacia. I farmaci mirati che colpiscono solo alcuni recettori cellulari specifici alla base dello sviluppo e della crescita dei tumori, intaccando minimamente le cellule sane, rappresentano un progresso molto importante anche sotto il profilo della qualità di vita e dell’adesione delle pazienti alla terapia.