QUANDO LO SVILUPPO ECONOMICO COINCIDE CON LA LIBERTA’ PERSONALE

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Molte sono le idee che attraversano il mondo nel tentativo di trovare soluzioni concrete alla crisi economica e per chiunque sia interessato ai rapporti tra economia e psicologia morale, appaiono esplicative le idee del premio nobel per l’economia Amartya Sen (1988).
Il filosofo indiano, attraverso le sue numerosissime pubblicazioni sulle più importanti riviste scientifiche del mondo, ha reso numerosi interventi nelle più prestigiose università mondiali, proponendo il concetto rivoluzionario di “economia etica”, frutto di una visione nuova volta ad attivare una diversa scala di valori economici basati sulla cooperazione e la solidarietà.
Partendo da un esame critico dell’economia consumistica che ha condotto al collasso, secondo Sen, non può esservi soluzione ai problemi del mondo senza un rifiuto dei tradizionali indicatori di ricchezza (reddito e consumi) ed una centratura sulle opportunità, la libertà e i diritti di ognuno, poiché, quello che veramente conta, non è solo risolvere i problemi materiali –casa/lavoro/spendere, ma anche, costituire una società che si basi sul rispetto reciproco, sulla possibilità di esercitare i propri diritti e di partecipare in modo attivo alla comunità.
Da ciò, i classici indicatori monetari del benessere, indici di povertà e diseguaglianza basati sul reddito, appaiono come incompleti, poiché, lo sviluppo non può più coincidere solo con un aumento del reddito ma con una migliore qualità della vita.
Indubbiamente, però, l’idea più trasgressiva e fuori da ogni sicuro paradigma concettuale proposta da Sen è quella secondo la quale sviluppo non significa avere più soldi e possibilità di spenderli per oggetti tra i più svariati; sviluppo è anzitutto libertà di decidere la propria vita.
Tra un occidentale a dieta e un bambino del malawi che soffre la fame, esiste una fondamentale differenza: la scelta.
Il primo la esercita, il secondo no.
Per cui, secondo il premio nobel, non può esservi vero sviluppo finchè la produzione dei beni principali – necessari per ogni piano di vita- non siano generati da un benessere psicologico effettivo.
Le riflessioni dell’autore permettono, quindi, di ragionare sulla crisi economica attuale superando la via del pessimismo di chi ritiene che non potrà cambiare nulla o l’ottimismo patologico di chi pensa che, prima o poi, la situazione migliori, attraverso una terza via:
economia etica e globale come opportunità che promuove ogni forma di libertà di essere.