Santa Rosalia e la provincia di Sondrio… ecco perché !

1994

rosalia_alto_lario2Pervenuta in redazione, pubblichiamo integralmente questa ricerca della Scuola Media di Vercana

Subito fuori Domaso, s’incontra a sinistra la deviazione per Vercana, che si raggiunge dopo breve salita, a metà della quale sorge il bel santuario della Madonna della Neve (1634), costruzione votiva in ricordo della peste che seguì la calata dei Lanzichenecchi. Costituita dalle frazioni di Arbosto (sede comunale) e di Caino, anche Vercana, come molti paesi delle valli dell’Alto Lago, subì fra il sec. XVI e il XVIII, una massiccia emigrazione verso la Sicilia (a Palermo in particolare).

Corrispondenza da e per Palermo. Originali del 1600/1700

ROSALIA – Questa santa, data la singolarità del suo culto nella nostra zona, merita particolare attenzione e una presentazione un po’ più articolata.

Prima del 1624, anno in cui si credette di aver trovato il corpo “in antro montes Peregrini lapideas thecis mirabiliter inclusum”, la tradizione si riduceva ad affermare che Rosalia sarebbe morta a Palermo, che era stata alla corte della regina Margherita, moglie del re Guglielmo e che, avuto in dono il monte Pellegrino, vi si era ritirata a far vita da penitente in una grotta.

Il culto della Santa in Sicilia doveva anticamente essere molto diffuso se, oltre alla cappella edificata sul monte Pellegrino, presso la spelonca dove ella era vissuta, le erano state dedicate altre chiese a Palermo, Recalmuto, Bivona, Traiana, Scicli e persino a Rívello nella diocesi di Policastro, in provincia di Potenza, e un altare le era stato consacrato nella chiesa di Giuliana in provincia di Palermo e la sua immagine era stata riprodotta nelle cattedrali di Palermo e Monreale, nelle chiese di Bivona a Santo Stefano a Ragusa.

Ma agli inizi del XVII secolo il culto di Rosalia era scaduto alquanto persino nella stessa Palermo se, durante la processione indetta dal vescovo nel 1624 per scongiurare la peste, il suo nome non venne invocato nelle litanie dei santi.

Dopo quell’anno si ebbe una svolta decisiva, perché il rinvenimento delle ossa di santa Rosalia segnò l’inizio di un’intensa e diffusissima venerazione che si estese dalla Sicilia praticamente a tutto il mondo ed è ancora oggi molto sentita.

Il ritrovamento del corpo avvenne in seguito all’apparizione della Santa a una ammalata, alla quale indicò il luogo di sepoltura. Le ossa, consegnate all’arcivescovo di Palermo, sottoposte al giudizio di teologi e medici, furono riconosciute autentiche l’11 febbraio 1625.

Pochi mesi dopo, per intercessione di santa Rosalia, Palermo venne salvata dalla peste e i palermitani celebrarono un trionfo solenne il 7 luglio 1625. Alla festa partecipò anche, con la costruzione di archi di trionfo, la “nazione lombarda”.

La notizia dell’intervento miracoloso della Santa si diffuse ben presto e anche il Vescovo di Mazara del Vallo “allo scopo di preservare la città minacciata dalla peste infestante molti luoghi della Sicilia, il 2 luglio 1625 fece venire da Palermo, per concessione dell’Arcivescovo cardinale Giannettino Doria, una reliquia della vergine patrona, santa Rosalia, che fu ricevuta con gran pompa e solennità, racchiusa dapprima entro una cassettina d’argento e poi in un artistico mezzobusto d’argento nel cui petto venne inserita.

A seguito del rinvenimento del corpo e dei prodigi attribuiti alle reliquie della santa palermitana, si moltiplicarono i suoi reliquiari e anche gli immigrati lombardi si impegnarono per ottenere reliquie da inviare ai propri paesi perché li proteggessero dal contagio della peste.

Papa Urbano VIII, sull’onda crescente della devozione, nel 1630 ordinò di inserire il nome di Rosalia nel martirologio romano il 15 luglio, giorno del ritrovamento del corpo, e il 4 settembre, festa tradizionale della Santa.

La “Santuzza”, così è chiamata a Palermo, è rappresentata con il capo cinto da una corone di rose che da un lato rimandano direttamente al suo nome, Rosalia, dall’altro al rosario, altro attributo iconografico che talvolta la Santa tiene tra le mani, a sottolineare il rapporto che la lega alla Madonna. Nel rosario mariano, infatti, le rose bianche rimandano ai misteri gaudiosi, quelle rosse ai misteri dolorosi.

Altri attributi iconografici sono il bastone da pellegrino, il Crocefisso, la palma, il teschio, il libro aperto e la clessidra a ricordare il tempo trascorso in preghiera e penitenza, ma al tempo stesso simboli di morte che indicano la caducità terrena e lo scorrere inesorabile del tempo, e poi la ciotola, con cui i pellegrini usavano attingere l’acqua dal pozzo, la bisaccia e la conchiglia, simboli del viandante. Spesso Rosalia veste l’abito delle Agostiniane.

RELIQUIE E CULTO DI SANTA ROSALIA IN ALTO LARIO

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Foto tratte da facebook, pagina dell’Associazione Schola Cajni

1626 – Brenzio ottiene per la chiesa di San Giovanni Battista un frammento di osso fornito del suo documento di autenticazione datato 5 ottobre, rilasciato dal vescovo di Palermo, costituito da una grande pergamena miniata a colori e oro nella cui parte superiore è raffigurata santa Rosalia racchiusa in una rosa rossa posta tra gli stemmi del cardinale Doria, vescovo di Palermo, e di Filippo IV d’Austria, re di Sicilia.

1628 – Il parroco di Vercana chiede al vescovo di Como Carafini l’autorizzazione a venerare la reliquia di santa Rosalia (costituita da un frammento di osso misto a incrostazione calcarea dovuta all’umidità della grotta in cui fu rinvenuto il corpo), portata da Palermo da Giacomo Frigino di Vercana, unitamente alla relativa autentica, rilasciata dal vescovo del capoluogo siciliano e sottoscritta il 21 gennaio del 1628 dal notaio Antonio Camali.

1632 – Montemezzo ottiene dalla Curia Vescovile di Como il permesso di venerare una reliquia di santa Rosalia (frammento d’osso del braccio sovrapposto a un pezzetto di pietra) portata nel paese altolariano, col prescritto documento di autenticazione, “insieme alla custodia per essa reliquia fatta fare in Palermo da Noi altri Paesani per prezzo di scudi 36 in circa” e a un quadro con l’immagine della Santa di Andrea Badali fu Antonio e Matteo Carloni fu Pietro, a nome degli appartenenti alla Schola di San Martino di Montemezzo.

1642 – È la data incisa sul reliquiario di santa Rosalia di Dosso Liro.

1673 – Nel libro parrocchiale di Caino si fa cenno a un reliquiario portato da Palermo e alla festa votiva a santa Rosalia.

1706 – Questa è la data incisa sul reliquario della Santa conservato a Livo.

1736 – L’11 marzo il vescovo di Palermo Epífanio da Napoli testimonia l’autenticità di un frammento di osso di santa Rosalia donato alla parrocchia di Caino da Francesco Caraccioli.

1743 – Sono così datati il reliquiario di Germasino e il relativo documento di autenticazione.

1762/1768 – Tre documenti, datati rispettivamente 6 agosto 1762, 10 ottobre 1762, 6 giugno 1768, attestano l’autenticità di varie reliquie giunte a Caino, provenienti da Palermo.

Esistono in Alto Lario documenti di vario tipo che, oltre alle reliquie, testimoniano la forte presenza della devozione a santa Rosalia: dai numerosi quadri votivi agli orecchini d’oro traforati racchiudenti una R, dal costume secentesco di “Moncecca” derivato, forse, da un voto fatto alla santa per il ritorno degli uomini che si trovavano in Sicilia durante un’epidemia di peste, alla diffusione del nome Rosalia tra le donne del luogo. Ove era presente una reliquia, il 4 settembre si celebrava con grande solennità la festa religiosa che troviamo documentata a Trezzone, Peglio, Dosso Liro, Brenzio, Stazzona e Germasino.

Singolare è il caso di Montemezzo, dove la festa creò attrito e discussioni tra i parroci della parrocchia e i vescovi di Como da una parte e gli abitanti, sia residenti che emigrati in Sicilia dall’altra, perché la processione con la reliquia si svolgeva, pare, in modo disordinato e disturbato dagli spari dei mortaretti, forse a ricordo delle feste palermitane e perché, col tempo, si era persa l’autentica della reliquia.

Un altro motivo di attrito nacque dalla volontà dei parrocchiani di usare per la processione con la statua della Santa che si svolgeva per le vie del paese il baldacchino che, invece, secondo i canoni liturgici, deve essere usato solo per le processioni con l’ostensorio.