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U SIMINZARU - II parte

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Una volta la produzione di “simienza” si lavorava al “naturale”, i semi di zucca rossa che si raccoglievano nelle campagne dopo che si erano vendute le zucche per la confettura si stendevano al sole “no chianu”, in città luoghi preposti per questo genere di lavoro erano “ù chianu da Marina, quello di Santu Nofriu o quello dell’Ammaciuni (alla Magione).
Alla sua stesura si procedeva nella scopata del marciapiede individuato, si spargeva e si rimestava con una pala di tanto in tanto, alla sera si ritirava e si poneva in sacchi di “juta”.
Dopo diversi giorni, dall’esposizione al sole, si raccoglieva e si salava con sale fino per produrre un tipo “salato”, quella senza sale (“grevia”), andava dopo l’asciugatura, riversata in commercio in sacchetti caratteristici.

Il suo binomio è la “calia” da cui deriva il sostantivo “caliari” abbrustolire, pratica ebrea di torrefare, ovvero da calore alcune pietanze tipo il pane, in questo caso i ceci, molto cari ai francesi, acquistati dai grossisti già secchi, al siminzaru non resta che tostarli.
Con il termine “calia” i palermitani quando debbono dare dell’ignorante ad una persona lo abbreviano dicendoci “gnuranti comi à calia”.
Per preparare la sua tostatura è necessario che si fornisca di un grosso pentolone “ù caliaturi” recipiente adatto per abbrustolire, dove vengono inserite sabbia e sale, il fuoco procurerà a riscaldare questo miscuglio e, quando è abbastanza caldo, vengono introdotti i ceci che il siminzaru provvederà alla “caliatura” con continui rimescolamenti finchè si creerà una patina bianca sul cece e, tutto sarà pronto.
Nello stesso modo vengono preparate le fave abbrustolite “caliate”, alla fine si aggiungeva dell’olio d’oliva per dagli lucentesca.
Questo genere di merce è stata eliminata per via della loro sodezza, in quanto qualcuno si preoccupava per i denti, alcuni ancora li tengono solo per il piacere di non fare perdere la tradizione.

Nei tempi antichi, il venditore di semi tostati gridava (abbanniava) “simienza”, era l’unico passatempo che i ragazzi gradivano “all’opra” (il teatrino dei pupi) tra una scena e l’altra, giravano con delle ceste di vimini divisa in quattro scompartimenti e con tanto di manici, accompagnati da un ragazzo, “u picciuteddu” che si destreggiava tra la folla per accontentare gli avventori o per strada esaltavano la loro merce con una esuberante illustrazione: “caura è, caura ci l’aiu”, i viandanti al suo richiamo si sentivano attratti e facilmente acquistavano.

Nei giorni di festa o per il “festino di Santa Rosalia”, come riferisce il Pitrè, si trasformava in una specie di modello di barca o vapore con tanto di vele, bandierine e bubbole di carta colorata.

Cose di altri tempi che fanno piacere ricordare, ma la cosa che più dispiace che questo vecchio passatempo sta per scomparire, ma no nei sentimenti di noi palermitani.


©Carlo Di Franco per PalermoWeb.com

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