Scheda: La Medicina di Genere

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1. Cosa è la Medicina di Genere

La Medicina di Genere è una branca recente delle scienze biomediche che ha l’obiettivo di riconoscere e analizzare le differenze derivanti dal genere di appartenenza sotto molteplici aspetti: a livello anatomico e fisiologico, dal punto di vista biologico, funzionale, psicologico, sociale e culturale e nell’ambito della risposta alle cure farmacologiche.
È stato ormai dimostrato da molteplici studi che le differenze di genere, in primis quelle nella fisiologia umana, in caso d’insorgenza di malattia si riflettono significativamente sulla genesi, la prognosi e la compliance degli individui.
La finalità di questa innovativa disciplina è arrivare a garantire a ciascuno, uomo o donna che sia, il miglior trattamento possibile sulla base delle evidenze scientifiche.

Un po’ di storia
Sino a non molto tempo fa la medicina occidentale considerava gli individui dei due sessi come esseri sostanzialmente uguali, fatte salve alcune evidenti differenze anatomiche. Nel corso dei secoli, dunque, i medici hanno preso come modello di riferimento il corpo maschile – di età media (35 anni), peso nella norma (70 chili circa) e di origine caucasica – e su di esso hanno costruito l’identikit delle malattie. Le ragioni di quest’attitudine sono tante e diverse. Una di queste è che l’organismo femminile è, dal punto di vista fisiologico, più complesso di quello maschile: basti pensare alla variabilità dell’assetto ormonale, con il ciclo mestruale, la gravidanza, la menopausa, che rende il corpo della donna ‘diverso’ ogni mese, e dunque un modello di studio più problematico.

Cosa significa il concetto di ‘genere’
Per ‘differenze di genere’ s’intendono non soltanto i caratteri sessuali degli individui, ma anche e soprattutto un insieme di specificità che scaturiscono sia dalla differente fisiologia e psicologia degli uomini e delle donne sia dai diversi contesti socio-culturali di riferimento.
In altre parole, si è maschi o femmine non solo in base al sesso, ma anche ad altri aspetti della fisiologia dell’organismo e agli specifici ruoli che ricopriamo nella società.

Il background della disciplina: la sindrome di Yentl
L’idea che uomini e donne presentino delle differenze importanti – come, ad esempio, quelle osservabili nell’apparato cardiocircolatorio, per non considerare la variabilità dell’assetto ormonale – e che queste differenze svolgano un ruolo cruciale in medicina, risale alla metà degli anni Ottanta.
Qualche anno dopo la cardiologa Bernardine Healy, allora a capo dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica statunitense, pubblicava un articolo intitolato The Yentl Syndrome , dal nome dell’eroina di un racconto di Isaac B. Singer, costretta a travestirsi da uomo per accedere allo studio del Talmud.
L’articolo commentava i risultati di due studi effettuati su un gruppo di donne affette da coronaropatia, puntando il dito sull’atteggiamento discriminatorio dei medici cardiologi nei confronti delle pazienti che, a differenza dei malati uomini, subivano un numero maggiore di errori diagnostici, ricevevano meno cure ed erano sottoposte a interventi chirurgici non risolutivi. Come Yentl, scriveva Healy, anche le donne sono state costrette a trasformarsi in ‘piccoli uomini’ per rientrare nei canoni della ‘medicina classica’.
Nel 1992, la cardiologa Marianne J. Legato dava avvio alla Partnership for Women’s Health alla Columbia University di New York. La prima sperimentazione riservata alle donne fu avviata più di dieci anni dopo, nel 2002, con l’istituzione nella medesima Università del primo corso di Medicina di Genere, dopo che la disciplina era stata finalmente inserita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’Equity Act stilato nel 2000.
In tempi recenti i temi della Medicina di Genere hanno richiamato l’attenzione anche delle Istituzioni europee: nel maggio scorso a Bruxelles, presso la sede del Parlamento Europeo, si è svolto un incontro incentrato sulle strategie per promuovere misure volte a ridurre l’incidenza di patologie cardiovascolari in Europa; nel corso dell’incontro, tra l’altro, è stata messa in evidenza la scarsa presenza di donne (solo il 33%) nei trial clinici che testano farmaci per le patologie cardiovascolari . Da questo incontro è scaturita la proposta di una legge, analoga a quella americana, che renda obbligatoria in Europa un’equa rappresentanza femminile (50%) nei trial per patologie cardiovascolari e ictus, prime causa di mortalità femminile.

I vantaggi della Medicina di Genere
Un approccio di genere alla medicina consente di:
• ridurre il livello di errore nella pratica medica;
• promuovere l’appropriatezza terapeutica;
• migliorare e personalizzare le terapie;
• generare risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale.

2. Le principali differenze di genere nell’ambito delle patologie

Patologie cardiovascolari
Le malattie cardiovascolari (dall’infarto all’aterosclerosi) hanno sempre spaventato più gli uomini che le donne. Ma si tratta di un errore, giacché il 38% delle donne colpite da infarto muore nel giro di un anno, contro il 25% degli uomini . Anche in caso di ictus i 12 mesi successivi sono più a rischio per le donne: i decessi ne colpiscono il 25%, contro il 22% degli uomini .

Infarto
Le donne sembrano meno capaci degli uomini di riconoscere in tempo il principale campanello d’allarme dell’infarto, cioè l’angina pectoris, dal momento che i sintomi si presentano in modo diverso rispetto agli uomini. Nei Manuali di Medicina viene tipicamente descritto come un dolore toracico a livello dello sterno, oppressivo e costrittivo, di breve durata, che può irradiarsi al braccio sinistro. Nelle donne, secondo lo studio Wise (Women Ischemic Syndrome Evaluation) dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica statunitense, i sintomi che appaiono per primi sono un dolore irradiato alle spalle, al dorso, al collo, la mancanza di fiato, nausea persistente, sudori freddi, vomito, spossatezza, ansia e debolezza. Gli operatori non consapevoli di queste differenze non riconoscono questi sintomi o li riconducono a un’influenza o a problemi gastrici. Di conseguenza il ricovero avviene troppo tardi, o magari non viene effettuato in terapia intensiva coronarica, rendendo meno efficaci le terapie. Molte volte, infatti, la donna con infarto è indirizzata al pronto soccorso in area verde e non in area rossa o può essere inviata in gastroenterologia piuttosto che in psichiatria, proprio perché non manifesta dolore. E più la donna è giovane, più i sintomi sono assenti o atipici. C’è una differenza anche nelle arterie colpite: nell’uomo sono coinvolte le grandi arterie, nella donna quelle piccole (il microcircolo) e quindi la coronarografia potrebbe non rilevare anomalie, con la necessità perciò di rivolgersi ad altri mezzi diagnostici. Inoltre, ci sono differenze anche nei fattori di rischio per l’infarto: il diabete è un fattore di rischio quattro volte più grave nella donna, e anche l’ipertensione incide di più. Insomma, le differenze sono tante e si sono scoperte solo negli ultimi anni: infatti tutti i lavori di epidemiologia sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari non hanno considerato donne oppure ne hanno analizzato una percentuale talmente bassa (10-15%) che i risultati statistici non sono significativi. Differenze dal punto di vista terapeutico: la cardioaspirina non è un farmaco efficace nella prevenzione primaria dell’infarto nella donna, mentre lo è nella prevenzione dell’ictus.

Aterosclerosi
Nel sesso femminile l’aterosclerosi ha uno sviluppo diverso. Negli uomini le placche aterosclerotiche cominciano a formarsi a partire già dai 30 anni, nelle donne invece questo in genere accade dopo la menopausa. Durante l’età fertile, infatti, l’organismo femminile è protetto dagli estrogeni, che agiscono sulla dilatazione dei vasi, rendendoli più ampi ed elastici e consentendo così il passaggio del sangue anche in presenza di placche e facilitandone la riparazione in caso di lesioni. Con la menopausa, però, questa protezione ormonale svanisce e l’organismo si trova improvvisamente esposto a tutti i fattori di rischio.

Diabete
La sindrome metabolica ha una prevalenza del 60% nelle donne sopra i 65 anni di età e le donne diabetiche sono in lieve sorpasso rispetto agli uomini (5,2% vs 4,4%). In generale la donna con diabete ha una peggiore qualità e una minore aspettativa di vita .
Dal punto di vista delle complicanze cardiovascolari, la malattia diabetica può essere considerata più pericolosa: il rischio di morte cardiovascolare è più che doppio per le donne rispetto agli uomini. Una cinquantenne diabetica vive in media 8,2 anni in meno rispetto a una coetanea non diabetica, contro i 7,5 anni degli uomini. Fino ai 64 anni non si osservano differenze significative tra uomini e donne per la comorbosità delle patologie cardiovascolari e diabete, mentre, a partire dai 65 anni, la prevalenza è più alta tra le donne e raggiunge tra le ultrasettantacinquenni il 10,1%; lo svantaggio femminile s’incrementa ulteriormente tra gli ultrasettantacinquenni (+27%) . Alcune forme di diabete, poi, colpiscono le donne in fasi ‘delicate’ della loro vita come la gravidanza o la menopausa: il 50% delle donne con diabete gestazionale sviluppa, dopo 5-10 anni, diabete di tipo 2 .

Patologie polmonari
Tumore del polmone
Agli inizi del secolo scorso il tumore al polmone era una malattia rara nelle donne. Ha cominciato a diffondersi nel sesso femminile a partire dagli Anni ‘60, anche a causa del diffondersi dell’abitudine al fumo. Il cancro del polmone nella donna è aumentato del 600% da metà del Novecento ad oggi (le donne hanno storicamente iniziato più tardi a fumare e oggi le fumatrici stanno aumentando più dei maschi) e i carcinogeni del tabacco sono più nocivi per le femmine, che hanno inoltre meno capacità di riparare il DNA. Se comparati a quelli degli uomini i polmoni delle donne, anche di non fumatrici, appaiono più vulnerabili rispetto alle patologie tumorali . Anche nel caso del tumore al polmone, così come avviene per quello al seno, gli ormoni (in particolare gli estrogeni) giocano un ruolo importante. Nelle donne ancora fertili la malattia è più aggressiva e, al contrario di quanto avviene nel caso del tumore alla mammella, il numero di gravidanze gioca un fattore negativo: le donne che hanno avuto più figli sembrano sviluppare, infatti, maggiori probabilità di sviluppare la malattia . Si sono osservate anche alcune associazioni col papilloma virus e un rapporto negativo con gli estrogeni (che riducono il cancro del colon ma aumentano quello del polmone). Dall’analisi del database Surveillance, Epidemiology and End Results, che custodisce le storie cliniche di oltre 31.000 pazienti americane con tumore al polmone, risulta che le donne affette da neoplasie polmonari in terapia presentano infine maggiori effetti collaterali .

Asma
La prevalenza di questa malattia ha un doppio andamento: prima della pubertà, gli uomini sono colpiti due volte più delle donne. Dopo lo sviluppo sessuale, questa differenza scompare, anzi tra le donne adulte l’asma è più frequente che negli uomini . Il ‘sorpasso’ è dovuto agli ormoni: gli estrogeni, infatti, regolano il rilascio di diverse molecole proinfiammatorie (citochine) coinvolte nello scatenarsi della reazione asmatica. Anche la menopausa è un periodo a rischio: quando le ovaie cominciano a cessare le loro funzioni, si verifica un aumento spontaneo della produzione di citochine, con un conseguente peggioramento o addirittura una prima comparsa della malattia .

Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO)
Oggi, la BPCO colpisce più gli uomini che le donne, ma queste ultime muoiono di più a causa di questa patologia . Nei prossimi dieci anni, peraltro, avverrà il sorpasso del sesso femminile anche nel numero di casi. La colpa è del fumo e della sua sempre maggiore diffusione nella popolazione femminile. Le fumatrici hanno una maggiore probabilità di sviluppare la forma grave della malattia: a parità di sigarette, nelle donne la BPCO si manifesta prima, con sintomi peggiori e conseguenze più nefaste. Inoltre, a parità di esposizione al fumo, le donne con BPCO hanno un rischio più elevato di danno polmonare, un maggiore grado di dispnea (cioè di mancanza di fiato) e uno stato di salute peggiore rispetto agli uomini. Nonostante queste evidenze, nelle donne la malattia è sottovalutata: quando si presentano dal medico, le pazienti hanno meno probabilità di ottenere una diagnosi tempestiva (e quindi una cura appropriata), anche perché la spirometria, l’esame che serve a valutare la funzionalità respiratoria, viene prescritta più facilmente a un uomo che a una donna.

Patologie neurodegenerative
Malattia di Parkinson
La Malattia di Parkinson è da 1,4 a 2 volte più frequente negli uomini che nelle donne. Uno studio condotto nel 2003 dal Kaiser Permanente di Oakland, in California, mostra un tasso globale per i maschi del 91% superiore a quello femminile: 19 casi ogni 100.000 uomini, contro 9,9 casi ogni 100.000 donne. Pur essendo meno colpite, le donne lamentano in generale una maggiore disabilità e una qualità di vita peggiore. Una volta comparsa, la malattia ha un decorso simile nei due sessi e non ci sono grandi differenze per quanto riguarda la sua durata (10,1 anni in media per gli uomini, 10,3 anni per le donne) . La maggiore diffusione nel sesso maschile è probabilmente dovuta a fattori genetici (è stato evidenziato un legame tra la malattia e una mutazione di alcuni geni presenti sul cromosoma X, di cui gli uomini hanno una copia sola), ormonali (a proteggere le donne sarebbero anche gli estrogeni) e ambientali (gli uomini sono maggiormente esposti all’azione di sostanze tossiche) .

Malattia di Alzheimer
Secondo la Boston University School of Medicine , 1 donna su 6 è a rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer nel corso della sua esistenza, rispetto a 1 uomo su 10. Le donne con Alzheimer presentano anche sintomi diversi: sembrano avere deficit più gravi nel campo del linguaggio, e accentuano il loro isolamento sociale, diventano emotivamente instabili, e dunque più vulnerabili alla depressione. Gli uomini hanno più problemi di tipo comportamentale, cioè mostrano atteggiamenti inappropriati (fisicamente, verbalmente, sessualmente) rispetto al contesto sociale. Altre differenze legate al genere sono state individuate nelle anomalie cerebrali che accompagnano l’Alzheimer, come la ‘patologia tau’, un accumulo anomalo di una proteina (la tau, appunto) nei neuroni dei malati. Quest’anomalia è presente nel 90% dei pazienti maschi e solo nell’8-10% delle pazienti femmine di pari età .

Patologie dell’apparato digerente
Ulcera peptica
I due sessi sembrano essere colpiti da forme diverse: l’ulcera gastrica è più frequente nelle donne, mentre gli uomini soffrono di più di ulcera duodenale. Prima del XX secolo, la patologia veniva diagnosticata soprattutto in individui di sesso maschile. Oggi invece si è passati a una sostanziale parità: a calare sono stati soprattutto i casi nei giovani maschi, mentre sono aumentati quelli fra le donne anziane. Una delle cause va cercata nell’aumento dell’abitudine al fumo da parte della popolazione femminile e al contemporaneo calo nella diffusione delle sigarette tra i ragazzi. In più, l’uso sempre crescente di farmaci antinfiammatori non steroidei (i FANS), di cui le donne sono grandi consumatrici, può aver contribuito a questo fenomeno. Infine, il cambiamento degli schemi sociali, con un numero sempre maggiore di donne lavoratrici può aver determinato in loro un aumento di stress, fattore anch’esso importante nello sviluppo della patologia.
Nelle donne però l’ulcera peptica ha un decorso migliore. Di più, le donne giovani hanno una probabilità di guarire superiore a quella degli uomini di pari età . A rendere le donne più avvantaggiate sono, ancora una volta, gli ormoni: lo dimostra il fatto che l’incidenza dell’ulcera duodenale, per esempio, aumenta notevolmente dopo la menopausa, quando l’azione protettiva cessa, mentre diminuisce in gravidanza, quando gli ormoni sono massimamente espressi .

Tumore del fegato
Nelle donne il tumore del fegato progredisce in genere più lentamente: lo studio ITA.LI.CA. mostra che fra le donne è maggiore la presenza di infezione da HCV, ma la malattia è meno aggressiva; le donne sono mediamente più anziane al momento dell’esordio della malattia, ma sopravvivono più a lungo; inoltre la massa tumorale ha dimensioni più ridotte e si mantiene sotto controllo, grazie soprattutto a una minore esposizione ai fattori di rischio, primo tra tutti l’alcol. Inoltre, l’organismo femminile sembra in grado di liberarsi dei virus delle epatiti B e C in maniera più efficace. Dopo la vaccinazione (nel caso dell’HBV), inoltre, l’organismo femminile produce un numero maggiore di anticorpi rispetto a quello maschile. Questa maggiore risposta autoimmune è dovuta alla posizione dei geni che la determinano, molti dei quali si trovano sul cromosoma X, che nel sesso femminile sono due. Questa ipotesi è confermata dall’evidenza dell’origine autoimmune delle due malattie del fegato che colpiscono le donne più degli uomini, cioè l’epatite autoimmune e la cirrosi biliare primitiva .

Calcoli della colecisti
Nel sesso femminile questa patologia si sviluppa tre volte più spesso che in quello maschile, anche se il divario sembra diminuire con l’età. Il rischio di sviluppare questo disturbo è collegato al numero di gravidanze: le donne che hanno due o più figli hanno un’incidenza della patologia tre volte superiore a quelle che non hanno mai partorito. La predisposizione femminile è legata all’azione degli ormoni: il progesterone riduce la motilità della colecisti, mentre gli estrogeni aumentano nella bile la quantità di colesterolo che compone i ‘sassolini’. Le donne che ricorrono alla terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa possono infatti andare incontro a maggiori probabilità di manifestare il disturbo. Pur essendo più colpite da questa patologia, in media le donne lo sono in una forma meno grave, a differenza degli uomini che spesso devono sottoporsi a intervento chirurgico per la rimozione della cistifellea (colecistectomia) e presentano una maggiore incidenza della pancreatite .

Tumore del colon
Il cancro del colon nella donna ha una localizzazione spesso differente da quella dell’uomo, colpendo maggiormente il tratto ascendente, mentre nei maschi è interessato di più il retto e il tratto discendente. E molte volte nelle donne non presenta sintomi fino a che non si chiude un tratto del colon, quindi quando si è già in una situazione d’emergenza. L’altra grande problematica di questo tumore, più frequente nella donna, è che non dà sangue occulto nelle feci.

Patologie psichiatriche
Depressione
La depressione colpisce le donne due volte più degli uomini. Prima della pubertà il rapporto tra maschi e femmine è praticamente identico e comincia a salire tra queste ultime nei primi anni dell’età riproduttiva. Persino nella popolazione più anziana il numero di persone depresse continua ad essere più elevato tra le donne. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori concomitanti: la predisposizione genetica, la vulnerabilità/predisposizione a eventi stressanti nella vita, la modulazione del sistema neuroendocrino in risposta alla fluttuazione degli ormoni sessuali e non ultimo il ruolo sociale, che riversa sulle spalle delle donne una serie di fatiche e responsabilità che sono ormai considerate veri e propri fattori di rischio .
I due sessi sono diversi anche nei sintomi che accompagnano la depressione: le donne mostrano più frequentemente sintomi fisici (stanchezza, disturbi dell’appetito, insonnia e altri disturbi del sonno), più spesso degli uomini sviluppano problemi di alcolismo a pochi anni dal primo episodio depressivo, mentre negli uomini non sembra esserci rapporto tra dipendenza da alcolici e depressione.

Ansia
I disturbi d’ansia (fobie o disturbi ossessivo-compulsivi, sindrome post-traumatica da stress) colpiscono le donne due volte più degli uomini. Gli attacchi di panico, invece, colpiscono in egual misura donne e uomini (con una leggera prevalenza tra le prime), ma si manifestano con sintomi diversi rispetto al genere, ingenerando false diagnosi. Nella donna l’attacco è caratterizzato soprattutto da palpitazioni, vertigini e sintomi respiratori (respiro corto, senso di soffocamento, paura di asfissiare), mentre nell’uomo sono più frequenti i sintomi a carico dell’apparato gastrointestinale, come un forte dolore allo stomaco, ma anche nausea o eccessiva sudorazione .

Sindromi dolorose
Alcune patologie dolorose (per esempio l’emicrania, la cefalea muscolotensiva, l’artrite reumatoide, la fibromialgia) sono molto più frequenti nella donna che nell’uomo, al contrario di altre sindromi come la cefalea a grappolo) che sono più diffuse nel sesso maschile . Le donne sono in genere capaci di descrivere meglio la sensazione dolorosa, riconoscendo le differenze tra i molteplici tipi di dolore, presentano in generale una soglia più bassa e una minore tolleranza al dolore e denunciano livelli di dolore più severi, più frequenti e di maggiore durata in molti tipi di dolore cronico.
In presenza di uno stimolo doloroso, il cervello di un uomo si attiva infatti in modo diverso da quello di una donna: quest’ultimo mostra un’attività principale nelle regioni limbiche, dove sono elaborate le emozioni, mentre in quello maschile si attivano di più le regioni cognitive. Sebbene le donne provino più dolore degli uomini e lo incontrino più spesso nella loro vita (o forse proprio per questo motivo, essendo abituate a mestruazioni dolorose, travaglio e parto) , hanno imparato meglio a farvi fronte con strategie preventive, cercando più degli uomini, nel caso di dolore cronico, il supporto sociale, mettendo maggiormente in atto comportamenti palliativi per gestire la sintomatologia.
Le ragioni di queste differenze vanno cercate in un complesso di fattori. Dal punto di vista anatomico, utero e vagina sono una via di accesso per gli agenti patogeni in grado di provocare infezioni che possono rendere più sensibile l’intero organismo agli stimoli dolorosi. Anche la genetica ha un ruolo, poiché le donne con una mutazione del gene sul cromosoma 16 sono più sensibili a farmaci come la pentazocina, che agisce sui recettori k degli oppioidi . Ma, ancora una volta, sono soprattutto gli ormoni a determinare la differenza: la maggiore sensibilità delle donne al dolore è dovuta alla presenza degli estrogeni, che influiscono sul sistema nervoso rendendolo più reattivo agli stimoli, e dunque anche a quelli dolorosi. Analogamente, la minore sensibilità degli uomini sarebbe merito del testosterone, che ha un effetto analgesico. Sebbene poi le donne consumino più antidolorifici, i medici prescrivono oppioidi più frequentemente, e con dosaggi maggiori, ai pazienti maschi e sembrano essere più restii a somministrare analgesici alle donne .

3. Farmacologia di genere

Le donne sono le principali consumatrici di farmaci: ne prendono mediamente circa il 40% in più rispetto agli uomini, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 15 e i 54 anni . Eppure, una buona parte delle molecole (come ad esempio alcuni psicofarmaci) non è stata sperimentata sulla popolazione femminile. Le ragioni di questa esclusione sono molteplici, ma la principale può ricondursi all’intento di evitare il rischio di esporre una donna in età fertile a possibili effetti sconosciuti. Non va inoltre sottaciuto il timore che durante il trial una donna possa rimanere incinta e che il feto possa riportare delle malformazioni. Il risultato di questa, per certi versi, ragionevole riluttanza è che alcune terapie nel sesso femminile possono risultare meno efficaci o, nel peggiore dei casi, più pericolose: va infatti considerato che le donne hanno una maggiore frequenza (quasi il doppio) di reazioni avverse, quegli ‘effetti collaterali’, spesso non piacevoli e a volte anche gravi, che avvengono nell’organismo ogni qualvolta si assume un medicinale.

Cosa dicono le leggi
Nel 1993 la Food and Drug Administration ha pubblicato le Linee Guida per lo studio e la valutazione delle differenze di genere nella valutazione clinica dei farmaci, nelle quali si esortava non soltanto all’inclusione delle donne nelle sperimentazioni, ma anche all’analisi dei dati in un’ottica di genere. In Italia, nel novembre 2008, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato il documento La sperimentazione farmacologica sulle donne, approvato dal Consiglio Nazionale per la Bioetica. Una sorta di Linee Guida orientative, nelle quali si riconosce finalmente che “nell’ambito della sperimentazione clinica dei farmaci le donne risultano essere ‘soggetti deboli’, o comunque non oggetto di adeguata considerazione in ordine alla loro specificità sia in senso quantitativo (numero di donne arruolate rispetto al numero di uomini) sia in senso qualitativo (analisi dei dati rispetto alla differenza sessuale)”. Ora il ricercatore che voglia intraprendere in Italia uno studio scientifico che contempli anche le osservazioni sulle differenze di genere può rivolgersi al Comitato Etico del suo Centro e chiedere sostegno ai suoi studi.

Pillole azzurre, pillole rosa
Tra uomini e donne esistono diverse differenze che influenzano il metabolismo dei farmaci, come, ad esempio, il fatto che il corpo femminile abbia una percentuale di tessuto adiposo superiore del 25% circa rispetto al corpo maschile. Questo fa sì che nelle donne i farmaci lipofili (cioè solubili nei grassi) tendano ad accumularsi in questo tessuto. Poiché invece nell’organismo delle donne è presente una quantità inferiore di acqua, i farmaci idrofili (cioè solubili in acqua) si distribuiscono meglio nell’organismo maschile. Le donne, poi, pesano in media il 30% meno degli uomini. Poiché il dosaggio dei farmaci non sempre viene calcolato in relazione al peso, può succedere che le donne assumano una maggiore quantità di principio attivo rispetto agli uomini. Anche gli enzimi coinvolti nel metabolismo dei farmaci possono presentare una maggiore o minore attività secondo il genere: questo determina a sua volta una maggiore o minore efficacia della molecola e un differente livello di sicurezza. Infine, gli ormoni (sia quelli naturali che quelli assunti come contraccettivi o come terapia post-menopausa) possono influenzare il metabolismo di altri farmaci e viceversa: alcuni farmaci antiepilettici, ad esempio, possono ridurre l’efficacia dei contraccettivi orali.

Donne, farmaci, malattie
Anche nei meccanismi d’azione dei farmaci la ricerca ha individuato delle differenze tra uomini e donne, a seconda delle diverse patologie. Nella depressione, per esempio, le donne sembrano rispondere meglio agli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), mentre gli uomini trarrebbero maggiori benefici dagli antidepressivi triciclici (TCA) .
Nelle donne, la stessa dose di betabloccanti come il propranololo e il metoprololo sembra raggiungere una concentrazione nel plasma più elevata e quindi produrre un maggior effetto anti-ipertensivo. Anche i calcio-antagonisti sembrano più efficaci nelle donne nel ridurre la pressione arteriosa, ma senza produrre effetti sulla diminuzione del rischio cardiovascolare complessivo .
L’assunzione periodica di acido acetilsalicilico è un’arma importante nella riduzione del rischio cardiovascolare. Ma sulla base dei risultati di alcuni studi, i vantaggi dell’assunzione di questo farmaco per la prevenzione primaria, in persone che non hanno mai avuto eventi cardiovascolari, non sono simili per gli uomini e nelle donne. Basse dosi di aspirina nelle donne, infatti, riducono del 24% il rischio di ictus ischemico e del 17% il rischio di ictus in generale, ma sono inefficaci nel prevenire l’infarto o una morte per cause cardiovascolari come invece avviene nell’uomo . Una possibile, ma parziale, spiegazione di questa diversità di risultati potrebbe essere legata alla differente farmacodinamica del salicilato nei due sessi.

Vaccini
La differenza di genere influenza anche la risposta alle vaccinazioni, secondo una metanalisi condotta sugli studi scientifici esistenti relativi a una serie di vaccini da quello antinfluenzale a quelli per malattie come varicella, morbillo, febbre gialla .
Sulle donne i vaccini funzionano meglio, dal momento che sembrano garantire una migliore risposta immunitaria dopo la somministrazione, tanto da suggerire la possibilità di usare dosi minori di vaccino nel sesso femminile. D’altro canto, le donne sembrano subire maggiori reazioni di dolore e infiammazione alla somministrazione.