Dove si
trova
Corso Calatafimi
Orari di visita
E' una scuola. Si può chiedere il permesso oppure
durante le manifestazioni a Maggio di Palermo Apre le Porte.
IL LAVORO di seguito è stato fornito dagli studenti
in occasione della manifestazione Palermo Apre le porte,
la scuola adotta un monumento.
E' stato riportato di seguito l'opuscolo "KH?OS"
distribuito dalle allieve
Educandato Maria Adelaide,
l'edificio:
vicende storiche e costruttive
Già dal 1697 era presente a Palermo
la congregazione di S. Francesco di Sales, con un
conservatorio che nel corso di pochi anni aveva cambiato
due sedi, finché le suore, guidate dalla nuova Superiora
francese, proveniente da Annecy, presero a censo un
terreno di proprietà dei Padri Minimi del monastero
della "Vittoria, situato sullo stradone di Monreale e,
con solenne cerimonia, il 25 agosto del 1735, posero la
prima pietra del complesso conventuale. La progettazione
dell' edificio e la direzione dei lavori fu affidata al
sac. Don Casimiro Agnetta, che forse si può identificare
con Cosimo Agnetta, religioso domenicano. Ci si può
chiedere perché la scelta dell' ubicazione della nuova
casa religiosa cadde su questa parte della città. Nel
sec.XVIII la città si allarga fuori le mura con la
creazione di ville suburbane e tre sono le principali
direttrici di tale espansione: la prima verso Bagheria,
la seconda verso Monreale, la terza verso la piana dei
Colli.
Mentre le direttrici verso est (Bagheria)
e verso ovest (Piana dei Colli) si arricchirono con la
costruzione di numerosissime ville (a Bagheria esisteva
già quella secentesca del principe di Butera, a cui si
aggiungono nel 700 quella dei principi di Larderia,
Trabia, Valguarnera e Palagonia, nella piana dei Colli
vengono costruite le ville di Castelnuovo, Villafranca,
Niscemi ed altre), l' espansione lungo lo stradone di
Monreale è più scarsa. Tuttavia, appunto nei primi
decenni del secolo, si edificarono ai lati del lungo
stradone alberato due grandiosi edifici, uno il convento
di S. Francesco di Sales e l'altro il Real Albergo dei
Poveri, la cui costruzione venne iniziata nel 1746. I
due edifici già infatti sono visibili nella pianta del
Vasi databile tra il 1755 e il 1759, che ci offre una
buona rappresentazione della città e della campagna
circostante.




Il convento di S. Francesco di Sales
è rappresentato come un edificio a pianta quadrata che
si svolge intorno ad un cortile centrale. Sappiamo che
la fabbrica fu ultimata dopo tre anni di lavori e
proprio il 25 agosto 1738 il convento poté essere
abitato dalle suore. Il prospetto era oltremodo sobrio e
severo, a tre ordini di finestre, tanto alte da
permettere dall'interno soltanto la vista del cielo;
interrotto da un portale con colonne e timpano spezzato
che conferisce dignità all' insieme. Un ulteriore
elemento architettonico apprezzabile, era il cortile
interno delimitato da un porticato ad archi a tutto
sesto. Nel 1738 all'inaugurazione del monastero, le
funzioni religiose si svolgevano in una cappella
provvisoria e ben presto le monache pensarono di ovviare
a questa carenza dotando il convento di una chiesa
adeguata alle esigenze della comunità e alla dignità
dell' edificio. I lavori furono affidati a G. V.
Marvuglia, uno dei più illustri architetti palermitani
del tempo, che fu probabilmente affiancato dal fratello
Salvatore. Nel 1776 la chiesa fu aperta al culto. Nel
1779 Ferdinando III di Borbone decretò che il monastero
ospitasse venti fanciulle nobili, ma povere, e che ivi
venisse impartita loro una educazione morale e manuale
atta a farne delle donne "di buon senso e virtuose".
L' anno successivo, su richiesta
delle deputazioni (quella del Convitto Real Ferdinando e
quella dei Regi Studi) che sovrintendevano
amministrativamente e giuridicamente all'Educatorio, il
sovrano stanziò delle somme e delle rendite per ampliare
l'edificio e renderlo adatto ad ospitare le "nobili
zitelle". Anche questa volta i lavori vennero affidati a
Marvuglia che progettò un nuovo edificio a monte della
chiesa. Il prospetto riprendeva fedelmente quello dell'
edificio di Agnetta; al centro della nuova ala spicca un
nuovo portale con balcone sovrastante. Quando nel 1782 i
lavori furono ultimati, almeno in parte, il grande
complesso architettonico era costituito da due ali
simmetriche poste a valle e a monte della chiesa. Nella
pianta datata 1818, realizzata da Lossieux, si nota,
rispetto alla pianta del 1755-59, un' ampliamento delle
fabbriche dell' educandato; si nota chiaramente la mole
della chiesa posta perpendicolarmente allo stradone di
Monreale e a monte la nuova ala dell' edificio. Sempre
nel 1782 Ferdinando III aveva disposto che l' educatorio
fosse intitolato alla Regina Maria Carolina, mentre nel
1783 aveva avuto inizio l'attività educativa.
La gestione delle monache fu però
costantemente in conflitto con le deputazioni, che
avrebbero preferito un' educazione laica, e reiterate
furono le denunce e le polemiche finché, nel 1840, il
governo borbonico decise la separazione del monastero
che rimase allocato nella parte più antica dell'
edificio, dall' educandato, che trovò sede nella parte
nuova e che fu affidato alle cure di una direttrice
laica.
Dopo l'Unità d'Italia, nel 1863, ad
opera del Ministro della P. I. Michele Amari, l'
Educandato ebbe un nuovo regolamento e fu amministrato
da un consiglio di vigilanza, costituito dal Rettore
dell' Università e da due consiglieri, uno comunale e
uno provinciale. Infine esso venne intitolato a Maria
Adelaide di Savoia, consorte di Vittorio Emanuele II.
Successivamente furono ristrutturate anche alcune parti
dell' edificio; nel 1882 fu costruito lo scalone in
marmo in corrispondenza all' ingresso principale; ad
opera dell' ing. Ignazio Greco, furono approntati nuovi
dormitori e servizi igienici; nel 1888 infine, passato
tutto l' edificio alla proprietà statale, dopo che le
ultime quattro monache furono trasferite altrove,
vennero avviati lavori di ristrutturazione del vecchio
monastero. Ebbe l' incarico l' Ing. Decio Bonci che, tra
l'altro, al pianterreno ricavò un grande refettorio
decorato da piastrelle di maiolica alle pareti e da
pitture floreali sul soffitto. Subito dopo, negli anni
1890-97 nell'ala più moderna, ad opera dell' ing. Greco,
furono ricavate sale di rappresentanza e una sala-teatro
che venne decorata dal pittore Rocco Lentini, con
affreschi a motivi floreali sul soffitto che reca al
centro un medaglione con l'immagine della Regina M.
Adelaide.
CASIMIRO AGNETTA
Al sacerdote Casimiro Agnetta, matematico e
architetto, attivo nel sec. XVIII, si deve la
costruzione a partire dal 1735 del monastero di San
Francesco di Sales e di una piccola cappella che forma
oggi la sacrestia della chiesa, progettata in seguito da
Marvuglia. Della produzione architettonica di Agnetta è
documentata la Cappella della Madonna del Rosario,nella
Chiesa di San Domenico, a Palermo, nonché parte del
convento annesso. Di recente l' architetto Riccardi, nel
suo studio sul SS. Salvatore di Palermo pubblicato nel
1988,ha attribuito ad Agnetta il progetto originario dei
due porticati dell' infermeria, realizzati nel 1748.
Scrive Riccardi:"Tra il 1743 e il 1766, ai tempi delle
badesse A. Maria Marziani, Giuseppa Melchiora Lanza e A.
M. Pollastra fu avviata e portata a termine, in fasi
successive, con maestranze diverse e su disegni iniziali
di Casimiro Agnetta, la costruzione di due porticati e
delle rispettive sopraelevazioni sui due lati,
meridionale ed occidentale,del giardino. Gli archi a
pieno centro con sobria ghiera, i rapporti spaziali e
l'interesse dei pilastri quadrati esprimono un arioso e
moderato barocco che ricorda Cosimo Fanzago nella
Certosa di San Martino a Napoli, mentre un richiamo a
certa ornamentazione tardo-barocca-romana filtrata
attraverso il geniale apporto degli Amato[...] é
presente nella decorazione a stucco e ad intaglio delle
ampie lesene laterali con festoni, delle cornici e dei
frontoni delle finestre-balconi dell' infermeria e dei
balconi dell' attiguo "dormitorio", quest' ultimo meno
sviluppato in altezza e con portico più raccolto ma
arricchito dal vivace susseguirsi dei balconi con
ringhiera incurvata"



LA BIBLIOTECA DELL'EDUCANDATO:
aspetti fisici e simbolici dell'educazione
femminile.
Nel 1779 l'educatorio prende il nome
di Educandato Carolino e l'educazione delle fanciulle di
nobile casata viene affidata alle suore risiedenti nell'
istituto stesso.
L' insegnamento a carattere religioso
perseguito dall'istituto seguiva i dettami della società
europea tra la fine del XVIII e l' inizio del XIX
secolo. Nella prima metà del 1800 la società subisce una
svolta e comincia a preferire una formazione laica
piuttosto che cattolica. Nonostante l'insegnamento laico
fosse dato indistintamente a ragazze e a ragazzi, in
realtà le materie insegnate si proponevano in modo
diverso e variavano a seconda del sesso.
Infatti alle ragazze veniva data una
cultura che servisse loro per la vita in società e per
la guida della casa e l'istruzione dei figli. In questa
linea il governo borbonico decise di separare
l'educandato dalla residenza monacale e affidare
l'educazione delle fanciulle a insegnanti laici.
Ripercorrendo la storia dell'
"educazione femminile" data all'interno del nostro
istituto, attraverso la biblioteca tramandataci nel
tempo da queste ragazze ci è possibile capire gli
ideali,la cultura e i comportamenti delle educande e
confrontarci con queste.
La biblioteca dell' educandato M.
Adelaide si affaccia su uno dei giardini dell' edificio
da sempre denominato "delle palme"per la presenza di
queste piante che abbelliscono le sue aiuole.
All'interno di questa biblioteca troviamo circa 6000
volumi, di diversa datazione, che trattano numerosi
argomenti. Da temi di cultura a temi di formazione:
romanzi, classici di letteratura, enciclopedie, libri di
arte, di lavori domestici, libri in lingua straniera,
libri di galateo, testi teatrali in lingua originale,
spartiti di musica, e inoltre disegni, fotografie,
pitture, quaderni scolastici e opuscoli che raccontano
lo stile di vita delle educande all'interno dell'
istituto. Grazie a questi testi, editi fra la seconda
metà dell' 800 e la prima metà del 900, possiamo capire
il percorso dell' educazione di queste ragazze e dai
loro lavori come temi, dipinti, compiti in classe il
risultato di queste educazione. Infatti, abbiamo
ritrovato opuscoli riguardanti visite d'istruzione fatte
dalle ragazze stesse dai quali possiamo trarre le loro
impressioni, e possiamo mettere in evidenza la novità,
per quel tempo, di riscontrare nella realtà gli
argomenti studiati.
Da "Visita alle antichità di Girgenti,
Ricordo delle alunne" del 1893, scritto dalle ragazze
stesse in ringraziamento alla preside Erminia Bordiga,
notiamo la devozione delle alunne verso i professori che
le accompagnano, l'interesse attento verso ciò che
vedevano e il modo spontaneo ma forbito di relazionare
queste gite. Troviamo poi testi di ricamo (una delle
materie studiate) "Antiche trine italiane", di Elisa
Ricci del 1908 che costituiva una guida per i lavori
manuali che le ragazze dovevano sapere fare. Testi della
storia della musica e spartiti come ad esempio quelli di
Baldassarre Camucci, del maestro G. Donizetti, e inoltre
di B. Cherubini. Oltre questi testi, appena annunciati,
che riguardano lo studio delle ragazze più da vicino, ve
ne sono altri che raccontano lo stile di vita della
donna italiana e la sua educazione nel corso del secolo.
I doveri morali e i comportamenti che dovevano essere
assunti dalle ragazze di quel tempo per presentarsi in
società li possiamo cogliere in diversi libri tra i
quali: "Doveri morali della giovinetta italiana" di Emma
Matteazzi del 1877, e "L'educazione della donna ai tempi
nostri" di Roberto Puccini.
Tramite questa breve presentazione
della biblioteca speriamo di aver suscitato nei
visitatori l'interesse e la curiosità che ci hanno
accompagnato durante questo lavoro, nello scoprire che
libri utili in passato potranno ancora oggi essere d'
aiuto a coloro che vorranno approfondire i propri studi.


LA CHIESA DI SAN FRANCESCO DI SALES
La Chiesa fu aperta al pubblico nel 1776 ma
consacrata soltanto l' 8 Maggio 1818.
Progettata e attuata dal Marvuglia,
per quanto risulta dai documenti, non è tra le più
felici espressioni della sua arte. L' eredità di una
cultura tardo-seicentesca è ancora viva nella facciata,
"tradizionale" non per gli elementi di dettaglio, ma per
lo schema compositivo che ricalca nella suddivisione
generale quella attuata nelle zone centrali di alcune
chiese del ' 600.
La facciata si eleva per tutta
l'altezza dell'edificio che affianca ed è caratterizzata
da forti valori plastici che tradiscono proprio
un'eredità' tardo-barocca. I due ordini sovrapposti, in
basso ionico, in alto corinzio, coronati da un frontone,
posto ali' attico, sono arricchiti dalla presenza di 4
nicchie laterali, che con la loro funzione chiaro -
scurale modulano armonio-samente il rifrangersi della
luce sulle pareti. Forti paraste accoppiate ad una
trabeazione incorniciano il portone d' ingresso che
immette in un vestibolo costituito da due colonne libere
che, sorreggendo il coro da cui le religiose potevano
assistere alle sacre funzioni attraverso una grata,
creano tre grandi intercolumni. L'interno della Chiesa,
tripartita in lunghezza, presenta un arioso impianto ad
aula unica con quattro cappelle laterali addossate alle
pareti e testimonia come il Marvuglia abbia attuato un
processo di moderazione delle forme enfatizzate della
cultura barocca per tornare alla classicità
cinquecentesca, riuscendo comunque a non far perdere
grandiosità e monumentalità all'edificio. Si nota
inoltre come l'uso della linea retta, preludio al
neoclassicismo, è preferita agli elementi curvilinei.
E' proprio questa compresenza dì
novità stilistiche ed eredità del passato e dell'
attuazione di nuove soluzioni tecniche che fanno
ipotizzare una doppia mano nell' esecuzione del
progetto. Al momento dell'apertura dell'edificio nel
1776 la Chiesa era " semplice e senza ornamenti".
Probabilmente l'interno venne inzialmente arricchito
soltanto dalla grande tela dell' altare maggiore
raffigurante "SAN FRANCESCO DI SALES CHE DONA LA REGOLA
A SUOR GIOVANNA FRANCESCA DI CHANTAL" inserito nell'
elenco delle opere di Gaetano Mercurio. Ancora si
commissionò per il primo altare di sinistra un dipinto,
tutt'oggi esistente, raffigurante la visitazione di
Maria ad Elisabetta. Le pareti allo stato attuale sono
adorne di marmi grigi che le ricoprono fino all'altezza
di due metri circa. Al di sopra di questo rivestimento,
dei finti pilastri, sormontati da mezzi capitelli a
volute, anch' essi di marmo grigio, che contrastano
piacevolmente con i riquadri di color verde pallido che
ornano la parte superiore delle pareti. Il soffitto è
adorno di stucchi a motivi floreali. Le quattro
cappelline ospitano quasi tutte delle grandi tele; oltre
alla già citata abbiamo una mediocre tela raffigurante
San Giuseppe, un' altra raffigurante la badessa
inginocchiata dinanzi a Gesù che le mostra il suo cuore
splendente e a sinistra dell' altare maggiore un
crocifisso ligneo, probabilmente ottocentesco.
Particolarmente imponente rispetto alle proporzioni
della Chiesa è l'abside delimitata da una balaustra in
marmo policromo sostenuta da morbide colonnine di
porfido.
L'altare, di struttura massiccia, è
adorno di bassorilievi lignei dorati, forse i quattro
evangelisti, ma se ne possono vedere soltanto tre. Al
centro, un bassorilievo che rappresenta l' ultima cena.
La parete di fondo dell' abside presenta un prospetto
neoclassico, con timpano sorretto da robuste colonne
sormontate da capitelli ionici; al di sopra, la mistica
rosa in stucco da cui occhieggiano teste di angeli.
Sulla parete d'ingresso è il coro,
chiuso da grandi grate di legno dorato. Caratteristici
sono i confessionali d' ottone, di forma ovale, fissi
sul muro e circondati da ovali di marmo.
Il confessore si poneva al di la del
muro cosicché non potesse avere nessun contatto con le
monache e le educande. A destra dell' altare maggiore vi
è una grata con una sportellino attraverso cui le suore
di clausura, nel periodo precedente ali' apertura dell'
educatorio, prendevano la Comunione. La stessa struttura
è dipinta nella parte sinistra. Si notano inoltre due
balconcini raggiungibili da due scale laterali, in uno
dei quali è collocato l'organo, di datazione e origine
incerta. Attigui alla Chiesa due piccoli locali oggi
murati.
Probabilmente erano raggiungibili
attraverso un particolare meccanismo a rotazione fino a
poco tempo fa visibile in un quadro posto sulla parete
opposta, secondo quel gusto di simmetria che domina
tutta la Chiesa. I nuovi corpi di fabbrica che vennero
man mano aggiunti per meglio adattare l'intero edificio
del Maria Adelaide alle sue funzioni ostruirono
l'accesso e la finestra dell' antica cripta sepolcrale.
Tale cripta, di forma rettangolare,
ricoperta con volta a botte lunettata, si sviluppa
soltanto sotto I' altare maggiore. Essa è completamente
intonacata a mezzo stucco e sulla parete di sinistra si
scorgono ancora le tracce delle nicchie dove venivano
sepolti i cadaveri.
In basso sono i " colatoi " destinati
all'essiccazione dei cadaveri stessi e al centro è la
botola che immette nell' ossario dove, certamente prima
della chiusura della cripta, vennero deposti i resti che
erano stati tolti dai loculi.
L'originario accesso è costituito da
un' ampia scafa con gradini monolitici in pietra
arenaria, ma esso attualmente dopo lo sviluppo della sua
prima rampa, risulta murato. L'interesse sarebbe finito
qui se un' accurata pulizia del pavimento m mattoni d'
argilla non avesse messo m evidenza due elementi degni
di nota II primo e un pannello m mattoni di ceramica,
dai colori delicatissimi che riporta un' epigrafe che
ricorda che lì sotto giace suor Maddalena Zangarna morta
nel 1749 Tale pannello e ancora in ottimo stato di
conservazione.
La data dell' inumazione ci dice che
la cripta venne costruita molto tempo prima della
Chiesa, anche se il suo completamento fu di certo
eseguito contemporaneamente come si rivela da alcune
date tracciate a matita sull' intonaco (1777).
L' altro elemento, alquanto
misterioso, e costituito da una sconnessa lastra di
ardesia priva di iscrizioni che appare frettolosamente
murata nel pavimento Sotto e una fossa completamente
ricolma di calcinacci frammisti a tracce di una cassa
lignea e a ossa annerite In tale riempimento si rinviene
una piccola lastra di ardesia sulla quale e incisa un'
iscrizione "QUA SOTTO GIACE SUOR MARIA MADDALENA
CLOTILDE GRAND JOAN RELIGIOSA CORISTA PROFESSA DEL
NOSTRO MONASTERO DI FRIBURGO ARRIVATA IN PALERMO Ll 20
GIUGNO 1837 ENTRATA QUI Ll 13 LUGLIO DOPO GIORNI
VENTITRÉ' DI CONTUMACIA AL LAZZARETTO E MORTA DI CHOLERA
Ll 3 AGOSTO STESSO DI ANNI 47"
Le monache probabilmente provvidero a
celare in fretta il corpo della loro consorella contro
il divieto in vigore in quegli anni di inumare cadaveri
nelle Chiese
GIUSEPPE VENANZIO MARVUGLIA
"Nasce a Palermo nel 1729 da Francesca e Simone
Imbarbuglia, capomastro; muore a Palermo nel 1814".
Le prime notizie biografiche sono quelle che ci da
Agostino Gallo. Soggiorna a Roma dal 1747 al 1759, anno
in cui ritorna a Palermo. Durante il periodo in cui vive
a Roma, Marvuglia si dedica allo studio dell' antichità
classica e dell' architettura cinquecentesca. Direttore
dei lavori di costruzione e di decorazione del ginnasio
dell' Orto Botanico di Palermo di Leon Dufourny dal
1793, Giuseppe Venanzio Marvuglia, progettista delle due
stufe neoclassiche laterali (1790-95), risulta operatore
autonomo già nel 1763 con il progetto per I' oratorio
dei Filippini. Preceduto dalla continuità di una
tradizione classica rinascimentale che si era
manifestata in Italia e in Sicilia fino alla prima metà
del Settecento permettendo alla nuova visione della
classicità di trovare un terreno ad essa favorevole, il
Neoclassicismo architettonico si manifesta con Marvuglia
in forma innovativa. Nel 1763, infatti, Marvuglia ha già
presentato ai Padri Filippini il modello ligneo del
nuovo organismo e con quest' opera, alla ricerca di
nuove dimensioni spaziali, egli inizia il dialogo con l'
antichità classica. La definizione formale dell'interno
della chiesa di S. Ignazio dei Filippini e il progetto
per l'altare maggiore commissionatogli nel 1760
confermano la attenzione verso una nuova applicazione
degli ordini architettonici condotta alla luce degli
studi sui monumenti dell'antichità greca (in Sicilia) e
romana.
Dal 7 settembre 1785 al 1814,
subentrando a Grazio Furetto, Marvuglia sarà Architetto
della Deputazione dell'Albergo dei Poveri di Palermo,
dirigendo pertanto i lavori di avanzamento della
fabbrica e progettando, nel 1802, la sistemazione della
fontana dei grifi sul fronte opposto all'ingresso.
Anteriormente a questa carica lavora, insieme al
fratello Salvatore, alla costruzione della chiesa di
Francesco di Sales, su Corso Calatafimi, iniziata nel
1772 e terminata nel 1776. In qualità di Architetto dei
R. Siti di Campagna si occupa delle casine di proprietà
della corona durante il soggiorno forzato in Sicilia
della famiglia Borbone.
Fra queste la R.Casina di
Miser-grandone nel feudo di Renda, che Marvuglia
restaura dal 1799 al 1802, identificata con l'attuale
villa Scalia; il R. Casino della Ficuzza, la Casina
Cinese nel parco della R. Favorita a Palermo. Già in
costruzione nel 1790 la Casina Cinese, nella versione in
pietra realizzata per Ferdinando III di Borbone, è
considerata, nel panorama italiano, una delle
realizzazioni più raffinate di applicazione dei
reperto-ri "esotici" e di mediazione con la cultura
occidentale... Nel riprogettarla, Marvuglia utilizzando
rapporti matematici semplici, applica il principio
dell'architettura come scienza che gli aveva fatto
enunciare i famosi requisiti vitruviani sotto forma di
veri e propri enunciati matematici nel suo Trattato di
Architettura Civile. Nella Casina Cinese, considerata il
documento di inizio dell' "eclettismo romantico
ottocentesco", Marvuglia sembra far uso delle esperienze
condotte dall' architetto neoclassico Robert Morris
nella prima metà del secolo XVIII, sull' utilizzo dei
solidi, in particolare il cubo, come "unità di base
della composizione", restituendo alla casina la logica
di un rigore progettuale al di là delle connotazioni
stilistiche.
Negli stessi anni in cui realizza la
Casina Cinese, Marvuglia è impegnato nella costruzione
della villa Belmonte all' Acquasanta, sulle pendici
rocciose del Monte Pellegrino. U attività di Marvuglia
era destinata ad esercitare una considerevole influenza
nella pratica architettonica e nello studio sistematico
dell'antichità, non soltanto attraverso le opere
realizzate ma anche per la sua attività di docente
presso la Cattedra di Architettura Civile dell'
Accademia degli Studi da lui tenuta dal 1780 fino al
1805. Le tematiche affrontate nelle sue lezioni, nonché
i principi che stanno a fondamento della sua opera e del
suo pensiero sono enunciati negli Elementi di
Architettura, e nel Trattato di Architettura Civile,
rimasto incompiuto, con una prefazione di A. Gallo. Dai
manoscritti citati si evince chiaramente il fondamentale
ruolo che Marvuglia riconosce alla "capanna" come
"naturale" esempio di forma primordiale, di cui I'
"archetipo rustico" del tempio ligneo è una derivazione.
Architetto del Senato di Palermo dal
1789, Marvuglia interviene nella definizione formale e
volumetrica del nuovo incrocio urbano di piazza
Regalmici e del prolungamento della via Maqueda, per i
quali verranno adottate precise normative edilizie.
Faranno parte di questo programma, oltre alla
ricostruzione di Porta Maqueda, i palazzi ai quattro
angoli della piazza e il palazzo Nicolaci di Villadorata
sul prolungamento (via Ruggiero Settimo), progettato fra
il 1789 e il 1791 ed edificato da Emanuele Incardona.Dei
quattro palazzi costituenti il nuovo incrocio, nonché la
piazza, verranno realizzati soltanto il Palazzo Gelso,
poi trasformato, e il palazzo Villarosa di Notarbartolo
sorto nel 1785, ma rimasto incompiuto (distrutto).
Marvuglia interviene ancora nei
palazzi Belmonte-Riso (direzione dei lavori e
rielaborazione del prospetto principale, intorno al
1779); Coglitore (insieme al fratello Salvatore); Conte
Federico in via Biscottar! (ingresso, scalone e
cortile); Costantino (partito centrale del prospetto,
cortile, scalone sono attribuiti a Marvuglia, 1785-88).
Insieme a salvatore Attinelli dirige i lavori di
restauro della Cattedrale di Palermo sulla base dell'
originario progetto redatto da Fer-dinando Fuga nel
1767. Prende ancora parte, con Domenico Marabitti, alle
opere di sistemazione dell' osservatorio astronomico
presso il Palazzo Reale. Nel 1805 viene nominato socio
straniero nella classe delle Belle Arti dell' Istituto
di Francia su proposta di Dufourny. Muore a Palermo nel
1814.
ROCCO LENTINI
Nato a Palermo il 27/02/1858, morto a Venezia il
20/11/1953, figlio dello scenografo Giovanni Lentini,
studiò a Bologna e a Parigi. Paesaggista eccellente,
riprodusse molti luoghi e marine della Sicilia ("SBARCO
DI GARIBALDI A MARSALA"; "BARCHE DA PESCA SICILIANE"
esposto alla XIII esposizione internazionale d' arte di
Venezia nel 1922;-"IL PORTO" esposto presso la galleria
d' arte moderna a Palermo; "L'ALABARDIERE"; "TRAMONTO A
SFERRACAVALLO"). Ideò la decorazione del soffitto del
teatro Massimo di Palermo; con S. Esposito decorò I'
interno del teatro Garibaldi di Trapani; decorò la villa
Whitaker a Malfita-no. Al maestro sono verosimilmente da
riferire gli inediti affreschi nel soffitto del teatro
che si trova all'interno del educatorio M. Adelaide,
raffiguranti motivi floreali e al centro, la regina
Maria Adelaide nelle vesti della Sapienza che indica il
real educatorio, tale attribuzione nasce, oltre che da
motivi contingenti la sua presenza nell'istituto in
qualità di disegno,in virtù delle stringenti affinità
che intercorrono con gli affreschi eseguiti in
collaborazione a G.Enea, F.Padovano, G. Mancinelli e E.
Cavallaro nel palazzo delle Aquile di Palermo in
occasione dei rifacimenti avvenuti nell'edificio su
progetto di Damiani Almeyda. Il Lentini, in questo
ambiente, offre un saggio della sua bravura e della sua
versatilità,tale da poter spaziare dal tema prettamente
figurativo, reso con toni particolarmente veristi, alla
più leggera e quasi astratta decorazione fitomorfa.
Inoltre, pur bloccato da un'esigente commitezza riesce a
personalizzare tutta la partitura ornamentale con un
tocco di raffinata armonia ed essenziale uso dei colori.


IL REFETTORIO LIBERTY
di Clelia De Simone (IIB)
Il refettorio antico è stato
costruito tra la fine del'800 e l'inizio del 900, dall'Ing.
Decio Bocci.
Fu decorato i puro stile Liberty,
stile che era in voga in quel periodo. Il soffitto e i
muri sono decorati con dei motivi floreali e da nodi
d'amore che si ripetono a intervalli regolari, anche nei
vetri delle finestre e delle porte.
Ma la caratteristica principale di
questo refettorio è il Lambrì, piastrelle in maiolica,
fatto a Vietri sul Mare, vicino Napoli. E' rappresentato
un tipico paesaggio siciliano: canne da zucchero, pale
di fichi d'India e nello sfondo il mare. I colori
prevalenti sono il verde, il giallo e il blu, che
ritroviamo in molti panorami della nostra isola.
Un altro particolare, che richiama lo
stile Liberty, è nei sei lampadari in Murano, decorati
da Iris e Gigli, fiori presenti in parecchie opere
create durante questo stile.
Anticamente vi mangiavano le
educande, adesso vi pranzano gli studenti del liceo e le
convittrici.
Accanto al refettorio antico,
collegato da una porta di vetro, si trova la stanza dove
vi pranza la preside, ma quando c'erano ancora le suore,
qui vi mangiava la suora Badessa.
E' arredata con mobili essenziali:
due credenze in stile ligneo, con incisioni decorative e
degli specchi applicati, un tavolo molto semplice,
rotondo e due pianoforti che servivano ad accompagnare i
pranzi della suor Badessa. In più troviamo un lampadario
in ferro battuto, molto semplice e lineare, che non ha
niente a che fare con i sei lampadari del refettorio.




La tomba "segreta"
delle monache di S Francesco di Sales fu scoperta per
caso nel 1970, durante l'esecuzione di alcuni lavori
presso l'Educandato Maria Adelaide.
Nel corso dei lavori, al fianco della
chiesa, è riapparsa una finestra, munita di grata, che
originariamente illuminava la cripta dove venivano
seppellite le monache. Le monache salesiane, sin dal
1697, avevano avuto la loro casa in vari luoghi della
città.
Nel 1731 era stato loro concesso di
fondare un monastero dell'ordine della Visitazione di S.
Francesco di Sales. A tale scopo, nel 1735, avevano
comprato un appezzamento di terreno lungo lo "stradone
di Mezzomonreale", cioè l'attuale corso Calatafimi,
proprio di fronte l'Albergo dei Poveri. Nel 1779 un
decreto reale stabiliva la fondazione di un educatorio
per venti fanciulle nobili di case povere. Si ritenne
opportuno allora ampliare il monastero con un educandato
e costruire anche la chiesa il cui progetto fu affidato
all'architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia.
L'educatorio fu detto Carolino in
onore della Regina Maria Carolina d'Austria, moglie di
Ferdinando III. Nel 1880, fu chiamato Educandato Maria
Adelaide in onore di Maria Adelaide, moglie di Vittorio
Emanuele IL Dopo questi cenni storici, ritorniamo a
parlare della cripta che è di forma rettangolare,
ricoperta con volta a botte umettata e si sviluppa sotto
l'altare maggiore.
Sulla parete sinistra si scorgono
ancora le tracce delle nicchie dove venivano deposti i
cadaveri. In basso ci sono i '"colatoi" destinati alla
essiccazione dei cadaveri e al centro vi è la botola che
immette nell'ossario.
Una accurata pulizia del pavimento in
mattoni di argilla ha messo in evidenza due elementi
degni di nota. Il primo è un pannello in mattoni di
ceramica dai colori delicatissimi che riporta una
epigrafe che ricorda che lì sotto giace suor Maddalena
Zangarria. Il secondo elemento, molto misterioso è una
lastra di ardesia priva di iscrizione che è murata nel
pavimento.
Sotto vi è una fossa piena di
calcinacci una cassa di legno, delle ossa e una piccola
lastra di ardesia sulla quale è incisa una iscrizione.
Per conoscere il mistero dobbiamo
prima sapere che nel giugno del 1837, mentre a Palermo
c'era il colera, arrivarono nel monastero due monache
che venivano dal monastero di Friburgo, in Svizzera. Una
delle due diventò la direttrice, mentre .dell'altra
monaca sappiamo ciò che ci rivela la piccola lapide
rinvenuta dentro la fossa: "Qui giace suor Maria
Maddalena Clotilde Grandjoan, religiosa del monastero di
Friburgo, morta di colera a Palermo il 3 agosto 1837"
Qual è il mistero?
Le religiose non intendendo separarsi
dal corpo della consorella, poiché era proibito
seppellire cadaveri nelle chiese, di notte fecero
scavare una buca nel pavimento della cripta e vi misero
la cassa con il corpo della suora.
Per non perdere il ricordo di suor
Maria Maddalena Clotilde, deposero dentro la fossa la
piccola lapide con l'iscrizione, aspettando tempi
migliori che non arrivarono.
E così sotto una piccola lastra
seppellirono il corpo della suora ma anche il loro
segreto.
Un segreto che oggi noi alunne di
questa scuola vogliamo svelare a tutti i visitatori.