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Il giorno della processione, prima che il simulacro
venga sistemato sulla “vara”, il gruppo delle consorelle, istituito nel
1960 e riformato nel 1986, che dispone di un proprio vessillo e sfila in
processione con un proprio abitino, provvede alla vestizione della statua,
smontando l’abbigliamento “casalingo” tenuto fino a quel momento per
abbigliarla con abiti più eleganti.
Cinque mantelli di velluto nero sono annoverati nel
ricco ed elegantissimo guardaroba dell’Addolorata, oltre a varie vesti e
sottovesti con tanto di merletti e ricami che adornano la biancheria intima;
il tutto viene conservato con gran cura dalla confraternita.

L’Addolorata procede in processione su una
macchina processionale (la “vara”) dipinta di nero che reca i simboli
della passione. Troneggia con il suo manto di velluto nero, uno stellare
d’argento dorato a raggiera le cinge il capo, il volto sbiancato come la
cera, listata a lutto nella sua tradizionale veste viola. Fra le mani giunte
in preghiera detiene un fazzoletto di pizzo, mentre sul petto un pugnale
d’argento Le trafigge il cuore.
Il Cristo, deposto all’interno di un’urna dorata, marcia tra la folla,
affiancato da alcuni uomini in arme il cui costume richiama l’armatura dei
paladini, definiti dal popolo “giudei”
o “traditori” per aver ucciso Gesù.
Il
fercolo in cui è adagiata l’urna, la cui “vara” è di una ricercatezza
singolare, fu realizzato nel 1934 da un artista di nome Manfrè, dedito al
Cristo morto.
L’artista, oltre ai vari decori in rilievo, volle
impressionarvi anche i simboli della passione: il gallo, i chiodi, il
martello, la scala ecc…
In origine l’arca conteneva un simulacro di
cartapesta con braccia pieghevoli che, successivamente sostituito, fu donato
alla confraternita della Mercede al Capo.

L’attuale Cristo, rielaborato dal professor Vincenzo Partinico
nel 1987, utilizza un Crocifisso di legno presente in una cappella della
chiesa del Lume.
Il Cristo morto viene sorretto a spalla da diversi confrati devoti all’urna, anch’essi vestiti di scuro corvino e, nonostante
il peso, da essi non traspare lo sforzo cui si sottopongono, e la fatica non
indebolisce il loro infervoramento.
Entrambi i simulacri a sera fanno ritorno in chiesa.
I confrati, esausti ma contenti e paghi nel
loro spirito alla devozione, con la consapevolezza di aver rinnovato una
tradizione sorta oltre due secoli fa, si preparano all’appuntamento dell’anno
successivo...
©Carlo Di Franco per PalermoWeb.com
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