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79, Naomi klein: crescere local, pensare no global E’ impressionante pensare come una giornalista del Canada, nata nel 1970, possa essere riuscita con un solo libro a sconvolgere il mondo, rivoluzionare il modo di intendere i rapporti all’interno della società attuale e proporre un orientamento nuovo all’analisi dei comportamenti sociali. Dalla sua biografia, si evidenzia certo un’adolescenza irrequieta e segnata sicuramente dal fatto che entrambi i genitori, per protesta nei confronti della guerra in Vietnam, lasciano improvvisamente gli Stati Uniti d’America. Inoltre, le tensioni adolescenziali sembrano percorrere la classica via dell’impegno sociale che la Klein, da giovane, mantiene nel partecipare a gruppi che si muovono per il riconoscimento dei diritti della persona al di là di appartenenze di razza, genere e sessualità. Non so come possa avere reagito nel leggere che il famoso the observer ha definito il suo libro “l’equivalente del capitale di Marx” . Certo, si sarà ricordata che il suo volume, che a tutt’oggi ne ha fatto di lei l’icona assoluta del movimento no-global, è nato attraverso quelle tensioni emotive che l’hanno condotta per ben quattro anni a stabilirsi in Indonesia, America latina, Filippine, Niger alla ricerca di una verità senz’altro scomoda per qualcuno. Un punto di vista sul capitalismo contemporaneo come definibile dal valore dato al marchio. Infatti, secondo la Klein, la nostra è l’epoca del marchio. I logo sono dovunque. Quasi senza che ce ne rendiamo conto invadono gli spazi fisici dove viviamo ma anche quelli più nettamente psicologici: il nostro spazio mentale. Un logo diviene la rappresentazione di una tendenza di vita, di una filosofia di pensiero, di un modo di essere e di appartenenza ad uno specifico gruppo. Definisce, in questo modo, le coordinate psichiche di riferimento di ognuno e l’attivazione emozionale che regola i rapporti con il proprio sé più intimo e con gli altri. Il logo può assurgersi a divinità nel momento in cui il non possederlo scatena dipendenza e desiderio irrefrenabile di acquisto. Nella società contemporanea il gusto, i valori e le relazioni sono definiti dai marchi. Non si acquista più un prodotto ma l’emozione che è in grado di attivare che, quasi sempre, accade contemporaneamente all’attivazione dell’Io indotto al livellamento culturale verso standard artificiali. No logo, il titolo del saggio della Klein, mostra che il valore dato all’immagine e alla mercificazione dei corpi ingloba ogni identità facendone sostanza di ampliamento di una globalizzazione che produce griffe uguali per tutti. Scopre e rivela, così, che la rivoluzione del mercato e la delocalizzazione dell’industria sulla quale si fonda il neoliberismo si basa essenzialmente sullo sfruttamento che la griffe cela: operai e donne pagati con una tazza di riso o con due dollari per 10-12 ore di lavoro in fabbriche-lager. Rivelando la terribile verità che si cela dietro i grandi marchi, la giornalista canadese ci conduce a riflettere sulla società occidentale attuale. Un mondo dove lo shopping è diventato l’unico mezzo di espressione. E’ cosa ancor più grave, espressione dei sentimenti più intimi. Una tendenza al possesso del marchio per ottenere quel senso di gratificazione e benessere che il logo suscita psicologicamente. Secondo noi, al di là di posizioni politiche e schieramenti a favore o contro la globalizzazione, è indubbio che le firme hanno generato un mondo non corrispondente al vero, dove il senso di bellezza, successo e potere è definito dall’acquisto del prodotto con ‘quel’ marchio che permette in questo modo di tollerare, anche se per poco tempo, la vera ed estrema disuguaglianza che, oggi, tutti vivono, misurata non solo dal divario di redditi economici sempre più bassi, ma anche, dalle concrete possibilità negate all’individuo di espressione dei propri talenti e delle proprie competenze. E.W.
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