Non solo biologia: anche l’ambiente influenza la risposta genere-specifica ai farmaci

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Intervista a Flavia Franconi
Ordinario di Farmacologia Cellulare e Molecolare, Università degli Studi di Sassari
Vice Presidente e Assessore alle Politiche della Persona, Regione Basilicata

Quali sono le principali evidenze scientifiche a supporto dell’approccio di genere in Medicina?
Nel 1993 la Food and Drug Administration ha pubblicato le Linee Guida per lo studio delle differenze di genere nella valutazione clinica dei farmaci, nelle quali tra l’altro si esortava non solo a includere le donne nelle sperimentazioni, ma anche ad analizzare i dati in un’ottica di genere. Tra uomini e donne vi sono infatti numerose differenze in grado di influenzare il viaggio del farmaco nell’organismo (Farmacocinetica) ed il modo con cui il farmaco lavora (Farmacodinamica): a causa di queste differenze, le donne hanno una maggiore frequenza (quasi doppia) di reazioni avverse. Per esempio, in uno studio condotto dall’Università di Toronto tra il 1986 e il 1996, relativo a pazienti ricoverati nel corso degli anni per reazioni avverse, è emerso che il 50% delle pazienti aveva riportato reazioni avverse per più di un farmaco, contro il 33% dei pazienti maschi. È importante sottolineare, però, che le differenze di genere sono parametro-specifiche, ovvero non tutte le caratteristiche del corpo maschile sono differenti da quello femminile. Quindi, ogni volta che si esegue un esperimento studiando un parametro nuovo su un determinato organo, è necessario studiare l’eventuale presenza di differenze di genere, che sono organo-specifiche, cellula-specifiche e persino età-specifiche.
Attualmente, nella letteratura scientifica sono in aumento le pubblicazioni che trattano la differenza di genere, ma mentre si cominciano a conoscere le differenze biologiche, ancora non sono stati messi a punto metodi per studiare come l’ambiente influenzi la risposta ai farmaci. I pochi dati disponibili dimostrano che le risposte ai farmaci dipendono anche dal contesto sociale (ad esempio il ruolo di caregiver riduce la risposta alle vaccinazioni), dal luogo geografico nel quale vive la persona, etc. Quindi è assolutamente necessario produrre nuove ricerche orientate a indagare sia la componente biologica che quella ambientale. È arrivato il momento di applicare alla ricerca di genere la teoria della complessità e dell’intersettorialità: le differenze sullo stato di salute che esistono tra i due generi vanno studiate anche in relazione alle condizioni culturali, socioeconomiche, geografiche, di etnia ed età.

In che modo l’approccio di genere può rappresentare un risparmio per il nostro Servizio Sanitario Nazionale?
La Medicina di genere non è una Medicina “al femminile” ma un approccio che assicura maggiore appropriatezza ed equità per tutti, uomini e donne, ed è il primo passo verso i trattamenti personalizzati per raggiungere l’appropriatezza nella prevenzione e nella terapia per tutti i generi ivi compreso le donne. È una medicina sempre più personalizzata in grado di cogliere le differenze nella risposta alle malattie e alle cure dell’uomo e della donna, per tradurle, una volta che il sistema sanitario ne adotti i principi, nella pratica clinica con conseguenti risparmi sui costi. Fino ad oggi gli studi clinici sono stati condotti prevalentemente su campioni di popolazione maschile all’interno dei quali le donne erano poco o nulla rappresentate, per cui le evidenze della ricerca eseguita sul maschio vengono applicate alle donne in modo inadatto e a volte inappropriato, quindi più soggette ad errori. Infatti, sappiamo che le donne vanno incontro a più effetti collaterali rispetto agli uomini, proprio perché i farmaci sono stati studiati prevalentemente nei maschi. Ciò si traduce, di conseguenza, anche in più ricoveri ospedalieri, nuove terapie e quindi maggiori costi.
Oltretutto, al momento le donne sembrano essere meno aderenti alla terapia (statine, antipertensivi, terapia AIDS, antipsicotici) per alcune grandi patologie, con conseguente minore efficacia della terapia: tutto questo genera una notevole spesa senza averne benefici. Andare verso l’appropriatezza terapeutica e verso una medicina maggiormente personalizzata e basata sull’evidenza aumenterebbe l’efficienza e l’efficacia terapeutica delle prestazioni erogate dal Servizio Sanitario con notevoli risparmi. Per concretizzare questo approccio, dovrebbero essere messi in atto specifici percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali come sta avvenendo in Basilicata, una regione “women friendly”, dove da delibera regionale i prontuari diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA) devono essere di genere. Il primo è già stato attuato e riguarda l’asma e la COPD, gli altri sono in corso di preparazione. Per rafforzare tale azione per il triennio 2015-2017 la Medicina di genere è stata posta tra gli obiettivi dei Direttori Generali delle Aziende sanitarie. Sempre in questa ottica è stato attuato un memorandum con l’UNICRI, una agenzia delle ONU, per procedere insieme al resto del mondo con un confronto continuo con le diverse culture che compongono questo nostro mondo.