Mostra: Botero a Palermo “Via Crucis la pasión de Cristo”

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PROROGATA AL 30 SETTEMBRE 2015 [http://www.boteroapalermo.it/]

MOSTRA “VIA CRUCIS la pasión de Cristo” di Fernando Botero

Prorogata fino al 30 settembre 2015

ORARI

Da lunedì a venerdì dalle ore 8.15 alle ore 17.40 (ultimo biglietto ore 17.00)

Sabato e domenica apertura ore 8.15 e chiusura straordinaria alle ore 21 (l’ultimo biglietto sarà emesso alle ore 20).

Nei giorni dal 10 al 15 luglio, inoltre, in occasione del Festino di Santa Rosalia, patrona della città di Palermo, il biglietto d’ingresso alla mostra, avrà un costo di 2 euro per gli adulti, 1 euro per i ragazzi dai 14 ai 17 anni e gratis per quelli sotto i 13 anni.

COSTO BIGLIETTO PER LA SOLA MOSTRA intero 6 €, ridotto 3 € (Ragazzi di età compresa tra i 14 e i 17 anni)

Botero a Palermo, presentata a Palermo “Via Crucis, la pasiòn de Cristo”, unica tappa italiana della mostra. 

È stata presentata questa mattina a Palazzo Reale di Palermo “VIA CRUCIS la pasión de Cristo”, la mostra di Fernando Botero.

Biglietti e Orari
Orari Mostra e Prezzi

Dopo aver fatto tappa a New York, Medellin, Lisbona e Panama, l’esposizione dell’artista colombiano (costituita da 27 dipinti ad olio e 17 disegni) sarà l’unica tappa italiana e verrà ospitata nelle Sale di Duca di Montalto di Palazzo Reale dal 21 marzo al 21 giugno 2015.

La mostra è promossa dall’Assemblea regionale siciliana, dalla Fondazione Federico II e dal Museo di Antioquia col patrocinio dell’Ambasciata Colombiana in Italia.

Alla conferenza stampa hanno partecipato il Presidente dell’Ars e della Fondazione Federico II Giovanni Ardizzone, l’Ambasciatore colombiano in Italia, Juan Sebastián Betancur, il Direttore del Museo di Antioquia Ana Piedad Jaramillo Restrepo e il Direttore generale della Fondazione Federico II, Francesco Forgione.

“Ospitare le opere del maestro Botero ed in particolare il ciclo legato al tema della Via Crucis – ha dichiarato il Presidente Ars Giovanni Ardizzone – rappresenta un importante momento per la crescita e la diffusione della cultura in Sicilia. La nostra Isola, da sempre crocevia di mondi e tradizioni apparentemente inconciliabili, è luogo millenario di sinergie culturali tra popoli e paesi mediterranei e adesso, nel caso della mostra di Botero, tra la Colombia e l’Italia. Fernando Botero rappresenta oggi una delle massime espressioni dell’arte contemporanea mondiale – ha concluso Ardizzone – le sue opere testimoniano una continua e profonda riflessione sul mondo, dove gli eventi hanno come fulcro narrativo l’uomo con le sue azioni, ridimensionando il ruolo del potere, spesso rappresentato come esempio di goffa quanto futile manifestazione dell’egoismo umano”.

La Via Crucis è un rito che propone una riflessione sul percorso doloroso di Gesù Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota. Durante la Settimana Santa i cristiani pregano di fronte a quattordici immagini, dette “stazioni” della passione di Cristo.

“Le opere di Botero raccolte per l’esposizione – ha detto il Direttore del Museo di Antioquia Ana Piedad Jaramillo Restrepo – rappresentano una svolta nella carriera dell’artista. Tra le caratteristiche principali della serie, il fruitore abituale dell’opera di Botero troverà la consueta maestria nell’elaborazione della composizione e dei colori, tuttavia ravvivata e resa più incisiva dal contrasto con l’asprezza che accompagna l’elaborazione del tema della sofferenza di Cristo. Compaiono ancora una volta i riferimenti a capolavori dell’arte universale e ad altre opere di Botero, insieme con personaggi antichi e moderni gli uni accanto agli altri e alla combinazione di scenari tratti dal passato e spazi contemporanei.”

“La programmazione di un’importante mostra come quella del grande artista colombiano, Fernando Botero, rappresenta un evento per la nostra città. È un onore poter ospitare artisti del suo calibro. Mi fa piacere, inoltre, ricordare che, dopo la visita e la mostra di Botero, avvenuta nel 1988, si è realizzato un mio forte legame con la Colombia, dove tante amministrazioni locali, e cito Bogotà, con il sindaco Antanas Mockus, Medellín, con il Sindaco Sergio Fajardo, sono da anni collegate all’esperienza palermitana, per la promozione della cultura della legalità dei diritti”.

E’ quanto afferma in una nota il sindaco, Leoluca Orlando, commentando l’inaugurazione della mostra dell’artista colombiano, Fernando Botero, avvenuta oggi a Palazzo dei Normanni.

“Ricordo ancora quando Botero andò a visitare l’Albergo delle Povere – aggiunge Orlando – e fu accolto con stupore dalle suore che li risiedevano, le quali gli chiesero, prima di aprire il portone, chi fosse e come mai volesse visitare l’edificio. Botero, dopo essersi presentato ed aver varcato il portone, visitando lo splendido edificio, mai utilizzato per un’esposizione di opere d’arte e nel quale avevamo pensato di organizzare la sua mostra, mi comunicò il suo entusiasmo, con un’esclamazione che mi colpì e che ricordo ancora molto bene: “Sindaco, l’Albergo delle Povere è un “Louvre naturale”.

“Per noi – ha detto il Direttore generale della Fondazione Federico II Francesco Forgione – si tratta di una nuova tappa nel nostro percorso di sviluppo e crescita della promozione artistica e culturale da offrire alla Sicilia. Il Palazzo Reale, con la sua Cappella Palatina, da sempre rappresenta il luogo-simbolo dell’incontro e del dialogo tra popoli, identità e religioni diverse. Qui il Mediterraneo – che da sempre nella sua storia ha visto alternarsi momenti di pace e dialogo a sanguinosi conflitti – attraverso l’arte ci ha lasciato le tracce straordinarie dell’incontro e della contaminazione tra le sue storie e le sue culture. E oggi, sotto le nubi scure del terrorismo fondamentalista, del ritorno alle guerre di religione e di fronte al nuovo esodo biblico di chi giunge sulle nostre coste in fuga dalla paura e dalle violenze, tutti – laici e cattolici, credenti e non credenti – sentiamo il bisogno di un altro Dio”.

La Fondazione Federico II ha realizzato per l’evento un sito dedicato (www.boteroapalermo.it) dove è possibile trovare tutte le informazioni di carattere artistico, logistico ma anche tante curiosità su Fernando Botero.

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L’opera di Fernando Botero è caratterizzata dalla sua natura di metariflessione permanente sull’arte.

Come afferma Beatriz González, poiché Botero è un artista che pensa attraverso la pittura, esistono molteplici livelli di lettura e interpretazione della sua opera. È sempre possibile infatti rilevare una serie di livelli all’interno della pittura di Botero e nei suoi dipinti. È questa una delle sfide a cui veniamo chiamati come spettatori, ma, nello stesso tempo, una delle ragioni che rendono così particolarmente ricca la fruizione delle sue opere. Non si tratta di una caratteristica così manifesta come sarebbe un quadro all’interno di un altro quadro, pur essendo un espediente piuttosto consueto a cui l’artista fa ricorso in diversi momenti nel corso della sua carriera, come in Homenaje a Zurbarán (Omaggio a Zurbarán) e El estudio de Sánchez Cotán (L’atelier di Sánchez Cotán) (1963), o, più di recente, in La coleccionista (La collezionista) (1974) e in Exposición de Fernando Botero (1975). In tutti questi casi, la tecnica è olio e collage su tela. Il tratto più frequente in queste opere è che tutti gli artisti che in qualche modo interessano Botero compaiono nella sua pittura attraverso omaggi e reinvenzioni. Botero si riappropria così di alcuni artisti che hanno lasciato il segno nella storia dell’arte. È necessario insistere, tuttavia, sul fatto che tale strategia non si estrinseca soltanto attraverso le continue citazioni e allusioni all’approccio formale, ma anche nel far proprie, da parte di Botero, molte – se non tutte – le grandi tematiche di questi artisti.
La sua opera potrebbe essere intesa come una parafrasi parossistica: un’interpretazione permanentemente amplificativa e non meramente imitativa di alcuni degli artisti che gli interessano. Il fine della metafora è quello di illustrare, rendere più chiaro o più intelligibile un argomento, oppure quello di tradurlo, non necessariamente in un’altra lingua, per conferire maggior chiarezza alla fonte originaria.

A questo punto, è inevitabile pensare alla prima educazione visiva ricevuta da Botero in Colombia negli anni della sua infanzia e gioventù, costituita essenzialmente dall’approccio a immagini religiose – onnipresenti sia nella vita pubblica sia nella sfera privata – alle quali si aggiungevano riproduzioni poco fedeli dei “grandi maestri” impresse sulle copertine del materiale scolastico. Questo crocevia in cui i ricordi di una città, un paese e una regione sono fortemente segnati, tra l’altro, da pratiche religiose profondamente radicate nella cultura e nell’iconografia, è molto importante nel caso di Botero, dal momento che tutto il suo lavoro, com’è noto, non deriva da esperienze visive necessariamente dirette, immediate o previe alla realizzazione di un’opera, ma piuttosto è fondato con veemenza sulle proprie memorie, elaborate e trasformate al fine di consentire la liberazione di una realtà che, secondo lo stesso artista, incombe su di lui con i suoi stereotipi e le sue formule. Memorie che in Botero oscillano tra le esperienze del passato e del presente, tra l’America Latina (il luogo della nostalgia) e l’Europa (la destinazione scelta) e tra quelle che un tempo venivano definite “cultura alta” e “cultura bassa”, poiché in questo movimento oscillatorio sono coinvolti i quadri degli antichi maestri, apprezzati e considerati in quanto parte di una tradizione pittorica, e le immagini, incisioni e dipinti che ancora oggi popolano il mondo vernacolare di Antioquia, in molti casi eredi, queste ultime, dell’iconografia coloniale.

Benché Botero, nel 1958, avesse già dipinto un gruppo di prelati morti i cui corpi sono accatastati con un evidente richiamo alla Madre degli Innocenti di Giotto (Obispos muertos, Vescovi morti, collezione Museo Nacional de Colombia), i vescovi raffigurati in questo quadro sembrano più che altro partecipare ad un’ironica siesta collettiva conseguente ad un improvviso attacco di sonno che ha colto d’improvviso tutto il gruppo, congelandone molti nell’atto della benedizione. In una successiva reinterpretazione, la rotondità dei volumi e la forza d’impatto delle forme diventano protagonisti, ed i vescovi somigliano sempre più ad una delle nature morte dell’artista. Analogamente, nei dipinti El tríptico de la pasión (Il trittico della passione, 1969) e Cabeza de Cristo (Capo di Cristo, 1976, collezione Museo di Antioquia), l’artista sembra offrirci una visione anticipata del corpus di opere qui trattato. Ma l’elaborazione di questi temi si effettua attraverso l’abbondanza tranquilla e sontuosa di tutte quelle forme che raggiungono la maturità alla fine degli anni ’70. In queste due opere, tuttavia, sono già evidenti le distorsioni spaziotemporali che riappariranno nella Via Crucis, permettendo, nel caso del trittico, di rappresentare la lapidazione di Cristo in un luogo che ricorda l’interno di una casa latinoamericana o la presenza di un militare vestito di verde invece di un soldato romano. Oppure che nella Via Crucis sia sovvertita la successione degli eventi del racconto e che diverse stazioni siano riunite in una sola immagine:

“Questo è un Cristo morto, già sceso dalla croce, come testimoniano le ferite sul costato e sulla mano destra; anche gli occhi chiusi sembrano suggerirci l’idea della morte, ma il Cristo non giace accanto alla croce né all’interno del sepolcro: in posizione eretta, sembra benedirci con un gesto che conosciamo dalle immagini del Sacro Cuore di Gesù e il cui sangue continua a scorrere, come se fosse ancora vivo”.

In stretta relazione con quanto appena affermato, una delle opere più rappresentative all’interno della serie è una Crocifissione (2011, olio su tela, 206 x 150 cm.) in cui è raffigurato un Cristo monumentale e verdastro, inchiodato alla croce in pieno Central Park a Nueva York; o almeno così sembrerebbe, a giudicare dallo skyline sullo sfondo. L’enormità del corpo di Cristo non è determinata solo dai volumi, ma anche dal confronto con i minuscoli passanti che passeggiano tranquillamente per i sentieri del parco, dei quali solo una coppia è collocata vicino alla base della croce, forse una madre e un figlio che sembrano fermarsi a contemplare la scena mentre gli altri continuano le loro attività quotidiane: fare un giro con un bambino o con il cane, fare jogging o andare al lavoro. Il colore verdastro del corpo non evoca soltanto la mortalità dell’individuo, ma nel costante dialogo con gli artisti del passato richiama Matthias Grünewald (147-1528), l’artista rinascimentale tedesco che, a differenza dei contemporanei italiani, realizzò alcune delle più importanti crocifissioni della storia dell’arte occidentale, ricche di accenti drammatici nel trattamento del colore e della luce, in cui il dolore e la mortalità si uniscono enfaticamente nelle figure di un Cristo moribondo e malato, ai cui piedi si contorcono di tristezza le figure vicine (Vedere L’altare di Isenheim, dipinto tra il 1506 e il 1515). Come Botero, Grünewald sceglie di mostrare un Cristo umano, sconfitto, piuttosto che un Gesù trionfante, divino.