Gli scavi archeologici di Selinunte ebbero inizio nel 1825 ad opera di due architetti inglesi, Harris ed Angeli, che vi scoprirono alcune delle metope che ora si trovano presso il Museo archeologico regionale di Palermo. Da allora sono continuati quasi ininterrottamente e continuano ancora oggi; data la vastità della zona, gran parte della città resta ancora sotto terra.

Acropoli – La collina su cui sorge dovette essere spianata dai coloni megaresi per permettere la costruzione dei primi edifici: di questa prima fase restano pochi ma sicuri elementi. In un secondo tempo, tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a. C, la collina venne allargata con terrapieni, per cui fu necessario costruire l’angolo sud-est che si nota all’ingresso attuale delle rovine. Delle porte che dovevano immettere nell’acropoli resta la Porta Nord, alla fine della lunga strada nord-sud che scorre all’incirca al centro dell’acropoli stessa. Su di essa si costruirono vari templi, oltre a numerosi edifici pubblici o connessi con il culto.

Iniziando da nord, il Tempio D, costruito intorno alla metà del VI secolo a. C.
A poca distanza sorge il Tempio C, il più arcaico dei templi dell’acropoli di cui si ha sicura conoscenza: fu costruito nella prima metà del VI secolo a. C; due altari erano connessi col tempio: uno a sud-est e l’altro a est; sulla fronte era decorato con metope scolpite, tre delle quali sono conservate nel Museo archeologico regionale di Palermo; i due frontoni erano decorati con una testa di Medusa in terracotta dipinta di grandi proporzioni. Nel 1925-26, quattordici colonne del lato nord sono state sollevate e ricostruite insieme con parte dell’architrave.
Segue il piccolo Tempio B, di epoca ellenistica (IV secolo a. C), forse dedicato ad Empedocle, il filosofo-scienziato agrigentino che avrebbe diretto a Selinunte le opere di drenaggio delle acque. Intorno a questo tempietto sono i resti delle più antiche costruzioni sacre di Selinunte.

All’estremità meridionale dell’acropoli, altri due templi, A ed O, vicinissimi l’uno all’altro e molti simili fra loro: sono databili agli inizi del V secolo a. C; in epoca medievale furono unificati ed utilizzati come fortezza. Un altare è stato posto davanti al Tempio A.

Collina orientale – Qui sorgevano altri tre templi: E, F, G. Quest’ultimo è uno dei più grandi dell’antichità classica: misura infatti 110,36 per 50,10 metri; le colonne del peristilio sono alte 16,27 metri ed hanno un diametro di 3,41 metri. La costruzione non fu mai completata, pur essendo stata iniziata molto tempo prima delle altre; forse si arrestò al momento della fine della città. Il materiale di costruzione venne preso dalle Cave di Cusa, site a circa nove km da Selinunte, in direzione nord-ovest. A sud è il Tempio F, edificato intorno alla metà del VI secolo a. C. Era decorato con metope, due delle quali, dimezzate, sono conservate nel Museo archeologico regionale di Palermo. Segue il Tempio E, la cui costruzione, risalente alla fine della prima metà del V secolo a. C, segna il massimo apogeo dello stile dorico, quello che viene normalmente definito “dorico canonico”: era dedicato a Hera. Il fregio del pronao era decorato con metope, cinque delle quali si trovano nel Museo di Palermo. Alla fine degli anni ’50 questo tempio è stato ricostruito. Questi sono i templi finora conosciuti; sull’acropoli, però, era certamente un altro tempio, non ancora individuato, forse il primo costruito dai coloni megaresi, al quale appartengono le sei metope arcaiche databili agli inizi del VI secolo a. C, conservate nel Museo di Palermo. L’identificazione delle divinità cui erano dedicati i templi resta un mistero, tranne per il Tempio E, che, per un’iscrizione trovata sul posto, sappiamo essere stato dedicato a Hera. Città antica – Quella che fu la città abitata sin dalla fondazione venne distrutta dai Cartaginesi; i Selinuntini rimasti andarono a risiedere sull’acropoli. Scavi recenti e tuttora in corso hanno messo in luce parte della cinta muraria, di cui non si aveva conoscenza, e una porta.

Santuario della Malophoros -I frequentatori di questo santuario, dedicato forse alla Malophoros, la dea portatrice del melograno, non erano tutti greci, come si rileva osservando le costruzioni che vi si trovano: anche quella che si ritiene la principale richiama una lontana eco micenea per la sua forma a mégaron. Della seconda fase della vita di Selinunte, quando visse in area punica, scavi recenti hanno messo in luce una costruzione sacra attribuibile a tale periodo; stele puniche che si trovano al Museo archeologico regionale di Palermo sono state rinvenute nell’area di questo santuario. Necropoli – Sono numerose le necropoli selinuntine e, ovviamente, con numerosissime tombe: da esse provengono migliaia di oggetti, tra vasi greci e statuette di terracotta. La loro lontananza dalla città – alcune sono state rinvenute a cinque chilometri di distanza – ha fatto pensare a qualche studioso che le più lontane appartenessero ad un’altra città, ma non si hanno riferimenti certi. Vincenzo Tusa

L’enfasi e la meraviglia che destano le rovine di Selinunte sono proverbiali.
I superlativi, le metafore, i toni appassionati che caratterizzano le impressioni dei grandi viaggiatori su Selinunte potrebbero essere contenute in un libro dell’iperbole. Scrisse Algernon Charles Swinburne: ” [I resti di Selinunte] sono sparsi in diversi splendidi cumuli; le numerose colonne ancora in piedi da lontano somigliano ad una grande città dalle molte guglie…”.
Per Guy de Maupassant, Selinunte è “un immenso accumulo di colonne crollate, ora allineate ed affiancate al suolo come soldati morti, ora precipitate in maniera caotica”. Di fatto, l’eccezionalità di Selinunte è data dalla vasta quantità delle sue rovine, dalla loro mole e dal loro pregio, tutti elementi che, insieme, è difficile rintracciare in altre parti del mondo occidentale.

Dal 1993 è stato istituito il Parco archeologico, grande 270 ettari, e non c’è giorno dell’anno, dalla primavera all’autunno, che folti gruppi di visitatori non si aggirino tra spezzoni di colonne e il muschio che le accarezza, tra i decori dei basamenti e i ciuffi di lentisco che vi crescono nelle fessure, tra quei blocchi di pietra giallo-oro lavorati dall’uomo, in bilico uno sull’altro, in una natura selvatica cresciuta con essi; qualche radura, piccole siepi, cespugli di fiori, fiocchi di prezzemolo, pochi alberi, tante varietà del verde, tutto fuori dal tempo, museo arbitrario, sfida alla misura e all’armonia. Ci si perde, fra pietre e cielo, ci si nasconde dietro i rocchi e si riappare sotto un architrave, minuscoli sotto i templi superstiti, giganti muti a ricordare la gloria del loro essere dèi.

Nacque ricca, Selinunte, fondata alla metà del VII secolo a. C. da coloni di Megara Hyblaea, vicino Siracusa, spintisi nel cuore dei domini cartaginesi nell’Isola. La più occidentale delle colonie greche di Sicilia era nella tana del lupo, fra gli Elimi di Segesta e i Fenicio-Punici di Mozia. Ma per due secoli fu florida e potente, con una propria zecca, popolosa – sembra – di 80.000 abitanti, su una collinetta calcarea circondata da due fiumi, il Modione (l’antico Sélinus) e il Cottone, sulle cui rive cresceva, rigoglioso, il prezzemolo selvatico (il sélinus, appunto: onde Selinunte), in un terreno fertilissimo – secondo una leggenda, bonificato dal grande Empedocle, chiamato per l’occasione – che digradava verso il mar d’Africa, al di là del quale la osservava, preoccupata, la terribile Cartagine. Pure, i rapporti fra le due città furono per molto tempo di convivenza pacifica, fondati soprattutto su scambi commerciali. A parte le frequenti liti di confine con Segesta, anzi, a Selinunte si andavano stabilizzando, accanto all’originaria anima filo-greca, usi, costumi, mode tipicamente punici. E forse anche per questo il suo sviluppo artistico risulta più articolato e originale rispetto a quello di altre colonie greche della Sicilia orientale, come si può ammirare nelle straordinarie metope che ornavano le fronti dei templi, delle quali rimangono sedici esemplari che costituiscono il maggior vanto del Museo archeologico regionale di Palermo; ovvero, anche, nel cosiddetto Efebo di Selinunte (da poco trasferito al Museo civico di Castelvetrano), bronzo che presenta, accanto ad un’impostazione tutta greca, chiare caratteristiche indigene. Rapidamente la città estese i propri domini, fondando Eraclea Minoa (570 a. C. circa) e impadronendosi di un vasto territorio interno, ricco di grano, sino alle foci del Platani. Le fonti ci parlano di un progressivo atteggiamento filo-cartaginese della classe dirigente, giunto al punto da dare ospitalità a Giscone, figlio del generale punico Amilcare, caduto nella grande battaglia di Imera (480 a. C), che aveva visto i Cartaginesi sconfitti dalle forze greche, e nella quale Selinunte si era dichiarata neutrale. Finché, esploso il conflitto tra Atene e Siracusa – sorto proprio sulla richiesta di aiuto ad Atene da parte di Segesta, in occasione di un’ennesima controversia territoriale con Selinunte -, sconfitta la spedizione ateniese di Nicia, Segesta, sentendosi ormai alla mercè di Selinunte, chiamò in aiuto Cartagine. Durò nove giorni l’assedio, alla fine del quale (siamo nel 409 a.C.), Selinunte fu distrutta dopo una disperata resistenza. In seguito, il siracusano Ermocrate ne ricostruì le mura e tra le rovine stabilì il suo quartier generale, chiamando all’appello le popolazioni siceliote contro la minaccia cartaginese. Tentativo vano. Nei nuovi assetti politici fra Siracusa e Cartagine, Selinunte – quel che restava di essa – rimase sotto il domino punico. E alla fine del III secolo a. C, i Cartaginesi la rasero definitivamente al suolo per non farla cadere in mano ai Romani. I sopravvissuti vennero trasferiti a Lilibeo. Piccole comunità ne frequentarono l’acropoli in epoca bizantina e araba. Poi, di Selinunte si perse anche il nome. La località veniva indicata come “Casale degli idoli” o “Terra di li pulici”.

Solo nella metà del ‘500 il monaco domenicano Tommaso Fazello identificò correttamente l’antica città.

Certo, anche a distanza di 2.500 anni queste rovine – volendo escludere la possibile azione di terremoti – sembrano il risultato di un accanimento furioso, come se gli aggressori avessero voluto punire una città che, nella sua presunzione, avesse troppo osato. Non troveremo risposte aggirandoci tra le macerie, ma solo stupore e un incessante brulicare della fantasia.

tratto dalla brochure della Provincia di Trapani

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