SS. COSIMO E DAMIANO A SFERRACAVALLO

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Alla fine del mese di settembre, i pescatori e i marinai festeggiano i loro Santi patroni, Cosimo e Damiano, un tempo venerati in maniera fastosa in alcune borgate della città di Palermo.

La tradizione vuole che i Santi, essendo fratelli, forse gemelli e, ambedue medici, gli è stato attribuito il potere di guarire affezioni e malanni d’ogni tipo.

A Palermo si pregano perché ci preservino dai dolori:

San Cosimu e Damianu,
siti medicu suvranu,
siti medici maggiuri,
libbiratimi d’ogni duluri.

Secondo le fonti agiografiche vissero nella metà del III secolo, d’origine araba nascono ad Egea in Cilicia, esercitavano la loro professione senza ricevere alcun compenso e perciò erano definiti “Anargiri”.

La borgata di Sferracavallo ereditò tutte le peculiarità che questa festa mostrava e a tutt’oggi anche se i tempi sono cambiati rimane quasi inalterata.

La festività dall’allora si sviluppa insieme alla piccola comunità di pescatori che intorno ai Santi affidarono a loro il compito di sollevare ogni sofferenza, tramandando di padre in figlio il loro culto, che s’incentrava intorno alla piccola chiesetta della zona costiera detta “zotta”.

La nuova chiesetta costruita nella cornice storica del borgo, non prima della seconda metà del secolo XIX, sede parrocchiale dal 1922, divenne il santuario per accogliere la venerazione dei Santi Medici che, invigorì con il passare del tempo, il forte legame tra i residenti ma anche tra gli emigrati e i cittadini dei paesi limitrofi che per devozione ogni anno nell’ultima domenica di settembre festeggiano in ima caratteristica processione i Santi ballerini.

E’ affascinante l’atmosfera che si avverte nella contrada sferracavallese nel periodo in cui si svolge la festa, tutte le vie addobbate con luci sfolgoranti di mille colori illuminano il passaggio della “vara” Ira il fantasmagorico fragore della gente e la presenza delle numerose bancarelle cariche di chincaglierie e dolciumi.

Giorni prima fanno da contorno ai festeggiamenti le sfide marinare che da sempre i borghesani impegnano i diversi quartiere del territorio sferracavallese, nello risplendente specchio d’acqua del golfo di sferracavallo, si svolgono le tradizionali gare di barche con piccole imbarcazioni da pesca dai colori sgargianti e rutilanti.

Quattro vogatori ed un timoniere formano l’equipaggio, che come gli altri hanno trascorso un intero mese per allenarsi a sostenere questa gara, che si concluderà con la vincita di un piccolo palio.

Alla marina dove si erge il nuovo monumento dedicato ai Santi, si assisterà alla gara di nuoto i cui concorrenti sono impegnati nell’attraversamento del golfo, più caratteristico è presenziare all’antico e dilettevole “gioco dell’antenna a mare”, gara che vede i partecipanti impegnati ad attraversare un lungo albero, proteso verso il mare, reso scivoloso dalla presenza di sapone, dove bisogna conquistare un tricolore posto alla sua estremità, inevitabile la caduta dei partecipanti che per loro si presenta come un’impresa tra le risate degli spettatori.

La festa si conflagra quando nel primo pomeriggio si affaccia sul portale della chiesa la ponderosa “vara” con i simulacri dei due Santi martiri, essa viene portata a spalle da un consistente numero di “portatori” che fanno a gara per aggiudicarsi un posto sotto le aste, un po’ per sciogliere un voto, un po’ per una dimostrazione di vigoria maschile.

Vestiti di tutto punto di bianco simbolo della purezza, cingono con un foulard di colore rosso (il colore del martirio) il collo e il fianco e, a piedi scalzi trascinano il fercolo, Emozionante è la fuoruscita dei simulacri, dopo le note fastose della banda musicale e dal ritmato batti mano della gente, i portatori eseguono la coinvolgente “ballata” ed in una particolare velocità, quasi di corsa danno inizio alla processione che continuerà per tutto il periodo ad inscenare una sorta di ballo accompagnato dalla musicalità del brano, tradizione e originalità mostrata sin dall’antichità dai marinai portatori che correvano per arrivare in tempo dagli infermi prima che sia troppo tardi.

Il mare di fedeli segue il fercolo e si stringe intorno, in tanto in tanto il campanello del “superiore” suona per fermarsi, un addetto al comitato con tanto di abitino color porpora cinto di rosso e un grosso medaglione che staziona al centro del torso in cui sono effigiati i Santi martiri, sta sopra la “vara” raccoglie le offerte di denaro e le appunta sul nastro bicolore che avvolge le due statue.

Issa i bambini per avvicinarli e fargli toccare i simulacri dei Santi, i fedeli gli porgono anche dei pezzi di cotone da passare sul viso delle statue perché s’impregnino del loro potere di guarigione.

Questo potere taumaturgico i Santi lo avevano anche con l’acqua, era consuetudine, durante la processione palermitana, i devoti reggevano delle “quartare” riempite d’acqua e l’imboccatura era chiusa da un fastello di fiori i cui rami pescavano in essa, l’acqua benedetta successivamente servirà a guarire ogni tipo di affezione e, recitavano un’orazione:

“Lu Santuzzu d’i grazii cc’è chiddu chi nni scanza di danni cc’è”

E’ consuetudine dei palermitani che quando parlano dei Santi medici si riferiscono ad uno solo di loro, S. Cosimo, come in ugual modo riferendosi alla località rionale.

Il singolare culto dei fratelli medici s’infittisce a Sferracavallo intorno al 1840, dove la piccola comunità acquisisce i propri simulacri che annualmente porta in processione, e non rara che nelle fiancate delle imbarcazioni o nell’altarino casalingo o nelle edicole votive vi si mostri i due Santi medici nella loro classica iconografia.

Le due statue dei Santi in legno cipresso policromo, opera d’intaglio della metà del settecento d’artista siciliano sconosciuto, sono raffigurate con visi giovanili, e abbigliati con una specie di pallio, lunga toga da medico, gambe ignude e sandali ai piedi, reggono entrambi nella mano sinistra un cofanetto dove secondo l’iconografia, era una scatola contenente unguenti, nella mano destra portano un ramo di palma in argento sbalzato, cesellato ed inciso simbolo del loro martirio ed anche di rigenerazione e di immortalità.

Coronati con diademi d’argento sbalzato, cesellato ed incastonati da alcune pietre preziose, autorevole opera d’argentiere palermitano realizzata con i proventi delle offerte dei fedeli, i santi sono posti in mezzo a due “trionfi” raggianti in legno specie di stellario dove è posta l’illuminazione artificiale.

Esse poggiano su due distinti basamenti, anche se comunemente l’iconografia li vede uniti, in occasione della festa sono rimosse dall’altare maggiore della parrocchia e poste sopra nella stessa base del fercolo ligneo colorato d’azzurro per rappresentare il mare e trasportate per le vie del borgo, mentre una miriade d’uomini, donne e bambini tra pianti, ringraziamenti e invocazioni seguono la processione.

La vara guida la folla che si chiude intorno ad essa e sussulta al minimo cedimento dei portatori che accennano a farla barcollare, lo scampanellio della campanella arriva per un attimo di pausa e un sorso d’acqua e il cammino riprende.

E’ la fede oltrepassa i confini e varca l’oceano, il ritorno degli emigrati è l’occasione per manifestare la propria devozione, attraverso l’impeto di una promessa o trasmettere anche da lontano le proprie intenzioni con la partecipazione d’oboli.

Ormai estenuati i portatori riconquistano la chiesa e soffermandosi davanti al suo ingresso, per diversi minuti a chiusura della processione, inscenano la tradizionale “ballata ra’trasuta”, la folla attornia la “vara” e ad ogni suo movimento si allarga, si stringe, si sparge a destra e a sinistra, i Santi si muovono prima in alto poi in basso e con ondulazione che pare ricordare l’episodio della loro resurrezione dal mare, il tutto avviene tra le note fastose della banda musicale.

Un grandioso spettacolo pirotecnico, sparato dalla banchina del porticciolo, nei più svariati effetti luminosi tra “masculi e botti” che non devono mancare mai, per concludere i festeggiamenti in onore dei Santi Martiri protettori.

 

Forti della loro fede cristiana furono perseguitati e suppliziati dal proconsole Lisia affinché si sacrificassero agli dei di Roma.

Il fatto di proteggere i pescatori e i marinai è riferito ad una delle tante torture che subirono, prima di affrontare il martirio tramite la decapitazione che avvenne sotto l’imperatore Diocleziano, incatenati e gettati in mare, per intercessione Divina, uscirono salvi dalle acque, danzando allegramente tra lo stupore generale: da qui è nato un legame con le varie contrade marinare che si è mantenuto nel tempo.

Il loro culto dopo la morte si diffuse in occidente dando luogo ad una delle iconografie più complesse per i Santi non siciliani, ed esso va molto al di là del secolo XVII, tanto da essere ritratti tra i mosaici del duomo di Monreale.

Designati patroni dei Medici, dei chirurghi e dei farmacisti, fu esteso in seguito ai barbieri, praticanti della medicina minore in tempi passati, a loro si votarono molte confraternite, ed a Palermo se ne fondò una della maestranza dei barbieri nel 1564 attualmente vigente alla Noce.
Venerati alla Kalsa, a S.Pietro e presso il borgo di S.Lucia, il giorno della loro festa i devoti si trasferivano (u’viaggiu) presso la chiesa di quest’ultimi che stranamente era ubicata in un quartiere del rione del Capo, dove sicuramente il mare era ben lontano.

Era immensa la folla di devoti e dei curiosi che girovagando in chiesa e fuori pregando o custodendo, creavano afflusso: non mancavano gli inevitabili “turrunara” che vendevano un panetto di pasta melata dove sono rappresentati i Santi ad imitazione delle stampe che attirano la curiosità dei fanciulli che gli veniva regalato per devozione.

Da li venivano gli abitanti delle tre borgate marinare il quale s’incaricavano di trasferire i Santi simulacri con il loro fercolo processionale nei loro quartieri per onorarli in una sontuosa festa e la confraternita aveva solo obbligo di assisterli.

 

La confraternita fondata nel 1306 nell’antica chiesa dei SS. Cosma e Damiano presso la costituente Casa Professa che dovette abbandonare nel 1604 per ubicarsi definitamene presso la chiesa di San Rocco al Capo, e rimase li fino al 1970, anno in cui per questione di staticità si trasferì nella chiesa parrocchiale di S. Ippolito nel medesimo quartiere, dove tuttora vengono custoditi gli antichi simulacri, il sodalizio si è sciolto definitivamente.

Dal diciassettesimo secolo, l’Arcivescovo di Palermo di quel tempo, affidò i Santi ad una nuova sede che cadde sull’antica borgata marinara di Sferracavallo amena comunità di pescatori di Palermo, la scelta non fu casuale ma bensì voluta in quanto la nascente borgata era mancante di un santo patrono.