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 Welcome to EDUCANDATO MARIA ADELAIDE

Dove si trova
Corso Calatafimi

Orari di visita
E' una scuola. Si può chiedere il permesso oppure durante le manifestazioni a Maggio di Palermo Apre le Porte.

IL LAVORO di seguito è stato fornito dagli studenti in occasione della manifestazione Palermo Apre le porte, la scuola adotta un monumento.

E' stato riportato di seguito l'opuscolo "KH?OS" distribuito dalle allieve

Educandato Maria Adelaide, l'edificio:
vicende storiche e costruttive

Già dal 1697 era presente a Palermo la congregazione di S. Francesco di Sales, con un conservatorio che nel corso di pochi anni aveva cambiato due sedi, finché le suore, guidate dalla nuova Superiora francese, proveniente da Annecy, presero a censo un terreno di proprietà dei Padri Minimi del monastero della "Vittoria, situato sullo stradone di Monreale e, con solenne cerimonia, il 25 agosto del 1735, posero la prima pietra del complesso conventuale. La progettazione dell' edificio e la direzione dei lavori fu affidata al sac. Don Casimiro Agnetta, che forse si può identificare con Cosimo Agnetta, religioso domenicano. Ci si può chiedere perché la scelta dell' ubicazione della nuova casa religiosa cadde su questa parte della città. Nel sec.XVIII la città si allarga fuori le mura con la creazione di ville suburbane e tre sono le principali direttrici di tale espansione: la prima verso Bagheria, la seconda verso Monreale, la terza verso la piana dei Colli.

Mentre le direttrici verso est (Bagheria) e verso ovest (Piana dei Colli) si arricchirono con la costruzione di numerosissime ville (a Bagheria esisteva già quella secentesca del principe di Butera, a cui si aggiungono nel 700 quella dei principi di Larderia, Trabia, Valguarnera e Palagonia, nella piana dei Colli vengono costruite le ville di Castelnuovo, Villafranca, Niscemi ed altre), l' espansione lungo lo stradone di Monreale è più scarsa. Tuttavia, appunto nei primi decenni del secolo, si edificarono ai lati del lungo stradone alberato due grandiosi edifici, uno il convento di S. Francesco di Sales e l'altro il Real Albergo dei Poveri, la cui costruzione venne iniziata nel 1746. I due edifici già infatti sono visibili nella pianta del Vasi databile tra il 1755 e il 1759, che ci offre una buona rappresentazione della città e della campagna circostante.

Il convento di S. Francesco di Sales è rappresentato come un edificio a pianta quadrata che si svolge intorno ad un cortile centrale. Sappiamo che la fabbrica fu ultimata dopo tre anni di lavori e proprio il 25 agosto 1738 il convento poté essere abitato dalle suore. Il prospetto era oltremodo sobrio e severo, a tre ordini di finestre, tanto alte da permettere dall'interno soltanto la vista del cielo; interrotto da un portale con colonne e timpano spezzato che conferisce dignità all' insieme. Un ulteriore elemento architettonico apprezzabile, era il cortile interno delimitato da un porticato ad archi a tutto sesto. Nel 1738 all'inaugurazione del monastero, le funzioni religiose si svolgevano in una cappella provvisoria e ben presto le monache pensarono di ovviare a questa carenza dotando il convento di una chiesa adeguata alle esigenze della comunità e alla dignità dell' edificio. I lavori furono affidati a G. V. Marvuglia, uno dei più illustri architetti palermitani del tempo, che fu probabilmente affiancato dal fratello Salvatore. Nel 1776 la chiesa fu aperta al culto. Nel 1779 Ferdinando III di Borbone decretò che il monastero ospitasse venti fanciulle nobili, ma povere, e che ivi venisse impartita loro una educazione morale e manuale atta a farne delle donne "di buon senso e virtuose".

L' anno successivo, su richiesta delle deputazioni (quella del Convitto Real Ferdinando e quella dei Regi Studi) che sovrintendevano amministrativamente e giuridicamente all'Educatorio, il sovrano stanziò delle somme e delle rendite per ampliare l'edificio e renderlo adatto ad ospitare le "nobili zitelle". Anche questa volta i lavori vennero affidati a Marvuglia che progettò un nuovo edificio a monte della chiesa. Il prospetto riprendeva fedelmente quello dell' edificio di Agnetta; al centro della nuova ala spicca un nuovo portale con balcone sovrastante. Quando nel 1782 i lavori furono ultimati, almeno in parte, il grande complesso architettonico era costituito da due ali simmetriche poste a valle e a monte della chiesa. Nella pianta datata 1818, realizzata da Lossieux, si nota, rispetto alla pianta del 1755-59, un' ampliamento delle fabbriche dell' educandato; si nota chiaramente la mole della chiesa posta perpendicolarmente allo stradone di Monreale e a monte la nuova ala dell' edificio. Sempre nel 1782 Ferdinando III aveva disposto che l' educatorio fosse intitolato alla Regina Maria Carolina, mentre nel 1783 aveva avuto inizio l'attività educativa.

La gestione delle monache fu però costantemente in conflitto con le deputazioni, che avrebbero preferito un' educazione laica, e reiterate furono le denunce e le polemiche finché, nel 1840, il governo borbonico decise la separazione del monastero che rimase allocato nella parte più antica dell' edificio, dall' educandato, che trovò sede nella parte nuova e che fu affidato alle cure di una direttrice laica.

Dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, ad opera del Ministro della P. I. Michele Amari, l' Educandato ebbe un nuovo regolamento e fu amministrato da un consiglio di vigilanza, costituito dal Rettore dell' Università e da due consiglieri, uno comunale e uno provinciale. Infine esso venne intitolato a Maria Adelaide di Savoia, consorte di Vittorio Emanuele II. Successivamente furono ristrutturate anche alcune parti dell' edificio; nel 1882 fu costruito lo scalone in marmo in corrispondenza all' ingresso principale; ad opera dell' ing. Ignazio Greco, furono approntati nuovi dormitori e servizi igienici; nel 1888 infine, passato tutto l' edificio alla proprietà statale, dopo che le ultime quattro monache furono trasferite altrove, vennero avviati lavori di ristrutturazione del vecchio monastero. Ebbe l' incarico l' Ing. Decio Bonci che, tra l'altro, al pianterreno ricavò un grande refettorio decorato da piastrelle di maiolica alle pareti e da pitture floreali sul soffitto. Subito dopo, negli anni 1890-97 nell'ala più moderna, ad opera dell' ing. Greco, furono ricavate sale di rappresentanza e una sala-teatro che venne decorata dal pittore Rocco Lentini, con affreschi a motivi floreali sul soffitto che reca al centro un medaglione con l'immagine della Regina M. Adelaide.

CASIMIRO AGNETTA
Al sacerdote Casimiro Agnetta, matematico e architetto, attivo nel sec. XVIII, si deve la costruzione a partire dal 1735 del monastero di San Francesco di Sales e di una piccola cappella che forma oggi la sacrestia della chiesa, progettata in seguito da Marvuglia. Della produzione architettonica di Agnetta è documentata la Cappella della Madonna del Rosario,nella Chiesa di San Domenico, a Palermo, nonché parte del convento annesso. Di recente l' architetto Riccardi, nel suo studio sul SS. Salvatore di Palermo pubblicato nel 1988,ha attribuito ad Agnetta il progetto originario dei due porticati dell' infermeria, realizzati nel 1748. Scrive Riccardi:"Tra il 1743 e il 1766, ai tempi delle badesse A. Maria Marziani, Giuseppa Melchiora Lanza e A. M. Pollastra fu avviata e portata a termine, in fasi successive, con maestranze diverse e su disegni iniziali di Casimiro Agnetta, la costruzione di due porticati e delle rispettive sopraelevazioni sui due lati, meridionale ed occidentale,del giardino. Gli archi a pieno centro con sobria ghiera, i rapporti spaziali e l'interesse dei pilastri quadrati esprimono un arioso e moderato barocco che ricorda Cosimo Fanzago nella Certosa di San Martino a Napoli, mentre un richiamo a certa ornamentazione tardo-barocca-romana filtrata attraverso il geniale apporto degli Amato[...] é presente nella decorazione a stucco e ad intaglio delle ampie lesene laterali con festoni, delle cornici e dei frontoni delle finestre-balconi dell' infermeria e dei balconi dell' attiguo "dormitorio", quest' ultimo meno sviluppato in altezza e con portico più raccolto ma arricchito dal vivace susseguirsi dei balconi con ringhiera incurvata"



LA BIBLIOTECA DELL'EDUCANDATO:
aspetti fisici e simbolici dell'educazione femminile.

Nel 1779 l'educatorio prende il nome di Educandato Carolino e l'educazione delle fanciulle di nobile casata viene affidata alle suore risiedenti nell' istituto stesso.

L' insegnamento a carattere religioso perseguito dall'istituto seguiva i dettami della società europea tra la fine del XVIII e l' inizio del XIX secolo. Nella prima metà del 1800 la società subisce una svolta e comincia a preferire una formazione laica piuttosto che cattolica. Nonostante l'insegnamento laico fosse dato indistintamente a ragazze e a ragazzi, in realtà le materie insegnate si proponevano in modo diverso e variavano a seconda del sesso.

Infatti alle ragazze veniva data una cultura che servisse loro per la vita in società e per la guida della casa e l'istruzione dei figli. In questa linea il governo borbonico decise di separare l'educandato dalla residenza monacale e affidare l'educazione delle fanciulle a insegnanti laici.

Ripercorrendo la storia dell' "educazione femminile" data all'interno del nostro istituto, attraverso la biblioteca tramandataci nel tempo da queste ragazze ci è possibile capire gli ideali,la cultura e i comportamenti delle educande e confrontarci con queste.

La biblioteca dell' educandato M. Adelaide si affaccia su uno dei giardini dell' edificio da sempre denominato "delle palme"per la presenza di queste piante che abbelliscono le sue aiuole. All'interno di questa biblioteca troviamo circa 6000 volumi, di diversa datazione, che trattano numerosi argomenti. Da temi di cultura a temi di formazione: romanzi, classici di letteratura, enciclopedie, libri di arte, di lavori domestici, libri in lingua straniera, libri di galateo, testi teatrali in lingua originale, spartiti di musica, e inoltre disegni, fotografie, pitture, quaderni scolastici e opuscoli che raccontano lo stile di vita delle educande all'interno dell' istituto. Grazie a questi testi, editi fra la seconda metà dell' 800 e la prima metà del 900, possiamo capire il percorso dell' educazione di queste ragazze e dai loro lavori come temi, dipinti, compiti in classe il risultato di queste educazione. Infatti, abbiamo ritrovato opuscoli riguardanti visite d'istruzione fatte dalle ragazze stesse dai quali possiamo trarre le loro impressioni, e possiamo mettere in evidenza la novità, per quel tempo, di riscontrare nella realtà gli argomenti studiati.

Da "Visita alle antichità di Girgenti, Ricordo delle alunne" del 1893, scritto dalle ragazze stesse in ringraziamento alla preside Erminia Bordiga, notiamo la devozione delle alunne verso i professori che le accompagnano, l'interesse attento verso ciò che vedevano e il modo spontaneo ma forbito di relazionare queste gite. Troviamo poi testi di ricamo (una delle materie studiate) "Antiche trine italiane", di Elisa Ricci del 1908 che costituiva una guida per i lavori manuali che le ragazze dovevano sapere fare. Testi della storia della musica e spartiti come ad esempio quelli di Baldassarre Camucci, del maestro G. Donizetti, e inoltre di B. Cherubini. Oltre questi testi, appena annunciati, che riguardano lo studio delle ragazze più da vicino, ve ne sono altri che raccontano lo stile di vita della donna italiana e la sua educazione nel corso del secolo. I doveri morali e i comportamenti che dovevano essere assunti dalle ragazze di quel tempo per presentarsi in società li possiamo cogliere in diversi libri tra i quali: "Doveri morali della giovinetta italiana" di Emma Matteazzi del 1877, e "L'educazione della donna ai tempi nostri" di Roberto Puccini.

Tramite questa breve presentazione della biblioteca speriamo di aver suscitato nei visitatori l'interesse e la curiosità che ci hanno accompagnato durante questo lavoro, nello scoprire che libri utili in passato potranno ancora oggi essere d' aiuto a coloro che vorranno approfondire i propri studi.



LA CHIESA DI SAN FRANCESCO DI SALES
La Chiesa fu aperta al pubblico nel 1776 ma consacrata soltanto l' 8 Maggio 1818.

Progettata e attuata dal Marvuglia, per quanto risulta dai documenti, non è tra le più felici espressioni della sua arte. L' eredità di una cultura tardo-seicentesca è ancora viva nella facciata, "tradizionale" non per gli elementi di dettaglio, ma per lo schema compositivo che ricalca nella suddivisione generale quella attuata nelle zone centrali di alcune chiese del ' 600.

La facciata si eleva per tutta l'altezza dell'edificio che affianca ed è caratterizzata da forti valori plastici che tradiscono proprio un'eredità' tardo-barocca. I due ordini sovrapposti, in basso ionico, in alto corinzio, coronati da un frontone, posto ali' attico, sono arricchiti dalla presenza di 4 nicchie laterali, che con la loro funzione chiaro - scurale modulano armonio-samente il rifrangersi della luce sulle pareti. Forti paraste accoppiate ad una trabeazione incorniciano il portone d' ingresso che immette in un vestibolo costituito da due colonne libere che, sorreggendo il coro da cui le religiose potevano assistere alle sacre funzioni attraverso una grata, creano tre grandi intercolumni. L'interno della Chiesa, tripartita in lunghezza, presenta un arioso impianto ad aula unica con quattro cappelle laterali addossate alle pareti e testimonia come il Marvuglia abbia attuato un processo di moderazione delle forme enfatizzate della cultura barocca per tornare alla classicità cinquecentesca, riuscendo comunque a non far perdere grandiosità e monumentalità all'edificio. Si nota inoltre come l'uso della linea retta, preludio al neoclassicismo, è preferita agli elementi curvilinei.

E' proprio questa compresenza dì novità stilistiche ed eredità del passato e dell' attuazione di nuove soluzioni tecniche che fanno ipotizzare una doppia mano nell' esecuzione del progetto. Al momento dell'apertura dell'edificio nel 1776 la Chiesa era " semplice e senza ornamenti". Probabilmente l'interno venne inzialmente arricchito soltanto dalla grande tela dell' altare maggiore raffigurante "SAN FRANCESCO DI SALES CHE DONA LA REGOLA A SUOR GIOVANNA FRANCESCA DI CHANTAL" inserito nell' elenco delle opere di Gaetano Mercurio. Ancora si commissionò per il primo altare di sinistra un dipinto, tutt'oggi esistente, raffigurante la visitazione di Maria ad Elisabetta. Le pareti allo stato attuale sono adorne di marmi grigi che le ricoprono fino all'altezza di due metri circa. Al di sopra di questo rivestimento, dei finti pilastri, sormontati da mezzi capitelli a volute, anch' essi di marmo grigio, che contrastano piacevolmente con i riquadri di color verde pallido che ornano la parte superiore delle pareti. Il soffitto è adorno di stucchi a motivi floreali. Le quattro cappelline ospitano quasi tutte delle grandi tele; oltre alla già citata abbiamo una mediocre tela raffigurante San Giuseppe, un' altra raffigurante la badessa inginocchiata dinanzi a Gesù che le mostra il suo cuore splendente e a sinistra dell' altare maggiore un crocifisso ligneo, probabilmente ottocentesco. Particolarmente imponente rispetto alle proporzioni della Chiesa è l'abside delimitata da una balaustra in marmo policromo sostenuta da morbide colonnine di porfido.

L'altare, di struttura massiccia, è adorno di bassorilievi lignei dorati, forse i quattro evangelisti, ma se ne possono vedere soltanto tre. Al centro, un bassorilievo che rappresenta l' ultima cena. La parete di fondo dell' abside presenta un prospetto neoclassico, con timpano sorretto da robuste colonne sormontate da capitelli ionici; al di sopra, la mistica rosa in stucco da cui occhieggiano teste di angeli.

Sulla parete d'ingresso è il coro, chiuso da grandi grate di legno dorato. Caratteristici sono i confessionali d' ottone, di forma ovale, fissi sul muro e circondati da ovali di marmo.

Il confessore si poneva al di la del muro cosicché non potesse avere nessun contatto con le monache e le educande. A destra dell' altare maggiore vi è una grata con una sportellino attraverso cui le suore di clausura, nel periodo precedente ali' apertura dell' educatorio, prendevano la Comunione. La stessa struttura è dipinta nella parte sinistra. Si notano inoltre due balconcini raggiungibili da due scale laterali, in uno dei quali è collocato l'organo, di datazione e origine incerta. Attigui alla Chiesa due piccoli locali oggi murati.

Probabilmente erano raggiungibili attraverso un particolare meccanismo a rotazione fino a poco tempo fa visibile in un quadro posto sulla parete opposta, secondo quel gusto di simmetria che domina tutta la Chiesa. I nuovi corpi di fabbrica che vennero man mano aggiunti per meglio adattare l'intero edificio del Maria Adelaide alle sue funzioni ostruirono l'accesso e la finestra dell' antica cripta sepolcrale.

Tale cripta, di forma rettangolare, ricoperta con volta a botte lunettata, si sviluppa soltanto sotto I' altare maggiore. Essa è completamente intonacata a mezzo stucco e sulla parete di sinistra si scorgono ancora le tracce delle nicchie dove venivano sepolti i cadaveri.

In basso sono i " colatoi " destinati all'essiccazione dei cadaveri stessi e al centro è la botola che immette nell' ossario dove, certamente prima della chiusura della cripta, vennero deposti i resti che erano stati tolti dai loculi.

L'originario accesso è costituito da un' ampia scafa con gradini monolitici in pietra arenaria, ma esso attualmente dopo lo sviluppo della sua prima rampa, risulta murato. L'interesse sarebbe finito qui se un' accurata pulizia del pavimento m mattoni d' argilla non avesse messo m evidenza due elementi degni di nota II primo e un pannello m mattoni di ceramica, dai colori delicatissimi che riporta un' epigrafe che ricorda che lì sotto giace suor Maddalena Zangarna morta nel 1749 Tale pannello e ancora in ottimo stato di conservazione.

La data dell' inumazione ci dice che la cripta venne costruita molto tempo prima della Chiesa, anche se il suo completamento fu di certo eseguito contemporaneamente come si rivela da alcune date tracciate a matita sull' intonaco (1777).

L' altro elemento, alquanto misterioso, e costituito da una sconnessa lastra di ardesia priva di iscrizioni che appare frettolosamente murata nel pavimento Sotto e una fossa completamente ricolma di calcinacci frammisti a tracce di una cassa lignea e a ossa annerite In tale riempimento si rinviene una piccola lastra di ardesia sulla quale e incisa un' iscrizione "QUA SOTTO GIACE SUOR MARIA MADDALENA CLOTILDE GRAND JOAN RELIGIOSA CORISTA PROFESSA DEL NOSTRO MONASTERO DI FRIBURGO ARRIVATA IN PALERMO Ll 20 GIUGNO 1837 ENTRATA QUI Ll 13 LUGLIO DOPO GIORNI VENTITRÉ' DI CONTUMACIA AL LAZZARETTO E MORTA DI CHOLERA Ll 3 AGOSTO STESSO DI ANNI 47"

Le monache probabilmente provvidero a celare in fretta il corpo della loro consorella contro il divieto in vigore in quegli anni di inumare cadaveri nelle Chiese

GIUSEPPE VENANZIO MARVUGLIA
"Nasce a Palermo nel 1729 da Francesca e Simone Imbarbuglia, capomastro; muore a Palermo nel 1814".
Le prime notizie biografiche sono quelle che ci da Agostino Gallo. Soggiorna a Roma dal 1747 al 1759, anno in cui ritorna a Palermo. Durante il periodo in cui vive a Roma, Marvuglia si dedica allo studio dell' antichità classica e dell' architettura cinquecentesca. Direttore dei lavori di costruzione e di decorazione del ginnasio dell' Orto Botanico di Palermo di Leon Dufourny dal 1793, Giuseppe Venanzio Marvuglia, progettista delle due stufe neoclassiche laterali (1790-95), risulta operatore autonomo già nel 1763 con il progetto per I' oratorio dei Filippini. Preceduto dalla continuità di una tradizione classica rinascimentale che si era manifestata in Italia e in Sicilia fino alla prima metà del Settecento permettendo alla nuova visione della classicità di trovare un terreno ad essa favorevole, il Neoclassicismo architettonico si manifesta con Marvuglia in forma innovativa. Nel 1763, infatti, Marvuglia ha già presentato ai Padri Filippini il modello ligneo del nuovo organismo e con quest' opera, alla ricerca di nuove dimensioni spaziali, egli inizia il dialogo con l' antichità classica. La definizione formale dell'interno della chiesa di S. Ignazio dei Filippini e il progetto per l'altare maggiore commissionatogli nel 1760 confermano la attenzione verso una nuova applicazione degli ordini architettonici condotta alla luce degli studi sui monumenti dell'antichità greca (in Sicilia) e romana.

Dal 7 settembre 1785 al 1814, subentrando a Grazio Furetto, Marvuglia sarà Architetto della Deputazione dell'Albergo dei Poveri di Palermo, dirigendo pertanto i lavori di avanzamento della fabbrica e progettando, nel 1802, la sistemazione della fontana dei grifi sul fronte opposto all'ingresso. Anteriormente a questa carica lavora, insieme al fratello Salvatore, alla costruzione della chiesa di Francesco di Sales, su Corso Calatafimi, iniziata nel 1772 e terminata nel 1776. In qualità di Architetto dei R. Siti di Campagna si occupa delle casine di proprietà della corona durante il soggiorno forzato in Sicilia della famiglia Borbone.

Fra queste la R.Casina di Miser-grandone nel feudo di Renda, che Marvuglia restaura dal 1799 al 1802, identificata con l'attuale villa Scalia; il R. Casino della Ficuzza, la Casina Cinese nel parco della R. Favorita a Palermo. Già in costruzione nel 1790 la Casina Cinese, nella versione in pietra realizzata per Ferdinando III di Borbone, è considerata, nel panorama italiano, una delle realizzazioni più raffinate di applicazione dei reperto-ri "esotici" e di mediazione con la cultura occidentale... Nel riprogettarla, Marvuglia utilizzando rapporti matematici semplici, applica il principio dell'architettura come scienza che gli aveva fatto enunciare i famosi requisiti vitruviani sotto forma di veri e propri enunciati matematici nel suo Trattato di Architettura Civile. Nella Casina Cinese, considerata il documento di inizio dell' "eclettismo romantico ottocentesco", Marvuglia sembra far uso delle esperienze condotte dall' architetto neoclassico Robert Morris nella prima metà del secolo XVIII, sull' utilizzo dei solidi, in particolare il cubo, come "unità di base della composizione", restituendo alla casina la logica di un rigore progettuale al di là delle connotazioni stilistiche.

Negli stessi anni in cui realizza la Casina Cinese, Marvuglia è impegnato nella costruzione della villa Belmonte all' Acquasanta, sulle pendici rocciose del Monte Pellegrino. U attività di Marvuglia era destinata ad esercitare una considerevole influenza nella pratica architettonica e nello studio sistematico dell'antichità, non soltanto attraverso le opere realizzate ma anche per la sua attività di docente presso la Cattedra di Architettura Civile dell' Accademia degli Studi da lui tenuta dal 1780 fino al 1805. Le tematiche affrontate nelle sue lezioni, nonché i principi che stanno a fondamento della sua opera e del suo pensiero sono enunciati negli Elementi di Architettura, e nel Trattato di Architettura Civile, rimasto incompiuto, con una prefazione di A. Gallo. Dai manoscritti citati si evince chiaramente il fondamentale ruolo che Marvuglia riconosce alla "capanna" come "naturale" esempio di forma primordiale, di cui I' "archetipo rustico" del tempio ligneo è una derivazione.

Architetto del Senato di Palermo dal 1789, Marvuglia interviene nella definizione formale e volumetrica del nuovo incrocio urbano di piazza Regalmici e del prolungamento della via Maqueda, per i quali verranno adottate precise normative edilizie. Faranno parte di questo programma, oltre alla ricostruzione di Porta Maqueda, i palazzi ai quattro angoli della piazza e il palazzo Nicolaci di Villadorata sul prolungamento (via Ruggiero Settimo), progettato fra il 1789 e il 1791 ed edificato da Emanuele Incardona.Dei quattro palazzi costituenti il nuovo incrocio, nonché la piazza, verranno realizzati soltanto il Palazzo Gelso, poi trasformato, e il palazzo Villarosa di Notarbartolo sorto nel 1785, ma rimasto incompiuto (distrutto).

Marvuglia interviene ancora nei palazzi Belmonte-Riso (direzione dei lavori e rielaborazione del prospetto principale, intorno al 1779); Coglitore (insieme al fratello Salvatore); Conte Federico in via Biscottar! (ingresso, scalone e cortile); Costantino (partito centrale del prospetto, cortile, scalone sono attribuiti a Marvuglia, 1785-88). Insieme a salvatore Attinelli dirige i lavori di restauro della Cattedrale di Palermo sulla base dell' originario progetto redatto da Fer-dinando Fuga nel 1767. Prende ancora parte, con Domenico Marabitti, alle opere di sistemazione dell' osservatorio astronomico presso il Palazzo Reale. Nel 1805 viene nominato socio straniero nella classe delle Belle Arti dell' Istituto di Francia su proposta di Dufourny. Muore a Palermo nel 1814.

ROCCO LENTINI
Nato a Palermo il 27/02/1858, morto a Venezia il 20/11/1953, figlio dello scenografo Giovanni Lentini, studiò a Bologna e a Parigi. Paesaggista eccellente, riprodusse molti luoghi e marine della Sicilia ("SBARCO DI GARIBALDI A MARSALA"; "BARCHE DA PESCA SICILIANE" esposto alla XIII esposizione internazionale d' arte di Venezia nel 1922;-"IL PORTO" esposto presso la galleria d' arte moderna a Palermo; "L'ALABARDIERE"; "TRAMONTO A SFERRACAVALLO"). Ideò la decorazione del soffitto del teatro Massimo di Palermo; con S. Esposito decorò I' interno del teatro Garibaldi di Trapani; decorò la villa Whitaker a Malfita-no. Al maestro sono verosimilmente da riferire gli inediti affreschi nel soffitto del teatro che si trova all'interno del educatorio M. Adelaide, raffiguranti motivi floreali e al centro, la regina Maria Adelaide nelle vesti della Sapienza che indica il real educatorio, tale attribuzione nasce, oltre che da motivi contingenti la sua presenza nell'istituto in qualità di disegno,in virtù delle stringenti affinità che intercorrono con gli affreschi eseguiti in collaborazione a G.Enea, F.Padovano, G. Mancinelli e E. Cavallaro nel palazzo delle Aquile di Palermo in occasione dei rifacimenti avvenuti nell'edificio su progetto di Damiani Almeyda. Il Lentini, in questo ambiente, offre un saggio della sua bravura e della sua versatilità,tale da poter spaziare dal tema prettamente figurativo, reso con toni particolarmente veristi, alla più leggera e quasi astratta decorazione fitomorfa. Inoltre, pur bloccato da un'esigente commitezza riesce a personalizzare tutta la partitura ornamentale con un tocco di raffinata armonia ed essenziale uso dei colori.



IL REFETTORIO LIBERTY
di Clelia De Simone (IIB)

Il refettorio antico è stato costruito tra la fine del'800 e l'inizio del 900, dall'Ing. Decio Bocci.

Fu decorato i puro stile Liberty, stile che era in voga in quel periodo. Il soffitto e i muri sono decorati con dei motivi floreali e da nodi d'amore che si ripetono a intervalli regolari, anche nei vetri delle finestre e delle porte.

Ma la caratteristica principale di questo refettorio è il Lambrì, piastrelle in maiolica, fatto a Vietri sul Mare, vicino Napoli. E' rappresentato un tipico paesaggio siciliano: canne da zucchero, pale di fichi d'India e nello sfondo il mare. I colori prevalenti sono il verde, il giallo e il blu, che ritroviamo in molti panorami della nostra isola.

Un altro particolare, che richiama lo stile Liberty, è nei sei lampadari in Murano, decorati da Iris e Gigli, fiori presenti in parecchie opere create durante questo stile.

Anticamente vi mangiavano le educande, adesso vi pranzano gli studenti del liceo e le convittrici.

Accanto al refettorio antico, collegato da una porta di vetro, si trova la stanza dove vi pranza la preside, ma quando c'erano ancora le suore, qui vi mangiava la suora Badessa.

E' arredata con mobili essenziali: due credenze in stile ligneo, con incisioni decorative e degli specchi applicati, un tavolo molto semplice, rotondo e due pianoforti che servivano ad accompagnare i pranzi della suor Badessa. In più troviamo un lampadario in ferro battuto, molto semplice e lineare, che non ha niente a che fare con i sei lampadari del refettorio.



La tomba "segreta" delle monache di S Francesco di Sales fu scoperta per caso nel 1970, durante l'esecuzione di alcuni lavori presso l'Educandato Maria Adelaide.

Nel corso dei lavori, al fianco della chiesa, è riapparsa una finestra, munita di grata, che originariamente illuminava la cripta dove venivano seppellite le monache. Le monache salesiane, sin dal 1697, avevano avuto la loro casa in vari luoghi della città.

Nel 1731 era stato loro concesso di fondare un monastero dell'ordine della Visitazione di S. Francesco di Sales. A tale scopo, nel 1735, avevano comprato un appezzamento di terreno lungo lo "stradone di Mezzomonreale", cioè l'attuale corso Calatafimi, proprio di fronte l'Albergo dei Poveri. Nel 1779 un decreto reale stabiliva la fondazione di un educatorio per venti fanciulle nobili di case povere. Si ritenne opportuno allora ampliare il monastero con un educandato e costruire anche la chiesa il cui progetto fu affidato all'architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia.

L'educatorio fu detto Carolino in onore della Regina Maria Carolina d'Austria, moglie di Ferdinando III. Nel 1880, fu chiamato Educandato Maria Adelaide in onore di Maria Adelaide, moglie di Vittorio Emanuele IL Dopo questi cenni storici, ritorniamo a parlare della cripta che è di forma rettangolare, ricoperta con volta a botte umettata e si sviluppa sotto l'altare maggiore.

Sulla parete sinistra si scorgono ancora le tracce delle nicchie dove venivano deposti i cadaveri. In basso ci sono i '"colatoi" destinati alla essiccazione dei cadaveri e al centro vi è la botola che immette nell'ossario.

Una accurata pulizia del pavimento in mattoni di argilla ha messo in evidenza due elementi degni di nota. Il primo è un pannello in mattoni di ceramica dai colori delicatissimi che riporta una epigrafe che ricorda che lì sotto giace suor Maddalena Zangarria. Il secondo elemento, molto misterioso è una lastra di ardesia priva di iscrizione che è murata nel pavimento.

Sotto vi è una fossa piena di calcinacci una cassa di legno, delle ossa e una piccola lastra di ardesia sulla quale è incisa una iscrizione.

Per conoscere il mistero dobbiamo prima sapere che nel giugno del 1837, mentre a Palermo c'era il colera, arrivarono nel monastero due monache che venivano dal monastero di Friburgo, in Svizzera. Una delle due diventò la direttrice, mentre .dell'altra monaca sappiamo ciò che ci rivela la piccola lapide rinvenuta dentro la fossa: "Qui giace suor Maria Maddalena Clotilde Grandjoan, religiosa del monastero di Friburgo, morta di colera a Palermo il 3 agosto 1837" Qual è il mistero?

Le religiose non intendendo separarsi dal corpo della consorella, poiché era proibito seppellire cadaveri nelle chiese, di notte fecero scavare una buca nel pavimento della cripta e vi misero la cassa con il corpo della suora.

Per non perdere il ricordo di suor Maria Maddalena Clotilde, deposero dentro la fossa la piccola lapide con l'iscrizione, aspettando tempi migliori che non arrivarono.

E così sotto una piccola lastra seppellirono il corpo della suora ma anche il loro segreto.

Un segreto che oggi noi alunne di questa scuola vogliamo svelare a tutti i visitatori.


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