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LA SETTIMANA SANTA A PALERMO [III parte]

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Il giorno di Pasqua è un tripudio per la famiglia palermitana, la mattina per i componenti il nucleo familiare era consuetudine sfoggiare l’abito nuovo, la passeggiata era invitabile, le mete erano il giardino “Inglese” o a piazza Marina, quest’ultimo luogo deputato a giostre dove i bambini si sarebbero sicuramente divertiti.
Una delle principali attrazione della festa di resurrezione è la fiera dei giocattoli, “a fiera di Pasqua”.

Essa si svolgeva nell’immensa piazza Castello, un grande semicerchio di baracche di legno, dentro a cui di giorno e di sera, pigiasi una folla enorme, tutto intorno è un pandemonio, bimbi che corrono di qua e di là per accattivarsi il giocattolo preferito.

E’ uno strepito infernale di fischietti, di corni, di tamburelli e di trombette, è un vociare, un gridare, uno schiamazzare incessante, in questa baraonda c’è chi si diverte.
Era il pranzo che aggregava tutti i familiari ed amici, i giorni di quaresima si era provveduto a mangiare “a precetto”, ma Pasqua si celebra a tavola, per tradizione non doveva mancare il capretto o l’agnello, arrostiti alla brace o in modo classico “agglassati” con le patate, oppure al forno, era abitudine che si mandava a cuocere dal “furnaru”.

La carne di capretto assai più delicata di quella dell’agnello, che ha un gusto piuttosto forte ed un odore acre, non sempre piacevole, chi non poteva si accontentava dello “spezzatino” contornato da tante patate.

I primi solitamente erano due: la pasta con la “coratella” di capretto, cioè l’insieme delle interiora dell’animale, comprendente cuore, fegato, polmoni, rognoni e trachea in umido o la classica pasta con la salsa di estratto di pomodoro con la carne “capuliata”.

Una volta si festeggiava Pasqua mangiando uova sode, perché l’uovo come simbolo per eccellenza della nascita e per conseguenza della rinascita di Cristo, si regalavano i “pupi cù l’ovu”, oggi ci sono soltanto quelle di cioccolato.

Da un retaggio del pupattolo con l’uovo sodo, che assumeva la forma di uccello, ci viene la “colomba” personificazione della tradizione ebraica pasquale.
Secondo l’uso, mangiavano agnello o capretto e poi un dolce, a forma di colomba, per simboleggiare lo Spirito Santo.

In tempi moderni, periodo dell’industrializzazione, si provò a produrli in serie i primi furono la “Motta e l’Alemagna” imprenditorie dolciarie.

Ma il dolce per eccellenza resta la “cassata alla siciliana”, come non deve mancare le “picureddi” di pasta di mandorle teneramente adagiate su un verde prato di erbetta finta e disinvoltamente munite di una bandierina rossa, simbolo del sangue versato, con una stellina d’oro personificazione del Redentore Resuscitato.


©Carlo Di Franco per PalermoWeb.com

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