Il “Cannistro” dei “morti”, dolciumi a gogò per i bimbi palermitani.

675

Verso la fine del mese di ottobre, quando cadono le prime piogge e l’aria si fa più leggerina, a Palermo da antico tempo si organizza “la Fiera dei Morti”, puntualmente la zona dove veniva predisposta era quella del vetusto rione dell’Olivella.

cannistro

Organizzata con delle variopinte bancarelle che richiamano gli antichi suk arabi, offrono ai vari visitatori nonché ai genitori l’opportunità di potere acquistare giocattoli, vestiario, per prepararsi al giorno dei morti.

Questa tradizione palermitana (Palermo è l’unica città d’Italia dove si festeggiano i defunti…), la festa ha un origine e un significato che si collegano certamente ad antichi culti pagani e al banchetto funebre, un tempo comune a tutti i popoli indo-europei, di cui si ha ancora un ricordo nel “consulu siciliano” (era il pranzo che i vicini di casa offrivano, dopo che il defunto era stato tumulato, ai parenti che avevano trascorso).

I genitori nel regalare ai bambini dolci e giocattoli, riferiscono a loro che sono stati portati in dono dalle anime dei parenti defunti, siano essi nonni, zii, parenti prossimi o lontani, ai più piccoli del nucleo familiare.

Il concetto di ciò è doppio: offerta alimentare alle anime dei defunti e donazione simbolica, nei dolci a forma umana, come assicurazione alle anime dei defunti in maniera che, cibandosi di essi, è come se ci si mangiasse dei trapassati stessi.

All’occorrenza per ricordare tutto ciò è consuetudine atavica di approntare il tradizionale “Cannistru”, un cesto colmo di dolciumi di ogni genere ed in particolare i decanti “frutti di martorana” che ormai tutti ci invidiano e che è diventata famosa in tutto il mondo.

Cesto, da regalare ai bambini piccoli e, alla famiglia in particolare per festeggiare l’ingresso di una nuova stagione, anche i fidanzati regalavano alla fidanzata il cesto per l’augurio di continuità.

I più grandicelli che riuscivano a capire qualcosa si erano inventati una preghiera propiziatoria per richiedere più regali:

“Animi santi, animi santi,
Io sugnu unu e vuiautri síti tanti:
Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai
Cosi di morti mittitimìnni assai.”

Esso una volta esposto in casa, magari in un luogo dove possa essere osservato anche da parenti ed amici, e far mostra di sé per l’opulenza della sua preparazione, per alcuni giorni è consuetudine non toccare nulla di quello che è stato apparecchiato, saranno i giorni successivi prima del natale ad essere toccato per iniziarlo a disfarlo.

La sua presenza, anticamente si era convinti che desse un senso d’augurio e benessere per l’avvicinarsi dell’inverno.

Più delle volte per la sua preparazione si ci impiegano diversi giorni, un piccolo viaggio iniziava dalla scelta del cesto che diveniva il contenitore dove doveva essere allocato e allestito.

La ricerca è proprio tra le bancarelle che nascondono i venditori ambulanti di questa merce, qualcuno è venuto dalla provincia ed ha portato diversi cesti in vimini o materiali simili che ha lavorato tutto l’anno e attende proprio questo periodo per poterli vendere.

Ci sono cesti di varie misure e dimensioni, anche quella del cestaio è un’attività legata alla tradizione popolare, ormai da tempo ci sono quelli importati dall’industria, però non è la stessa cosa.

Questo indispensabile accessorio di tutte le misure e forme e di materiali diversi dal semplice giunco alla plastica.

Tradizionalmente la forma classica è quella rotonda e di una certa ampiezza e soprattutto di vimini, perché a chi l’osserva non deve apparire ridicolo, perché per i palermitani l’apparenza è un fattore fondamentale.

Selezionata la dimensione del cesto, bisogna riempirlo, la prima cosa che viene immessa al centro della sua capienza è la “pupaccena” celebre figura antropomorfica, cioè a forma umana, chiamata comunemente “i pupi ri zuccaru” o Pupaccena: una statuetta cava fatta di zucchero indurita e dipinta con colori leggeri con figure tradizionali (Paladini, ballerini ed altri personaggi del mondo infantile).

Tuttavia da tempo a questa parte si rammentano nuove forme come quelle di animale: cavalli, cagnolini, galli e tanti altri che, spesso richiamano i momenti attuali come la statuetta a forma di zucca che richiama la festa di “Halloween”, tanto per stare al passo con i tempi di altre culti.

La figura più popolare è un baldanzoso pupo di zucchero che raffigura il classico paladino, a cavallo e non, figura eroica dei mitici paladini del teatro popolare, che nella Sicilia orientale è scomparso del tutto, nella sua particolare produzione di questo manufatto di cui vanno fieri i dolcieri palermitani.

Al centro del cesto, adornato con carta colorata, viene sistemata “pupaccena”, che sovrasta il tutto con la sua imponenza silenziosa.

Attorniata ad essa viene disteso, come riempimento, un letto di “frutta secca”, primizie di stagione come: noci, mandorle, nocciole, castagne, fichi secchi e datteri, melograni, che capeggiano in bella vista.

Non deve assolutamente mancare “ù scacciù” un miscuglio di differente frutta secca composta da “calia” o ceci tostati, “simienza” con le sue varianti: con sale e senza, noccioline americane (arachidi), nocciole tostate (“nucciddi atturrati”), pistacchi secchi e salati, castagne secche (cruzziteddi), carrube secche, “favi atturrati” (fave tostate).

Ad adornare per continuità visiva, si ci mette dentro, fra le tante cose, una piccola bacca di colore verde “a murtidda”, nome dialettale riferita alla bacca del mirto nero (Myrtus communis) e, uno dei sette componenti che debbono essere presenti “nò cannistrù”.

Questa pianta nell’antichità era consacrata a Venere per i Romani, ritenuta anche un afrodisiaco, la presenza nel cesto vuole rappresentare una carica in più e, amore spirituale verso i cari estinti.

Sopra la frutta vanno posti i biscotti tipici che ci tramandarono le monache dei monasteri: taralli, quaresimali, reginelle, amaretti e quelli di “pasta di miele” ricoperti di glassa bianca comunemente detti e conosciuti come “ossa ri muortu” o italianizzato “morticini” perché per il loro aspetto vogliono rappresentare le ossicina dei morti.

La tradizione vuole che la notte tra il primo e il due novembre, si appoggino sul davanzale o sulla tavola o messi in evidenza sopra “ù cannistrù” affinché i defunti passando se ne cibano.

Ma principalmente “ù mistu” (u ruci mmistu): il dolce misto fatto da rimasugli di biscotti impastati una seconda volta, bianco per la velatura di zucchero e marrone per la presenza di cacao.

I Tetù o tatù sono dei biscotti tipici palermitani, è un dolcetto speciale per alcune ricorrenze, è il tipico biscotto che caratterizza il giorno dei defunti.

A Palermo, si chiamano “tetù e teio”, che tradotto vuol dire “tieni tu e tini io” per esprimere la golosità di questi biscotti immaginando dei bambini davanti ad un vassoio che si dicono a vicenda: tieni mangiane uno tu ed uno io fino ad esaurimento.

Per renderlo ancora più scintillante è sufficiente aggiungere dei cioccolatini e caramelle con carta stagnola di differente colorazione, confetti e filamenti di carta di diversi colori (adoperati dai fruttivendoli per valorizzare la frutta esposta), che debbono mettere in risalto la “frutta di martorana”.

Imitazione della frutta realizzata con farina di mandorle e zucchero, successivamente dipinta, sono spesso vere opere d’arte per la straordinaria somiglianza a quella vera: nespole, castagne, pesche, fichidindia, banane, albicocche, mele, fragole, caki, ciliegie, arance e tanti altri che riempiono il cesto.

Originariamente questa “frutta” non era collegata alla celebrazione dei defunti, nata a Palermo nel monastero della Martorana, fantasiosa opera delle suore benedettine, che vollero regalare qualcosa di particolare al vescovo che andò a visitare il loro monastero in periodo invernale, sorprendendo l’ospite con dei frutti fuori stagione.

Nel 1308 Papa Clemente V fu omaggiato con frutta di martorana sopranominata “reale” perché giustamente considerata regina della pasticceria isolana e palermitana.

Successivamente si è diffusa anche nel resto della Sicilia, varcando lo stretto è esportata in tutto il resto del mondo grazie agli emigranti siciliani.

Legata al simbolismo della trasgressione, gli zuccheri aiutano a superare i momenti bui e rallegrano il cuore, ecco perché si omaggiano il giorno dei trapassati.

Evidente che, nel tempo, a questa strenna in dolci si sono andati via, via aggiungendo altri regali, trasformando un culto che affondava le sue radici nel mondo pagano in una vera e propria festa, che i palermitani insaziabili, gradiscono molto.