Uguali ma diversi, la nuova prospettiva della Medicina di genere

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Intervista a Giovannella Baggio
Ordinario di Medicina di Genere, Università degli Studi di Padova
Direttore UOC di Medicina Generale, Azienda Ospedaliera di Padova
Presidente Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere

Che cosa si intende per Medicina di genere? Sulla base delle conoscenze fino ad ora acquisite quali sono le principali differenze tra uomini e donne nell’insorgenza e nell’evoluzione delle malattie?

Uomini e donne non sono uguali di fronte alle malattie. La Medicina di genere, o meglio la Medicina genere-specifica, è in tal senso rivoluzionaria perché non si limita a studiare le differenze tra maschi e femmine, uomini e donne, ma ne riconosce e valorizza le differenze e le similitudini: è in buona sostanza una medicina “equa” per tutti e due i sessi e per tutti e due i generi, in tal senso è innovativa nell’ambito del pianeta salute. La definizione migliore di Medicina genere-specifica scaturisce dalla stessa pratica clinica: il medico che entra in corsia dovrebbe chiedersi ‘come devo curare’ quest’uomo e ‘come devo curare’ questa donna? Oggi la medicina non può più permettersi di curare uomini e donne nello stesso modo: i dati della letteratura scientifica pubblicati negli ultimi anni evidenziano importanti differenze tra uomo e donna rispetto alle malattie, alla loro evoluzione e all’esito delle stesse, alla risposta e all’utilizzo dei farmaci. Perciò, la Medicina genere-specifica non va intesa alla stregua di una nuova specialità, piuttosto come una nuova dimensione del sapere medico che studia l’influenza del sesso e del genere sulle patologie per comprendere in che modo si manifestano e decorrono nei due generi rispetto alla sintomatologia, alla diagnosi, alla necessità di utilizzare farmaci diversi, agli esiti e, persino, rispetto alla prevenzione. Può sembrare un paradosso, ma è necessario ristudiare le patologie nell’ottica genere-specifica. La Medicina genere-specifica rappresenta una nuova prospettiva per il futuro della salute e cominciamo a saperne di più sulle differenze maschio-femmina. Per esempio, le donne guadagnano anni di vita ma con più malanni rispetto agli uomini ed è fondamentale capire perché questo accade. In ambito cardiologico, il più studiato negli ultimi vent’anni, sappiamo che nel primo anno dopo l’infarto le donne muoiono in misura maggiore rispetto agli uomini. Secondo la Boston University School of Medicine 1 donna su 6 è a rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer nel corso della sua esistenza, rispetto a 1 uomo su 10[1]. La Malattia di Parkinson è da 1,4 a 2 volte più frequente negli uomini che nelle donne[2]. Il tumore del fegato nelle donne progredisce più lentamente[3]; i disturbi d’ansia colpiscono due volte le donne più degli uomini[4], e rispetto a uno stimolo doloroso il cervello di un uomo si attiva diversamente da quello della donna. Questo, e molto altro, rende indispensabile che organi, funzioni e le patologie che li colpiscono vadano declinati e indagati al maschile e al femminile. Inoltre, essere donna ed essere uomo, al di là delle specificità biologiche, comporta ruoli socio-culturali differenti che rappresentano importanti variabili ambientali che meritano, oggi più che mai, di essere indagate rispetto all’insorgenza, all’evoluzione e alla gestione di una malattia.

Quanto è importante promuovere l’approccio di genere nei percorsi formativi universitari di medici e professionisti sanitari?

È assolutamente necessario e determinante sebbene l’approccio di genere, negli studi universitari come nelle sperimentazioni, muova adesso i primi passi. Pensiamo che la prima sperimentazione riservata alle donne venne avviata nel 2002 alla Columbia University di New York con l’istituzione nella stessa Università del primo Corso in Medicina di genere, dopo che la disciplina era stata finalmente inserita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’Equity Act stilato nel 2000. Nel nostro Paese, mentre in alcune Università sono stati attivati già Corsi sulla “Cardiologia di genere”, per altre specialità come l’Oncologia, ad esempio, siamo ancora indietro. A fronte di settori della Medicina dove c’è ancora molto da fare per quanto riguarda la ricerca di genere, in altri cominciamo a disporre di sufficienti dati scientifici che dovranno essere necessariamente trasmessi alle nuove generazioni di medici e ricercatori così da permettere loro di applicare le nuove conoscenze nella pratica clinica quotidiana. La Medicina di genere non può essere un percorso parallelo alla Medicina, bensì un motore di avvio in tutti gli ambiti del sapere medico: Medicina interna, Dermatologia, Reumatologia, Psichiatria e Neurologia, Cardiologia, Andrologia e Ginecologia, devono essere insegnate secondo una declinazione genere-specifica.
È importantissimo che le Scuole di specializzazione italiane si convertano nel senso di una Medicina genere-specifica. A tal proposito, voglio ricordare che nel 2010 al Parlamento Europeo di Bruxelles è stata approvata una legge, uguale a quella americana, che rende obbligatoria un’equa rappresentanza femminile (50%) nei trials per patologie cardiovascolari ed ictus, prime cause di mortalità femminile. Inoltre, desidero richiamare l’attenzione su due proposte di legge italiane depositate in Parlamento sulla Medicina di genere, presentate rispettivamente a firma dell’onorevole Delia Murer (assegnata alla XII Commissione Affari Sociali in sede Referente il 5 febbraio 2014) e degli onorevoli Pierpaolo Vargiu e Ilaria Capua (assegnata alla XII Commissione Affari Sociali in sede Referente il 25 settembre 2013) che, una volta votate, dovrebbero rendere obbligatorio l’insegnamento della Medicina genere-specifica nelle Facoltà di Medicina e nelle Scuole di specializzazione del nostro Paese.

Biblio:
1 Pubblicato in 2008 Alzheimer’s Disease Facts and Figures, in
http://www.kleinlab.org/documents/AlzAssnReport_2008FactsAndFigures.pdf.

2 Cfr. S.K. Van Den Eeden, C.M. Tanner, A.L. Bernstein, R.D. Fross, A. Leimpeter, D.A. Bloch, L. Nelson, Incidence of Parkinson’s Disease: Variation by Age, Gender, and Race/Ethnicity. American Journal of Epidemiology 157: 1015-1022, 2003.

3 F.Trevisani, G. Magini, V. Santi, A.M. Morselli-Labate , M.C. Cantarini , M.A. Di Nolfo, P. Del Poggio, L. Benvegnù, G. Rapaccini, F. Farinati, M. Zoli, F. Borzio, E.G. Giannini, E. Caturelli e M. Bernardi for the Italian Liver Cancer (ITA.LI.CA) Group, Impact of Etiology of Cirrhosis on the Survival of Patients Diagnosed With Hepatocellular Carcinoma During Surveillance. The American Journal of Gastroenterology 102:1022-1031, 2007.

4 Cfr. M. Altemus, “Sex Differences in Anxiety and Stress Response”, paper presentato alla Conferenza What a Difference an X Makes: The State of Women’s Health Research, 3 ottobre 2008, Washington, DC.; H.B. Howell, D. Castle, K.A. Yonkers “Anxiety Disorders in Women”, in J. Kulkami, K. Abel (a cura di) Mood and Anxiety Disorders in Women, pp. 59-74. Cambridge, Cambridge University Press, 2006; V.K. Burt, K. Stein, Epidemiology of Depression Throughout the Female Life Cycle. Journal of Clinical Psychiatry, 63: S9-S15, 2002.