GENERAZIONE GREGARIA: I DATI DI PSICOLOGIA E DINTORNI

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Nella mia esperienza umana e di psicologo professionista, l’impressione che più spesso ho riportato dagli incontri con le persone è che oggi, molto più di ieri, c’è un immenso bisogno di certezza.

Le persone che mi hanno parlato di sé e dei loro problemi, così come le persone che hanno scritto, portavano dentro le medesime domande: “qual’ è il senso della mia vita ?”, “perché non vengo amato?”, “perché mi sento costretto a fingere un ruolo con gli altri?”, “perché non mi sento realizzato?”.

Oggi, siamo in molti a non sapere bene che senso dare a questa esistenza, come dare un significato, un obiettivo realmente sostenibile all’esperienza quotidiana.

Anzi, molto spesso, la sensazione che si vive è quella di un’oppressione costante dovuta ad un ingranaggio sociale che sembra annientare la volontà, spingendoci a vivere col solo scopo di arrancare per arrivare a fine mese.
Così, a fine giornata, ci si siede davanti alla tv o internet, o ci si immerge nel rituale dell’aperitivo, come per cercare un narcotico che faccia dimenticare la tremenda emozione chiamata delusione.

Ma delusione di cosa?

Molte confidenze di persone conosciute e sconosciute mi hanno dato l’impressione che al di là di un malessere generale derivante dai fattori sociali e dall’oramai indubbia crisi economica, in tutti, era evidente il medesimo problema: non riuscire ad accettare se stessi.
Ma non la mancata accettazione di quella parte di sé che arrogante, furiosa, determinata, spinge verso la realizzazione, e nemmeno di quelle caratteristiche intime che portano a chiedere amore e affetto.

Il problema di fondo che accomuna molte persone è il non riuscire letteralmente ad accettare il senso di fallimento.

Ma fallimento di cosa?

Chi ha passato da molto i cinquanta si stupisce nell’osservare i problemi che le persone vivono oggi e la loro infelicità.

Tendono a dire: Il mondo è cambiato e ciò che un tempo gratificava oggi non gratifica più. Oppure, questa generazione vive numerosi vantaggi, ma deve gestire anche i problemi di un mondo, soprattutto quello occidentale, oramai al tracollo.

Le analisi psicologiche ammettono come non sia rimasto molto di autentico nell’uomo moderno, anzi, la vita sembra essere più un verso che qualcosa di credibile.

La stessa Elena Pulcini, docente di Filosofia Sociale all’università di Firenze, formatasi anche sugli scritti della psicologia del profondo, considerata una tra le pensatrici contemporanee che meglio di altri ha ampliato la riflessione sui rapporti tra soggettività e legame sociale, dice:

“privo di legami emotivi con gli altri, l’uomo [ – contemporaneo -] senza passioni è sempre in corsa, mosso da un desiderio insaziabile che tenta di colmare senza riuscirvi perché l’essenza del desiderio, al contrario della passione, è il vuoto. L’unica passione che prova è quella del benessere, del consumo che lo porta a coltivare l’invidia per quello che gli altri hanno e che lui ritiene di potere avere”.

Infatti, i modelli diffusi negli anni dell’ostentato benessere economico hanno soltanto prodotto figure prive di senso, scialbe e degradate. Persino le ideologie politiche, portabandiera della liberazione dell’uomo, hanno mostrato i germi della totale disillusione, dell’inganno e dell’arrivismo.

Dunque, un’intera generazione, smarrita ed incerta, porta con sé paure e bisogni comuni, ricerche e domande inammissibili.

Soprattutto queste aleggiano nell’aria: Quale futuro? Cosa facciamo? Come facciamo? Dove andremo a finire?

Anni fa, RobertoVacca scriveva un libro considerato oggi profetico “Il medioevo prossimo venturo” dove immaginava che il mondo sarebbe finito per la disorganizzazione totale dovuta all’eccessiva complessità di un sistema sfuggito al controllo dell’uomo stesso.

Provo, quindi, a osservare per un istante, con gli occhi liberi da ogni contaminazione, il mondo che ci circonda.

Un mondo pieno di paure reali e immaginarie che assediano tanto da produrre una forma di consumismo tra le più redditizie: l’uso di psicofarmaci.

Un mondo che sostiene di produrre ricchezza ma che non migliora la qualità della vita, poiché, gli obiettivi economici mondiali non coincidono con gli obiettivi che interessano il privato di ognuno.

Un mondo dove la politica sembra essere estranea ai problemi reali che assillano l’individuo:

avere un posto di lavoro
proteggersi dall’irrazionalità diffusa
consumare i pasti a prezzi accessibili.

Sembra che nessuno pensi per davvero al futuro e che il domani collettivo possa soltanto peggiorare.

Mi chiedo, allora, se ha senso, oggi, parlare di una ricerca di una vita individuale più serena e se serve davvero cercare di resistere creativamente a questo collasso.

In libreria, trovo un recente testo scritto da Francesco Delzio che scopro essere per certi versi rivelatore. Scopro anche che ha scatenato una serie di polemiche per l’analisi nuda e cruda della realtà di oggi e che molti lo considerano il manifesto di una generazione.

Secondo l’autore, un’intera generazione, definita Tuareg che accomuna una vasta fascia di età, sedici-quaranta, è persa. I Peter Pan vivono dei problemi dovuti essenzialmente al collasso delle certezze e delle tappe di vita che avevano reso sicuri, protetti e felici le generazione precedenti.

Avere un lavoro stabile, sposarsi, mettere al mondo dei figli con la certezza di poterli campare, acquistare la propria casa, la macchina, la seconda casa, il matrimonio dei propri figli, i nipoti, ecc. ecc., risultano essere, oggi, soltanto delle isole di memorie di un passato lontano e non tappe e obiettivi realmente raggiungibili (tranne per i figli di o gli amici di).

Questa generazione, però, secondo l’autore, nonostante le difficoltà che affronta, non si è ancora resa conto che gli obiettivi delle generazioni passate, non solo non sono più raggiungibili, ma non potranno mai essere raggiunti, nemmeno nel futuro.

Da ciò, ciascuno dei trenta-quarantenni contemporanei, vive, pensa, si comporta e si muove nel tentativo di raggiungere questi scopi, nella realtà, però, vive, pensa e prosegue in un arido deserto. L’arido deserto definito dalla flessibilità.
Così, ognuno, nel deserto quotidiano, cerca di trovare la propria oasi di felicità che possa autorizzare, ancora, di esistere nell’illusione di una vita definita da tappe e protetta dal possesso di oggetti di consumo, la cui qualità intrinseca, è quella di produrre un senso di sicurezza.

Continua, poi, Delzio, nell’affermare che la generazione tuareg, non riesce nemmeno a percepirsi all’interno di un’identità collettiva così da produrre un cambiamento dello status quo.

Questo non solo per l’assenza di modelli su cui identificarsi o di leader in grado di rappresentare una cultura diversa rispetto alle descrizioni diffuse dei 30-40enni di oggi.
L’impossibilità a riconoscersi in un’identità collettiva è dovuta, secondo Delzio , all’eredità passata dell’individualismo esasperato che impedisce, ai trenta-quarantenni di oggi, di fare rete.

Ovvero, di riuscire a superare l’egoismo individuale a favore di una reciprocità di gruppo, comprendendo che il cambiamento si può ottenere soltanto se si accetta l’evidenza di un’obiettivo comune.

Quindi, l’autore, postula un cambiamento futuro che può avvenire solamente se i Peter Pan prendono coscienza dell’arido deserto che hanno ereditato dal passato e comprendono, finalmente, che non sono soli.

Così, scopro che la delusione e il senso di fallimento di questa generazione, effettivamente, è dovuto al fatto che ci si muove convinti di potere raggiungere gli obiettivi dei nostri padri.

Lavoro stabile, relazioni stabili, casa stabile, in una parola: stabilità.

Invece, arido deserto con oasi flessibili.

Oasi flessibili che producono disagio.

Non a caso, dalle analisi effettuate sulle tematiche che i trenta-quarantenni di oggi hanno rivolto a ‘psicologia e dintorni’, a partire dal 2006 su oltre 1.300 mail, abbiamo osservato:

• Disagio dovuto a disoccupazione, precariato, sfruttamento 12 %
Con problemi di:
Senso di caos e incertezza 25 %
Agitazione 19 %
Ansia 17%
Apatia e inerzia 11%
Problemi nel riuscire a fissare un obiettivo 9%
Autocommiserazione 8%
Sentimento di impotenza 7%
Bassa autostima e senso di non espressione del sé 4%

• Disagio dovuto a Problemi sul posto di lavoro 6%
Con problemi quali:
Mancata corrispondenza tra rendimento e stipendio 43%
Senso di fatica 25%
Aspettative basse di carriera 14%
Svalutazione da parte dei colleghi 10%
Molestie sessuali 3%
Mobbing 5%

• Abuso di alcool, droghe e psicofarmaci 13 %
Motivazioni:
Ansia, depressione 29%
Bisogno di ‘felicità’ 16%
Insicurezza 14%
Bisogno di iperattività 14%
Nervosismo e insonnia 9%
Bisogno di incrementare le performance sessuali 7%
Bisogno di potenziare le performance sportive 6%
Bisogno di dimenticare 5%

• Esplosione d’ira e aggressività auto ed etero diretta 9%

Contesti:
coppia 40%
genitori-figli 35%
lavoro 25%

• Disagio dovuto a solitudine 8%

Motivazioni:
gli altri non mostrano affettività 35%
gli altri sono egoisti 35%
gli altri sfruttano 30%

• Disagio dovuto a mancata affermazione di sé 16%

Problemi:
Sentimento di delusione 35%
Dipendenza 29%
Dubbi e rimpianti 20%
Senso di Disperazione 11%
Debolezza 5%

• Disagi nella coppia 29%
Tradimenti 34%
Love addiction 24%
Egocentrismo e mancata comunicazione nelle relazioni 21%
Codipendenza 11%
Confusione 6%
Senso di colpa e frustrazione per fallimenti passati 4%

• Disagi familiari 8%

Adolescenti a rischio 48%
Disgregamento e caos 35%
Bambini aggressivi 17%

• Vari disagi e preoccupazioni, tra cui:

Ricerca di pace mentale
Fatica cronica per arrivare a fine mese
Senso di pericolo
Pessimismo
Problemi nella progettualità
Ricerche specialistiche di psicologia
Ossessione nel perdere peso
Idee ossessive e incontrollabili
Abuso sessuale ai minori
Problemi nella Genitorialità
Questioni sessuali
Sentirsi poco attraenti
Panico
Paure, fobie
Paranoia
Timidezza nel dovere parlare in pubblico
Sindrome da iperattività e disordine dell’attenzione
Tic
Insonnia
Disturbo bipolare
Disturbo borderline

Questi dati, in perfetta simmetria anche con le domande più ricorrenti nell’ambito della consulenza clinica, non hanno bisogno di commenti e arricchiscono la riflessione sulle oasi flessibili che i tranta-quarantenni di oggi si creano al solo scopo di fuggire dall’omologazione, dall’apatia, dall’indifferenza, dal consumismo sfrenato e dalle forti tendenze parassitarie dei figli di.

Non a caso, il trentenne Paolo Mascheri, al suo primo romanzo, racconta l’orrore ordinario del ‘Gregario’, dove il protagonista di 28 anni vive una “inadeguatezza connaturata”, sentendosi gregario in un paese gregario e in un’epoca gregaria. In questo modo, Mascheri, avvicinandosi ad autori contemporanei come Sandro Veronesi e Andrea Carraro, narra l’impotenza ferrigna e la catastrofe muta di una generazione esausta.

Dove stiamo andando, quindi?

I media urlano già da tempo di un prevedibile collasso finanziario occidentale cosicché si risolverebbe la continua ansia di molti nell’andare dietro alle novità più cool, perché in una società in depressione non esistono i consumatori.

Per capire cos’è esattamente una crisi finanziaria, d’altronde, basta guardare ai paesi dell’ex blocco sovietico nel momento della transizione. I governi dichiararono bancarotta e i soldi non erano niente che pezzi di carta. La polizia perse di credibilità e ogni coordinata di riferimento mentale delle persone perse di significato data la constatazione di dovere sopravvivere alla confusione e alla disperazione.

Elena Pulcini e Francesco Delzio, seppur da due prospettive diverse, propongono una possibile alternativa a questo scenario desolante.

Per utilizzare le stesse parole della Pulcini, la nuova via si basa sulla “capacità di donare data dal fatto che ogni essere umano sin dalla sua nascita è inserito in relazioni di reciprocità e di dipendenza dall’altro. Una capacità di donarsi da intendersi non come altruismo caritatevole o sacrificale ma come capacità di mettersi in gioco”

In un’epoca come la nostra, quindi, continua la Pulcini, l’ultimo atto possibile di un risveglio è la cura, poiché, “io divento capace di cura quando riconosco di avere bisogno a mia volta di cura e sopratutto è quando abbiamo paura di perdere qualcosa che ci mobilitiamo per proteggerlo e salvarlo; la cura allora presuppone una persona che non ha atteggiamenti di onnipotenza ma consapevole della propria finitezza umana, della propria vulnerabilità, dei propri limiti e per questo è pronta a un diverso rapporto con gli altri e con se stessa per cercare nuove possibilità e nuove aperture feconde all’esistenza”

Di tutto questo, dunque, dobbiamo essere consapevoli e preoccuparci di trasferirlo altrove, se vogliamo davvero re-inventarci e riguadagnare rispetto per noi stessi. Quel rispetto che permette di non accontentarsi di una felicità data soltanto dalla flessibilità.

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