I “MISTERIOSI” BEATI PAOLI DI PALERMO

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In questa passeggiata si ripercorrono i luoghi descritti da Luigi Natoli nel suo romanzo storico in cui vede protagonista la famosa setta dei Beati Paoli, avvolta in un misterioso e criptato silenzio, che si tramanda fin dalla sua origine settecentesca e, citata dal Villabianca nel tomo XIV degli opuscoli palermitani.
Infatti, sembra impossibile, a distanza di tanti secoli dal loro presumibile scioglimento sono protetti dal popolo incredulo.

Le sue tracce, iniziano presso il più vasto dei complessi cimiteriali ipogeici conosciuti a Palermo, nelle Catacombe paleocristiane dell’IV-V secolo d.c., una serie di cunicoli che affondavano nella sua rete che si diparte oltre le antiche mura di Porta d’Ossuna, nella depressione naturale del transpapireto, si distribuisce all’intero di un preciso quartiere, il “Capo”, segreto di quell’imprendibilità che contribuì ad alimentare il mito, nella quale il Natoli ambienta alcuni avvenimenti del romanzo.

La sua ramificazione fu tagliata nel XVI sec. per permettere di costruire dei bastioni che attualmente fiancheggiano Corso Alberto Amedeo.

La grotta fu scoperta casualmente nel 1785, effettuando alcuni lavori nel terreno soprastante, scavata nel banco roccioso di pietra arenaria che limita a Nord-Ovest la depressione naturale del Papireto, uno dei due fiumi che, insieme al Kemonia, delimitavano l’area urbana dell’antica Panormus.

L’ingresso attuale è preceduto da un vestibolo circolare e, fu realizzato nello stesso anno della scoperta, per volere di Ferdinando I di Borbone, come riferisce una lapide posta all’ingresso.

Organizzata da una galleria principale con direzione Est-Ovest dove si trova l’ingresso originario con rampe gradinate e adiacente ad esso vi è una camera con basamento trapezoidale con probabile funzione di mensa per i refrigeri e, di gallerie secondarie con direttrice Nord-Sud.

Lungo le pareti si aprono “loculi e Cubicoli”, quest’ultimi, vere e proprie camere sepolcrali, a pianta quadrangolare, detti a “tricora” per via del numero degli arcosoli che la compongono.

Disseminati di piccoli incavi i muri, accoglievano offerte e lampade ad olio, che garantivano la luce insieme a quella proveniente dai lucernai, l’illuminazione necessaria al sepolcreto.

Durante la seconda guerra Mondiale, il complesso fu utilizzato come “ricovero”, in tale occasione le superfici furono imbiancate con della calce che distrusse ciò che rimaneva delle antiche decorazioni.

Subito dopo la piazzetta d’Ossuna inizia la via Cappuccinelle denominazione data per la presenza del monastero di clausura delle cappuccinelle con l’annessa chiesa, costruiti nel 1750, durante i lavori di scavo per le fondamenta vennero alla luce un tratto delle gallerie dell’antica catacomba e in quell’occasione si trovò una lapide sepolcrale che descriveva la tomba di una bambina (Maurica).

In Via Papireto s’incontrano il Palazzo Fernandez e, in una piccola piazzetta all’inizio della depressione del papireto (un tempo occupata dalle sue limacciose acque), il palazzo Molinelli di S.Rosalia; via dei Carrettieri all’angolo con via Matteo Bonello un tempo via dell’Angelo Custode per via della presenza dell’attuale chiesa della confraternita degli staffieri il cui patrono è l’Angelo Custode: edificata nel 1701 ad unica navata, ha la caratteristica di avere nella facciata una scalinata a doppia rampa “Tenaglia”, tipica delle casene di villeggiatura settecentesche.

La cripta di questa chiesa, manomessa in quanto adibita ad altro uso, è collegata ad un reticolo di passaggi e camminamenti utilizzato dalla famosa setta, ma attualmente ne sono stati ostruiti gli accessi.

Addentrandosi fra i vicoli si può notare un’edilizia disadorna con qualche vetusto palazzo che cela nelle sue fondamenta una serie di grotte sconosciute ed inaccessibili.

Rientrando in via Cappuccinelle si arriva un uno spiazzo qui il piano orografico si presenta con un’altura nel quale permane la chiesa della confraternita della Mercede da una rampa di scale sì c’immette nel piano stradale e, proprio davanti alla scalinata si apre il portone del barocco Palazzo Serenari con bellissime inferriate ai balconi a petto d’oca: nel romanzo del Natoli il fabbricato è la dimora di Don Raimondo Albamonte duca della Motta, zio usurpatore del legittimo erede Blasco, protagonista principale, attorno a cui si svolgono tutte le vicende del romanzo.

La via Cappuccinelle incrocia obliquamente l’asse principale del mercato del Capo che occupa parte superiore del vecchio quartiere islamico del “Seralcadio” dileguandosi da via Porta Carini e via Beati Paoli: animatissimo centro popolare di vendita alimentare, fu vivacizzato dalla presenza degli agostiniani che possedevano la loro casa nel convento attiguo alla trecentesca chiesa di S.Agostino.

Luogo di provvigione d’ogni mercanzia, è particolare per la vendita della carne, dove anticamente esisteva il macello civico con smercio di carni di becchi e d’altri animali.

Fra stradine e vicoli maleodoranti, le “catapecchie” pericolanti adibite a magazzini che ricordano proprio un “SUK” orientale, esiste un’architettura che è la vera gloria palermitana:

la chiesa dell’Immacolata Concezione un tempo annessa ad un monastero benedettino e demolito per far posto alla costruzione del Palazzo di Giustizia;
l’antica parrocchia di S.Ippolito ;
la chiesa di S.Gregorio detta “del Baccalà” annessa al convento degli Agostiniani scalzi;
la Porta Carini, antico accesso aperto in corrispondenza delle mura del XIII secolo, oggi costituita da due piloni costruiti nel 1782: è l’ingresso principale al mercato.

Anticamente si dipartiva qui la strada che, passando dal convento di San Francesco da Paola dove ubicava il piano di S.Oliva passando per le campagne settentrionali, arrivava a Carini.

Girando sulla destra s’incrocia la Via Beati Paoli. Qui un’antica targa marmorea, fatta porre da Vincenzo Di Giovanni all’inizio del XX secolo, ricorda che dietro ad una porticina si accedeva alla grotta tribunale della setta che aveva un altro accesso attraverso una porticina che si apriva nel Vicolo degli Orfani.

La strada conduce nella omonima Piazza dove secondo la tradizione è presente la famosa chiesa di S. Maria di Gesù, detta di “S.Maruzza” o dei Canceddi essendo essa un tempo appartenuta ad una confraternita di conduttori da basto che per caricare le merci usavano grossi cesti detti “canceddi”.

La chiesa eretta nella seconda metà del XV secolo venne concessa al Collegio degli Orfani di S.Rocco (donde il nome del vicolo), l’impianto attuale risale al 1660 ad unica navata con abside semicircolare, la facciata è del 1683 il cui prospetto presenta un elegante portale a colonne tortili sovrastante un’ampia finestra, in una nicchia posta sopra la porta è l’immagine in marmo della SS.Vergine, attualmente in restauro, possedeva una bellissima statua lignea raffigurante Maria SS. dei “canceddi” (fine XVII inizi XVIII secolo) in atto conservata nella chiesa dei SS.Quaranta Martiri alla Guilla.

Sotto il pavimento della chiesa un ingrottato è stato utilizzato come cripta per i confrati, da qui probabilmente per i faziosi era un tramite che permetteva di raggiungere la grotta, secondo alcuni segni convenzionali.

La grotta nella seconda metà del settecento fu visitata dal marchese di Villabianca che lasciò un’ampia descrizione di quello che aveva visto nei suoi “opuscoli palermitani”.

La casa dell’avvocato Giovanbattista Baldi si trova a S.Cosimo nella Vanella di S.Maruzza, nel quartiere Capo.

Dal primo piano dell’ingresso di questa casa, passando da una porticina, si arriva in un piccolo baglio scoperto, in cui sorge un albero boschigno, e il piano su cui cammina non è altro che lo strato di una volta ben larga, che copre la grotta sottostante.

Nel centro della volta vi è un occhio con grata di ferro che serve da spiraglio e lume alla sotterranea caverna -“in questa scendersi per cinque scoglioni di pietra rustica che in faccio presentarvi in una piccola oscura stanza con in mezzo un tavolo, da qui si entrava nella principale grotta ove trovasi una ben larga camera con sedili tutto all’intorno e col comodo di cava o sia nicchie e scansie nelle quali si posavan l’armi si di fuoco che di ferro”.

… “qui adunavansi questi sectarij e vi tenevano le loro congreghe in luoghi oscuri e dopo il tocco della mezzanotte vi capitavano onde e tutte facevansi a lume di candela”.

Aggiunge il Villabianca che, oltre l’ingresso di casa Baldi, in vicolo degli orfani esisteva un altro accesso alla grotta.
Questa, facente parte di un vasto complesso di cavità di quello che era il letto naturale del fiume Papireto, è ricavata nella sua sponda di sinistra in un grosso blocco di calcarenite.

Nei secoli, la grotta venne interessata, ora come luogo di riunione segrete (secondo quanto tramandatoci dalle tradizioni), ora come “butto”, cioè come immondezzaio privato, sfruttando la preesistenza dell’ipogeo, ora come rifugio durante le incursioni aeree della seconda guerra mondiale.

Ma la vera funzione per cui fu utilizzata sin dal XVIII secolo, per le sue caratteristiche si richiama a quelle che erano le camere dello scirocco.

Il baglio scoperto esiste ancora, ma l’albero boschigno che copriva l’accesso alla grotta è stato tagliato tanto tempo fa e, rimane un gioioso giardino di limoni e pergole.

All’antro, accessibile da nove gradini, si perviene attraverso un piccolo ingresso che dà sul vicolo degli orfani dove sorge una vasca seicentesca con un ninfeo in pietra lavica, alimentata da una vecchia torre d’acqua.

Al centro di essa si vede ancora il buco o lucernaio, anche se oggi risulta ostruito da una costruzione, la cavità in un angolo, sulla parete di sinistra, contiene un profondo pozzo seriale con piccoli incavi dette “pedarole” per raggiungere la sorgente alimentata d’acqua limpidissima.

E’ attorniata da un sedile in pietra ricavato nella stessa roccia, sulla parete di destra è scavata una nicchia aperta che fa pensare ad un passaggio.

Accanto ad essa, alla profondità di tre metri e mezzo, c’è un cunicolo che porta ad altre due grotte, che sicuramente custodiscono nuovi misteri.

Secondo la testimonianza dello storico G. Bruno Arcano (1873), che visitò il luogo lasciando minuziose indicazioni sul sito, dovevano trattarsi di due cunicoli di fuga.

In realtà, nel proseguimento dei lavori di liberazione dei materiali di risulta che ricolmava l’ingrottato, si è capito che si trattava di un secondo lucernaio atto a migliorare la ventilazione.

Analizzato il terriccio che componeva il materiale ostruttivo, sono stati trovati diversi oggetti di differenti epoche, ma la cosa che ha fatto scalpore è il ritrovamento di un puntale conico di ferro che altro non è che un porta-fiaccola da parete.

Quest’ultimo ritrovamento richiama certamente a presupposti sull’esistenza dei sectarij… ma a dir del Villabianca alla fine del settecento di quella terribile organizzazione “se n’era già perduta la semenza”.

In asse con la Via Beati Paoli e prospiciente nella piazza detta comunemente di “San Cosimo”, preceduta da un piccolo atrio scoperto è la chiesa dei SS. Cosma e Damiano che prese il nome dalla omonima confraternita che l’aveva avuta in concessione nel 1604, costruita in precedenza e dedicata a S.Rocco in seguito alla pestilenza che aveva colpito la città e il quartiere nel 1575.

L’esterno dalla semplice facciata ha un portale di tipo gaginesco, la spaziosità rinascimentale dell’interno a tre navate diviso da alte colonne monolitiche.

Spoglia di diverse opere d’arte che sono conservate al Museo Diocesano, possedeva le statue lignee cinquecentesche dei Santi Dottori custodite nella cappella a loro dedicata nella chiesa di S. Ippolito.

Risalendo la depressione, la Via Beati Paoli continua verso la contrada della Guilla, il termine popolare è la correzione di “guidda” dalla voce araba “wadi”, che vuol dire fiume, nelle cui prossimità scorreva il papireto.

Lambendo sulla destra alcuni resti di palazzi, si accede alla Piazza Quaranta Martiri alla Guilla in cui sorge l’omonima chiesa dei Pisani costruita nel 1605 dalla loro comunità stabilitasi a Palermo fin dal XV secolo.

La facciata in tufo ha un lineare portale sul qual è applicato lo stemma della città di Pisa, l’interno a pianta rettangolare in cui si aprono due profonde cappelle, in quella di sinistra vi è il seicentesco simulacro ligneo di Maria SS. Dei Canceddi, proveniente dall’omonima chiesa.

Nel 1725 Guglielmo Borremans realizzò la decorazione a fresco delle pareti, raffigurando la storia dei Santi Pisani e, della volta nel quale raffigurò la gloria della Vergine Assunta, un bellissimo pavimento maiolicato policromo è compromesso dall’usura del tempo.

Accanto alla chiesa, si aprono alcuni locali attorno ad un cortiletto con una loggetta sostenuta da archi acuti in tufo del periodo cinquecentesco, in un lato un pozzo attinge acqua dal sottostante suolo dove si presume l’esistenza di una grotta formatasi con il passaggio del fiume papireto.

Ritornando sulla strada si trova la chiesa di S. Agata alla Guilla all’angolo dell’omonima piazzetta con la via Celso, costruita sull’ipotetica casa e villa di S. Agata del periodo normanno e riedificata nel XVII secolo; discendendo sulla destra si ha davanti il portale bugnato del Palazzo S. Isidoro, appartenuto al marchese Diego del Castello, costruito nel cinquecento e più volte ristrutturato.

Sulla Via S. Isidoro persiste l’attraversamento pensile che collegava il palazzo con il suo parterre, distrutto nell’ultima guerra, esteso sul fronte opposto della strada dove si apre un’ampia esedra.

Subito dopo si trova la chiesa della Commenda di S. Giovanni alla Guilla del 1669, riedificazione della preesistente cappella innalzata dal Gran Cancelliere dell’Ordine Cavalleresco di Malta nella seconda metà del XII secolo.

La Commenda includeva diversi possedimenti fra cui edifici e l’ospedale, un vasto giardino ancora esistente, era detto della “cuncuma” in cui si trovava un’osteria frequentata da malavitosi che si definivano persone furbesche: da qui il detto “essiri di la cuncuma”, è stato trasformato in cortile che si apre a fianco della chiesa e vi si accede attraverso un grande arco cinquecentesco, un altro accesso e da Via Iudica, da dove ripigliamo il cammino.

In Via Iudica si affaccia l’omonimo palazzo appartenuto a Giuseppe Iudica procuratore del Tribunale, una lapide ricorda alcuni eventi patrioti del 1860, sullo stesso fronte sono altri palazzi della stesa epoca e introducono in cortili e vicoli, in uno di questi immobili si apre il cortile del “secco” con arconi attribuiti al XVIII secolo, denominato, fino al XIX secolo, “cortile della Sicchieria vecchia” cioè della zecca vecchia: è rimasto l’unico caratteristico cortile della vecchia Palermo ancora esistente, dove vi prospetta l’edificio della famiglia Di Grazia e, preso in locazione dalla Regia Zecca prima di trasferirsi a Piazza Marina.

La strada giunge nella piazza del Monte di Pietà nella quale è presente il più rilevante edificio di questa zona bassa del quartiere capo.

Istituito dal Senato palermitano nel 1541 come monte dei pegni fu trasferito in quest’edificio nel 1591, che sostituì l’opificio per la realizzazione di panni del 1550; il suo sviluppo lineare fu modificato proprio in quella data e rimaneggiato diverse volte per rendere il prospetto più settecentesco; nel 1684 vi fu aggiunto un orologio a campana sotto la figura dell’Ecce Homo, stemma del Monte: il fatto è ricordato in una lapide, che si trova nel locale d’ingresso, alle spalle del palazzo in Via Sedie Volanti il cui toponimo ricorda la particolare categoria dedita al noleggio di portantine, per brevi percorsi cittadini.

Su Via Maestri d’Acqua si affacciano la chiesa ed il convento di S. Agostino, l’edificio affianca la strada in cui si snoda il mercato per quanto riguarda la vendita d’abbigliamento e la biancheria e, da cui trae il nome, da questo tratto si raggiunge la Via Maqueda e verso il mare con la Via Bandiera, l’attuale chiesa voluta dalle famiglie Sclafani e Chiaramonte, i cui stemmi sono impressi nella facciata, unica parte originale degli inizi del trecento, con il portale e il bellissimo rosone: dodici cerchi s’intersecano a formare questa straordinaria composizione atta a simboleggiare i 12 apostoli nelle colonnine di marmo bianco, il cui centro è rappresentato dal piccolo tondo recante l’Agnus Dei, sostituì un oratorio ceduto agli Agostiniani nel 1275 per costruirvi il loro convento.

L’unica amplissima aula di cui è formato l’interno, a causa delle trasformazioni subite nel XVII e XVIII secolo, originariamente nudo alle pareti fu riempito di stucchi relativi a Santi Agostiniani da Giacomo Serpotta che lasciò la sua classica firma a forma di “serpuzza” in una delle statue all’ingresso.

Il convento che risale alla venuta dei monaci, fu nei secoli scorsi uno dei più vasti appartenuto a quest’ordine, subì forti ridimensionamenti a causa della sistemazione del quartiere di S. Giuliano che permise la costruzione del teatro Massimo, successivamente in tempi più moderni per le demolizioni del regime fascista.

Il cenobio si articola su un equilibrato chiostro edificato nella metà del cinquecento con arcate a tutto sesto scolpite nella pietra arenaria ed impiantate su colonne di ordine vario, nei capitelli si notano degli stemmi relativi alle famiglie che patrocinarono la costruzione, nel centro del giardino al di sopra di una fontana cinquecentesca sosta una statua raffigurante S. Ninfa.

Dall’accesso conventuale una scala scende per raggiungere la vasta cripta che occupa tutta l’area della chiesa.

Rientrando sulla piazza oltre il monte dei pegni, il percosso si inoltra in altro punto importante per la città: il macello pubblico detto “bocceria della carne” operante fin dal XV secolo e si estendeva fra la discesa dei Giovenchi fino a Via dei Candelai, si includono il vicolo delle Capre, il vicolo delle Cianche ed il vicolo Sanguinazzai, il cui centro era costituito dalla Piazza Caldomai dove prospettava la loro chiesa fatta costruire nel 1589 ed intitolata alla Madonna della Grazia, i bombardamenti del ’43 la distrussero e ne sono rimaste le rovine.

Il ricordo del vecchio macello rimane nella toponomastica locale, l’attività durò fino al 1837 in seguito il comune trasferì i locali al di fuori dell’abitato nei pressi del fiume Oreto.

Dalla Via dei Candelai, in questa strada anticamente si producevano candele, in tempi recenti il susseguirsi di botteghe vendono mobili di ogni genere, ci s’immette in via Maqueda per raggiungere la Chiesa di San Matteo attraverso i quattro canti ed un tratto del Corso Vittorio Emanuele (Cassaro).

Dalla vecchia e nobile arteria della città, si procede tramite una gradinata, ad accedere nella chiesa dalla ridondante facciata interamente realizzata in marmo di Billiemi, fatta costruire con le larghe questue raccolte da fra Leonardo Galici nel 1634, dedicata ai SS. Matteo e Mattia, fu affidata alla confraternita dei Miseremini che si occupava di dare degna sepoltura agli indigenti del quartiere e di celebrare messe in suffragio delle anime accolte in Purgatorio.

Il tempio, prettamente barocco, ad un impianto basilicale, divisa in tre navate, su colonne in stile dorico in marmo di Billiemi, racchiude il transetto il cui centro è sormontato da una cupola, il cappellone e le cappelle laterali.

Le fastose decorazioni pittoriche delle pareti a stucco delle sculture Serpottiane realizzate nel 1728, che si legano piacevolmente agli affreschi delle volte eseguite nel 1754 da Vito D’Anna, celebrato pittore palermitano, ne fanno un intenso cromatismo settecentesco.

Da una scala che si trova nell’anti sacrestia si scende nella grande cripta che occupa per estensione la parte sottostante la navata centrale della chiesa.

Interessanti sono gli ampi armadi di noce che appoggiate, rivestono le pareti della sacrestia, intagliati dallo scultore Pietro Marino nel 1738.

Proprio uno di questi armadi, dietro un inginocchiatoio, nasconde una porta segreta, da cui anticamente bastava spingere una leva che permetteva di raggiungere l’area retrostante il giardino di casa Muta il Natoli nel suo romanzo fa una citazione di questo luogo segreto:

“…l’altro, che aveva udito, si accostò a un armadio, e apertolo, diede un pugno al fondo, che cedette e mostrò un vuoto buio e profondo. Vi entrò dicendo: Venite….Andrea e don Girolamo lo seguirono; l’armadio si richiuse, il fondo ritorno al suo posto…”

Scoperti dagli “sbirri” i Beati Paoli abbandonano la zona del papireto per trasferire la loro attività segreta al di là della bassura del ponticello, ingrottati e camminamenti presenti in questo luogo dove il corso del torrente Kemonia ha scavato nel corso dei secoli, molte di queste grotte furono adibite a chiesette sepolcrali ed in seguito su di esse si costruirono chiese di una certa importanza.

Luogo di alcuni episodi del romanzo, sono le cavità della zona del “Casalotto”, nome attribuito a una modesta altura della città antica posta lungo la vallata del Kemonia, nel quale è ubicata l’area cimiteriale delle catacombe della chiesa dei SS 40 Martiri, ostruite e interrate già nel 1650 con molta probabilità la sua estensione ha permesso il riutilizzo di un ingrottato sotto Palazzo Marchesi adibito successivamente a rifugio antiaereo.

L’ingrottato collocato nel sottosuolo dell’ex chiostro di Casa Professa corrisponde ad una comune camera dello scirocco scavata nella formazione calcarenitica, accessibile da una rampa di scale che si diparte dal cortile, l’ipogeo si sviluppa su due livelli e collegati tra loro da una breve scala.

L’impianto del primo livello ha forma quadrangolare e possiede ricavati alla parete della roccia i sedili come unico e specifico elemento d’arredo.

Dal primo livello, in un angolo si apre un passaggio per il secondo strato che si addentra nel sottosuolo e segue un tratto che prosegue in direzione della vicina chiesa dei SS 40 Martiri.

Il sottosuolo della città, oggi ha poche cavità praticabili, tuttavia tra la leggenda e la realtà sui “Beati Paoli” resta sempre un mondo affascinante e misterioso.