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Crocifissi ritrovati


Il Rettore Silvestri


La tomba e le ampolle


La lapide
In questo sepolcro giace il corpo della Reu Madre S. Ignazia di Gesu Squatrito quale nacque al 1706 si chiamò nel secolo D. Lauria Squatrito mori di anni 76 A. 8 aprile del 1782.”

Scoperta a Palermo la tomba di una “Repentita”, ex cortigiana diventata monaca
Una ciocca di capelli e messaggi segreti in due ampolle.
Scoperta a Palermo la tomba di una “Repentita”, ex cortigiana diventata monaca. Alla luce la cripta del convento cinquecentesco, con altare e sepolture.

PALERMO 11.04.2005
Come per la protagonista del romanzo “Dell’amore e di altri demoni” di Garcia Marquez, di lei è rimasta soltanto una ciocca di capelli, oltre a due ampolle di vetro che custodiscono messaggi ancora sconosciuti, probabilmente di affidamento e raccomandazione al Signore.
Per il resto, solo cenere.

Era la Madre Badessa del convento di Santa Maria la Grazia, meglio noto come convento delle Repentite (Ree Pentite, le ex prostitute diventate monache), morta nel 1782. La sua tomba è venuta alla luce nel cuore della Palermo antica, in via Divisi, insieme all’intera cripta cinquecentesca dove sono seppellite in una fossa comune le altre religiose.

La scoperta è stata fatta dall’ufficio tecnico dell’Università, che stava per realizzare i servizi igienici a corredo di un’aula, ed è stata presentata stamattina alla stampa: presenti, tra gli altri il rettore Giuseppe Silvestri, il prorettore all’Edilizia Salvatore Di Mino, il capo dell’ufficio tecnico Antonino Catalano, i dirigenti della Soprintendenza ai Beni culturali Matteo Scognamiglio e Francesca Spatafora, numerosi docenti dell’ateneo.

Oggi il complesso - dove sono ancora visibili la facciata con il portale e le finestre goticheggianti, alcune colonne originarie e il tetto dipinto di quella che era la navata della chiesa annessa al convento - ospita infatti alcuni dipartimenti dell’Università.

Dentro la cripta, oltre alla tomba della Madre Badessa, identificata da una lapide, c’è un bell’altare seicentesco affiancato da mattonelle originali che riproducono le figure di San Francesco e, presumibilmente di Santa Chiara (o forse della fondatrice del convento). Questa figura femminile tiene in mano una pisside con dentro l’ostia, e sull’ostia è disegnata una piccola scena intorno a una Croce, probabilmente simbolo di pentimento.

Tutt’intorno, le panche dove venivano appoggiati i corpi delle defunte, secondo un'antica tradizione religiosa che - come nel famoso convento dei Cappuccini di Palermo - prevedeva il prosciugamento dei cadaveri prima della sepoltura. Dalla cripta si apre una seconda botola dove si trova la fossa comune delle altre monache. Le due ampolle trovate ai piedi della bara della Madre Badessa, ritrovamento del tutto eccezionale, non sono state ancora aperte perché gli specialisti temono che, a contatto con l’ossigeno dopo tre secoli, la pergamena possa danneggiarsi.

Si stanno studiando dunque, d’intesa con la Sovrintendenza ai Beni culturali, le soluzioni più idonee a estrarre il contenuto senza danni. La scoperta è avvenuta per caso. Eliminando le piastrelle del pavimento e il sottostrato, si è reso evidente il volume di una volta, e quindi si è fatto largo il sospetto che esistesse ancora la vecchia cappella sotterranea. L’intuizione si è rivelata fondata. Una volta rimossi i quintali di terriccio e di materiali di risulta forse esito di precedenti lavori compiuti intorno al 1960, la cripta, grande circa sedici metri quadrati, è venuta alla luce. “Finiti i lavori - dice il rettore Silvestri - il luogo sarà visitabile: un altro tassello che si aggiunge al patrimonio culturale della città”.

La storia delle Ree Pentite (anche dette Repentite) è estremamente affascinante, oltre che curiosa: queste ex cortigiane che si erano ritirate a vita monastica venivano infatti mantenute dal Senato palermitano con i ricavati di un’imposta che le prostitute in servizio dovevano pagare se volevano vestirsi - al pari delle donne oneste - con abiti di seta e di oro. Ma, prima che dalle Repentite, il convento di via Divisi (fondato nel 1524 da suor Francesca Leonfante, mentre la chiesa risale al 1512, costruita dal chierico Vincenzo Sottile) era abitato da monache olivetane.

Morta la fondatrice e passate in altri conventi le monache, l’arcivescovo stabilì - come racconta Gaspare Palermo - che “in quel luogo venissero raccolte le donne che dal pentimento de’ loro trascorsi potessero chiamarsi Ripentite”.

La chiesa, poi, fu rinnovata e abbellita tra il 1697 e il 1698.

Laura Anello

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