Ricevere un organo: un dono prezioso che va preservato seguendo con costanza le terapie

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Intervista a Antonio Santoro
Presidente SIN – Società Italiana di Nefrologia

In base alla sua esperienza, i pazienti hanno chiara, e quanto, la correlazione tra aderenza e benefici per la salute?
Direi che i pazienti non hanno chiarissimo questo importante legame tra aderenza e benefici in termini di salute, ma d’altra parte questo è un problema che riguarda molte altre malattie e prescrizioni e non solo il trapianto, dove l’aderenza terapeutica è molto più alta rispetto a quanto avviene per l’ipertensione o le alterazioni dell’assetto lipidico. Mi spiace dirlo, ma un po’ la colpa è di noi medici che instauriamo sempre più con il paziente un approccio incentrato sulle problematiche cliniche; il medico scrive, prescrive, consiglia ma non riesce ad avere un reale rapporto empatico con il suo assistito. Il colloquio confidenziale, non frettoloso che si faceva molti anni fa, oggi non si riesce più a fare a causa dei tempi troppo contratti delle visite mediche (ci viene sempre più imposto di farne tante ed in breve tempo) che portano ad una penalizzazione degli aspetti umani ed alla spiegazione di molte restrizioni e prescrizioni. L’approccio del medico dovrebbe essere centrato sul paziente, questo permetterebbe una presa di coscienza personale sulle responsabilità verso la propria salute da parte dell’assistito, compresa l’aderenza alle terapie. Purtroppo il maggiore problema di alcuni trapiantati è il rifiuto della terapia perché il paziente è convinto che con il trapianto tutto sia risolto e scotomizza il problema del rigetto. Va poi aggiunto, che per quel che riguarda le terapie immunosoppressive si tratta di terapie croniche che portano a una fisiologica stanchezza e alla non aderenza con il passare del tempo.

In che misura il medico è in grado oggi di fare leva sugli aspetti emozionali, e non solo su quelli clinici e terapeutici, per far comprendere al paziente il valore dell’aderenza alla terapia? Cosa c’è da migliorare da questo punto di vista?
Il medico ha un’arma molto semplice, ma diretta per far capire al paziente l’importanza di aderire alle terapie immunosoppressive, in primo luogo ricordargli i tempi in cui si sottoponeva alla dialisi, e che la non aderenza porta al rigetto e quest’ultimo di nuovo alla dialisi; in secondo luogo, ricordare al paziente che aver ricevuto l’organo è stato un vero colpo di fortuna, un dono prezioso che però va preservato, a maggior ragione se arriva da un vivente che ha messo a rischio la sua salute per restituire a lui una vita senza dialisi e di migliore qualità. È peculiare dei pazienti giovani non accettare la malattia e non aderire alle terapie. Il dialogo in questi casi è importante, fatto dal medico o da uno psicologo del Centro che ha capacità di ascolto.

Una mancata aderenza alle terapie del paziente trapiantato può avere un impatto negativo anche a livello economico sul sistema sanitario nazionale, oltre che clinico, perché?
A livello di servizio sanitario, fare un trapianto ha costi elevati (95.000-100.000 euro il costo complessivo nel primi tre anni). Solo dopo il 3° anno il trapianto comincia a essere veramente vantaggioso anche in termini economici rispetto alla dialisi. Ai costi diretti sia per la dialisi che per il trapianto vanno aggiunti i costi indiretti per la famiglia e i costi sociali. La non aderenza alle terapie ovviamente fa lievitare la spesa per le conseguenze sul piano clinico, in particolare il rigetto dell’organo, le gravi complicanze, i ricoveri ospedalieri che ne derivano. Quindi il paziente oltre a perdere un dono prezioso sperpera risorse finanziarie.

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