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91, SICUREZZA E CONDIZIONI CRIMINOGENE: LA GRANDE PAURA Mentre una ricerca della collega Sherry Anderson, condotta in molti paesi occidentali, ha rivelato che il 35% degli Italiani fa parte di un nuovo gruppo socioculturale, definito ‘creativi culturali’, la cui caratteristica essenziale è quella di vivere dentro un sistema di valori e di comportamenti completamente nuovi, quali lo sviluppo personale, la ricerca interiore, la spiritualità, l’ecologia, la solidarietà, il dialogo tra culture diverse, ritorna, preponderante, la preoccupazione verso gli stranieri che, nel nostro paese, commettono azioni criminali. A questo proposito, senza entrare nel merito delle vicende che, proprio in queste ore, impegnano i parlamentari nel proporre soluzioni anche drastiche, a nostro avviso, per una presa di coscienza del problema etnico, occorre anche soffermarsi sui percorsi mentali che generano categorizzazioni cognitive e fatti emozionali in bilico tra sicurezza e improbabilità. Ad esempio, la giornalista Rula Jebreal, nel suo libro ‘Divieto di soggiorno’, presenta storie di immigrati andando oltre gli stereotipi e i luoghi comuni, manifestando l’esigenza di Italia come plurale ricca di culture diverse. Sulla stessa scia, Lilli Gruber, nel libro ‘figlie dell’Islam’ci fa comprendere aspetti, per noi occidentali assurdi, quali il valore del turban nel muovere la determinazione delle donne musulmane. In un mondo tenente alla globalizzazione ed all’abbattimento di frontiere si mescolano e confrontano tra loro non solo diverse culture e diversi modi di intendere la comunità ma, anche, diverse soggettività, credenze, diversi modi di rapportarsi. Attualmente siamo impegnati nella discussione sulla sicurezza in Italia e la popolazione si manifesta divisa; da un lato chi attribuisce l’emergenza sicurezza, eccessive azioni criminali e delitti efferati commessi dagli “stranieri” e , dall’altro lato, altrettanto determinati, chi sottolinea come analoghe azioni criminalità sia compiute anche dai nostri connazionali e soprattutto che delitti soggettivi non giustificano punizioni collettive. In realtà, in Italia, si sta assistendo ad un fenomeno di esaltazione della notizia, dove, non solo i tg ma, anche, i talk show creano dalla notizia il caso, dove la cronaca nera diventa spettacolarizzazione dei particolari a scapito del rispetto di fronte la morte di bambini strappati troppo presto alla vita, ragazze violentate, donne trucidate, coppie di anziani massacrati. Ma ciò che accade dentro, posti passivi spettatori al noir fresco di giornata, non è quella assuefazione che percepiamo. La mente, quando viene sottoposta ad un’interazione massiva con stimoli violenti, adotta un meccanismo volto alla protezione. Il male è qualcosa che spaventa atavicamente, così come la violenza prossima, poiché ci sentiamo più vulnerabili e fragili prendendo contatto con la finitezza della vita. Espellere la violenza e circoscriverla a gruppi etnici specifici, aiuta a ridimensionare la paura e controllarla. Ma, nel nostro paese, secondo l’Istat 2007, un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno. Mangiamo e mastichiamo violenza tentando di difenderci motivandola con la differenza culturale ma la violenza non si origina dalla cultura, per quanto diversa possa essere, né da usi e costumi paralleli ai nostri, la violenza si origina dal crollo di quel limite interno che ci fa riconoscere negli occhi dell’altro vita, dolore, speranza, paura, la violenza, l’efferatezza, si compie quando cede il meccanismo dell’identificazione con un altro essere umano. E.W. & D.R.
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