Una ciocca di capelli e messaggi segreti in due
ampolle.
Scoperta a Palermo la tomba di una “Repentita”, ex
cortigiana diventata monaca. Alla luce la cripta del convento
cinquecentesco, con altare e sepolture.
PALERMO 11.04.2005
Come per la protagonista del romanzo “Dell’amore e di altri
demoni” di Garcia Marquez, di lei è rimasta soltanto una ciocca di
capelli, oltre a due ampolle di vetro che custodiscono messaggi
ancora sconosciuti, probabilmente di affidamento e raccomandazione
al Signore.
Per il resto, solo cenere.
Era la Madre Badessa del convento di Santa Maria
la Grazia, meglio noto come convento delle Repentite (Ree Pentite,
le ex prostitute diventate monache), morta nel 1782. La sua tomba
è venuta alla luce nel cuore della Palermo antica, in via Divisi,
insieme all’intera cripta cinquecentesca dove sono seppellite in
una fossa comune le altre religiose.
La scoperta è stata fatta dall’ufficio tecnico
dell’Università, che stava per realizzare i servizi igienici a
corredo di un’aula, ed è stata presentata stamattina alla stampa:
presenti, tra gli altri il rettore Giuseppe Silvestri, il
prorettore all’Edilizia Salvatore Di Mino, il capo dell’ufficio
tecnico Antonino Catalano, i dirigenti della Soprintendenza ai
Beni culturali Matteo Scognamiglio e Francesca Spatafora, numerosi
docenti dell’ateneo.
Oggi il complesso - dove sono ancora visibili la
facciata con il portale e le finestre goticheggianti, alcune
colonne originarie e il tetto dipinto di quella che era la navata
della chiesa annessa al convento - ospita infatti alcuni
dipartimenti dell’Università.
Dentro la cripta, oltre alla tomba della Madre
Badessa, identificata da una lapide, c’è un bell’altare
seicentesco affiancato da mattonelle originali che riproducono le
figure di San Francesco e, presumibilmente di Santa Chiara (o
forse della fondatrice del convento). Questa figura femminile
tiene in mano una pisside con dentro l’ostia, e sull’ostia è
disegnata una piccola scena intorno a una Croce, probabilmente
simbolo di pentimento.
Tutt’intorno, le panche dove venivano appoggiati
i corpi delle defunte, secondo un'antica tradizione religiosa che
- come nel famoso convento dei Cappuccini di Palermo - prevedeva
il prosciugamento dei cadaveri prima della sepoltura. Dalla cripta
si apre una seconda botola dove si trova la fossa comune delle
altre monache. Le due ampolle trovate ai piedi della bara della
Madre Badessa, ritrovamento del tutto eccezionale, non sono state
ancora aperte perché gli specialisti temono che, a contatto con
l’ossigeno dopo tre secoli, la pergamena possa danneggiarsi.
Si stanno studiando dunque, d’intesa con la
Sovrintendenza ai Beni culturali, le soluzioni più idonee a
estrarre il contenuto senza danni. La scoperta è avvenuta per
caso. Eliminando le piastrelle del pavimento e il sottostrato, si
è reso evidente il volume di una volta, e quindi si è fatto largo
il sospetto che esistesse ancora la vecchia cappella sotterranea.
L’intuizione si è rivelata fondata. Una volta rimossi i quintali
di terriccio e di materiali di risulta forse esito di precedenti
lavori compiuti intorno al 1960, la cripta, grande circa sedici
metri quadrati, è venuta alla luce. “Finiti i lavori - dice il
rettore Silvestri - il luogo sarà visitabile: un altro tassello
che si aggiunge al patrimonio culturale della città”.
La storia delle Ree Pentite (anche dette
Repentite) è estremamente affascinante, oltre che curiosa: queste
ex cortigiane che si erano ritirate a vita monastica venivano
infatti mantenute dal Senato palermitano con i ricavati di
un’imposta che le prostitute in servizio dovevano pagare se
volevano vestirsi - al pari delle donne oneste - con abiti di seta
e di oro. Ma, prima che dalle Repentite, il convento di via Divisi
(fondato nel 1524 da suor Francesca Leonfante, mentre la chiesa
risale al 1512, costruita dal chierico Vincenzo Sottile) era
abitato da monache olivetane.
Morta la fondatrice e passate in altri conventi
le monache, l’arcivescovo stabilì - come racconta Gaspare Palermo
- che “in quel luogo venissero raccolte le donne che dal
pentimento de’ loro trascorsi potessero chiamarsi Ripentite”.
La chiesa, poi, fu rinnovata e abbellita tra il
1697 e il 1698.
Laura Anello