GANDHI. TEORIA E PRATICA DELLA NON VIOLENZA

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“Le generazioni a venire, forse,
a fatica crederanno che un individuo come questo,
in carne e ossa, camminò su questa terra”

Albert Einstein parlando di Gandhi

Il 15 agosto 08 è stato reso noto per intero l’audio di un messaggio del grande maestro spirituale con un ampia campagna pubblicitaria che ha visto coinvolti i maggiori quotidiani italiani e il sito www.avoicomunicare.it. Un’omaggio alla riflessione di tutti.

Ma chi era Gandhi?

Il maestro indiano è stato un capo spirituale che ha fornito insegnamenti di pace e fratellanza e che politicamente ha dato vita alla lotta senza dubbio più rivoluzionaria: quella della non violenza.

Nel 1919, inizia la prima campagna di non violenza ma di disobbedienza contro il colonialismo britannico. Gandhi sarà più volte incarcerato.
Tuttavia, ha vissuto coerentemente con ciò che predicava: umilità, perseveranza, verità.

I presupposti base della sua dottrina si basano sulla capacità di amare gli altri, se stessi e Dio. Un Dio che trascende la cornice data da tutte le religioni, poiché, la fede non può che portare all’amore.

Scrive: “la vera moralità non consiste nel seguire il sentiero battuto, ma nel cercare ciascuno la propria strada e nel seguirla senza esitazioni”. Seguire la propria strada, significa, quindi, non preoccuparsi del risultato dei propri sforzi, i pensieri sono solo da ascoltare ma non da perseguire. Questo distacco dalla propria mente, che è una regola, deve essere applicato anche nei confronti dei ripensamenti e degli errori fatti nel passato, ovvero, “può accadere di inciampare e cadere, ma occorre rialzarsi e continuare il cammino”.

Inoltre, l’uso più saggio che si può fare della propria mente è quello di imparare a regolare l’energia del pensiero, come specifica lui stesso quando dice “dovremmo pensare i pensieri giusti nel momento giusto […] il potere di autosuggestione è così forte che un uomo finisce per diventare quello che crede di essere. Se alimentiamo in noi l’idea della forza, diventeremo di giorno in giorno più forti”.

Questo sta a significare che i pensieri della mente possono divenire una prigione.

Una prigione che ci pone costantemente in ostaggio della continua ansia di dimostrarci migliori, schiavi di una reattività capricciosa e dei desideri egocentrici. Prigionieri del nostro ruolo. Succubi dell’opinione che gli altri hanno di noi. Vittime del nostro bisogno di farci accettare.

L’ego che governa la mente è alla radice di ogni forma di sofferenza, ci dà l’illusione di agire liberamente, ma in realtà siamo in balia dei suoi desideri. Quando una persona non riesce a distanziarsi dai suoi pensieri ciò significa che l’ego lo ha reso cieco confinandolo un una cella d’isolamento. L’ego è il ceppo che ci tiene ancorati nella dimensione fisica impedendoci la crescita spirituale.

Secondo le dottrine orientali e della Kabbalah, i pensieri non scaturiscono dalla parte fisica del cervello. Il cervello viene inteso come una sorta di radio che trasmette i pensieri alla mente razionale. Esistono due fonti distinte che generano i pensieri: la forza della luce e la forza dell’oscurità. Per questo motivo, occorre ascoltare i propri pensieri ma non esserne succubi in modo che si possano percepire i flebili segnali provenienti dalla luce.

Ma l’arte di vivere, per Gandhi, si realizza soltanto quando l’uomo è in grado di vivere in fratellanza con il proprio prossimo. Praticare la benevolenza e l’amicizia eliminando dai propri comportamenti ogni traccia di egoismo. E’ necessario, quindi, evitare di giudicare gli altri ma cercare di capirli, mettendosi nel loro punto di vista. Il giudizio è nemico dell’unità. Invece di prestare attenzione agli errori degli altri sminuendo i propri bisogna imporsi l’indulgenza per rivelare amore e luce.

Da ciò la considerazione più importante fatta da Gandhi: “la violenza va affrontata con la bontà” .

A chi ci procura male e sofferenza bisogna rispondere con il bene; il bene disarma e predispone l’altro all’amore e all’ascolto.

Il bene può rendere il mondo migliore.

La qualità più alta nel praticare il bene è il perdono. Ma perdonare per Gandhi non significa rinunciare passivamente a reagire. Il perdono è una forza attiva che può conquistarsi solo nel momento in cui siamo in grado di perdonare noi stessi e la nostra natura umana.

Tutto ciò che di negativo si vede nell’altro non è altro che un residuo di male che ancora è nascosto dentro di noi.

Attaccando l’altro, in fondo, non facciamo altro che attaccare noi stessi.

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