Medicina di Genere non facoltativa per i medici di domani

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Intervista a Flavia Franconi Responsabile del gruppo di studio della SIF “Farmacologia di genere”

Il premio Gender Innovation è alla sua prima edizione: cosa può significare nell’attuale contesto italiano?

In un momento in cui è difficilissimo trovare fondi per la ricerca, e le risorse pubbliche si sono ulteriormente decurtate, il fatto che tre ricercatori abbiano la possibilità di portare avanti i loro progetti attraverso un contribuito liberale è davvero una grande cosa e rappresenta un’iniezione di fiducia verso i giovani e il futuro della ricerca italiana. Iniziative di questo tipo andrebbero favorite e ampliate, anche alla luce dell’eccellenza dei progetti presentati da tutti i candidati che si caratterizzano particolarmente per l’eccellenza del lavoro scientifico svolto in precedenza: nel grigiore del momento, questo è lo spirito che ci stimola ad andare avanti. Inoltre, e questo mi riempie di ulteriore soddisfazione, tutti e tre i premi sono stati vinti da giovani donne, con progetti che hanno riguardato le malattie respiratorie, la depressione e malattie cardiometaboliche.

Da una recente ricerca (Conoscenza, rilevanza e prospettive della Medicina di Genere in Italia, survey realizzata nel 2011 da Hill & Knowlton con la collaborazione tecnico-scientifica di Maya Idee) è emersa diffusamente la necessità di inserire la Medicina di Genere nei percorsi accademici: perché è importante tale inserimento nei curricula?

Da questa ricerca emerge una vera invocazione da parte del 90% dei medici e degli operatori sanitari affinché la Medicina di Genere non solo sia inserita nei curricula universitari, ma divenga oggetto anche di corsi di formazione post-laurea. Fin quando tutti gli operatori sanitari non conosceranno la Medicina di Genere, questa nuova dimensione della medicina difficilmente entrerà nella pratica clinica del Servizio Sanitario Nazionale e rimarranno quindi inevase le ripetute richieste dell’OMS e delle Nazioni Unite che hanno dichiarato, nelle loro raccomandazioni, la priorità della Medicina di Genere e la necessità di formare una classe di operatori in grado di applicarne i principi. Nel contempo, a fronte di un maggiore accesso delle donne alla professione sanitaria e una classe medica formata prevalentemente da donne, l’assenza dello studio della Medicina di Genere nelle nostre Università sarebbe un’assenza imbarazzante, perché i medici donna si troverebbero ad applicare una medicina meno basata sull’evidenza proprio su loro stesse.

Cosa può cambiare in concreto con il riconoscimento della disciplina a livello universitario?

Nel Nord Europa è dal 1995 che tale disciplina è insegnata nelle Università e alcuni Paesi, come l’Austria e l’Olanda, hanno già messo a disposizione delle cattedre; in questi anni, inoltre, la ricerca di genere ha fatto passi da gigante, con un aumento impressionante della letteratura scientifica pubblicata e dei dati di ricerca che potrebbero avere facile applicazione e positive ripercussioni sul SSN. Sarebbe auspicabile, dunque, che l’Italia acquisisca la consapevolezza che fare formazione sulla Medicina di Genere significa produrre una medicina basata sull’evidenza delle differenze dell’uomo e della donna e che, dunque essa può contribuire sensibilmente e oculatamente, non in base a tagli generici, al risparmio del SSN. Del resto, la Banca Mondiale afferma che l’applicazione delle politiche di Genere comporta per il sistema paese un potenziale di sviluppo del 30%. Ma l’Italia – e questo è un dato molto mortificante – nel Global Gender Gap Report stilato dal World Economic Forum, è sceso ulteriormente, arrivando al fondo della graduatoria (80°), insieme alla Grecia e alla Turchia, a causa dell’ulteriore calo delle opportunità di partecipazione delle donne.

Di che natura sono gli ostacoli che incontra la Medicina di Genere a livello accademico e quali passi in avanti sono stati realizzati?

A livello accademico appare ancora insufficiente la consapevolezza sui pregiudizi che impediscono di vedere le evidenze.

Iniziative finalizzate all’inserimento della disciplina a livello universitario sono state prese, ma risultano essere più frutto della buona volontà e dell’interesse di singoli sul territorio e trovano difficoltà a trovare rapida diffusione a livello nazionale. Ora però vi è necessità d’interventi organici da parte del Ministero della Pubblica Istruzione e dell’Università.
Le iniziative territoriali intraprese hanno avuto il pregio di mettere alla luce i pregiudizi relativi al genere, di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Medicina di Genere e di allargare anche agli uomini l’apprezzamento delle risorse e delle opportunità di questa disciplina. A tal fine, è bene ricordare che essa non è il frutto di rivendicazioni femministe o l’esclusivo retaggio della cosiddetta “medicina delle donne”, poiché essa è una prospettiva scientifica nata dall’evidenza, quando una cardiologa statunitense ha mostrato in che misura le donne fossero trattate meno rispetto agli uomini. Una nuova prospettiva scientifica implica un cambio di mentalità e dunque riguarda non solo i medici, ma anche la forma mentis di ciascuno di noi.

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