L'interesse suscitato per quanto prodotto
nell'attività di partecipazione dell' IPSSAR "Paolo Cascino" al
progetto dell'Ass. Comunale P.I. " Palermo apre le porte. La scuola adotta
un monumento" e la possibilità offerta dal Preside Prof. Giacinto Bazzano
di realizzare una breve pubblicazione quale strumento divulgativo del lavoro
svolto, porta ad esprimere le seguenti considerazioni: lo studio storico,
antropologico, artistico, culturale e sociale del territorio, porta a
contribuire l'educazione dei cittadini, fruitori e protagonisti, ad essere
responsabili della gestione del patrimonio culturale e ambientale che li
circonda.
Infatti, la finalità di quanto si è prodotto,
dall'indagine di studio e ricerca all'elaborazione tecnica-culturale, è stata
l'inserimento dell'educazione alla legalità, in altre parole ha fatto in modo
di far riconoscere che il patrimonio monumentale, in nostro possesso, deve
essere tutelato dignitosamente poiché potrebbe diventare un'opportuna risorsa
lavorativa.
La scelta del monumento
"Museo
Etnografico Siciliano Giuseppe Pitrè", è scaturita dal legame che
lega la scuola alberghiera al Museo Etnografico, entrambi studiano le varie
culture etnografiche siciliane, passate, presenti e future; il Museo come
contenitore delle varie maestranze siciliane, mentre la scuola alberghiera, come
insegnamento di una cultura culinaria siciliana antica di mille secoli, che
tutto il mondo invidia, dove l'arte del cucinare, l'eleganza nel portare una
così "arte" a tavola e il sapere, è data dall'unione di tutti gli
insegnamenti che la scuola riesce a "confidare" ai propri alunni.
Le classi che hanno partecipato e che hanno
saputo dare un contributo di responsabilità d'educazione della gestione del
patrimonio artistico e culturale sono state: I E, III AR; II
F, II J; II
K; IIN ; II
O; IIP; II Q, II R ,II S, II T
I docenti che hanno cercato di indirizzare
l'attenzione didattica verso un campo d'applicazione esemplificativo di pratica
professionale e all'interpretazione dei grandi valori storici e artistici che il
monumento possiede, sono stati: Prof. Busalacchi, Prof. Correnti, Prof. D'Amato,
Prof. Ivetich, Prof. Pampillonia, Prof. Reina, Prof. Rizzo, Prof. Saracino.
Un ringraziamento agli assistenti tecnici di
cucina, di sala, sig. Benvegna, sig. Li Vigni e sig. Lo Verde per il contributo
dato al progetto.
Cenni storici
Nel 1798 Ferdinando IV di Napoli III di Sicilia
(dopo il congresso di Vienna, Ferdinando I delle due Sicilie.), per sottrarsi
alla cattura dei francesi, giunse da Napoli a Palermo.
L'aria del Palazzo Reale di Palermo, con tutte le
modifiche che re Ferdinando, poté fargli per renderlo piacevole e accogliente,
lo soffocava. Infatti, re Ferdinando, preferiva vivere circondato dalla natura
della quale ne era appassionato.
In questo modo, tra antichi bagli e casene
trasformate in ville per lo svago della nobiltà non solo palermitana, re
Ferdinando, nel territorio palermitano, individuò, immersa nel verde, una
strana costruzione alla cinese e le sue dèpandance. Tale costruzione fu
progettata dall'architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia per Benedetto Lombardo
giudice della Gran Corte Civile e Criminale.
Re Ferdinando comprata regolarmente la
costruzione e l'ampio parco che la circondava fino alle paludi (in seguito
bonificate diventando negli anni '20 e '30 un centro balneare molto rinomato,
con ville Liberty, prendendo il nome di Mondello.), fece rimaneggiare da
Alessandro Emanuele, figlio del Marvuglia, anch'egli architetto, la casina e le
sue dèpandance mantenendone le caratteristiche orientali.
Questa bizzarra costruzione prese il nome di
Casina alla cinese, con ampio salone, gli appartamenti del re e della regina,
terrazza dei quattro venti, scale esterne a chiocciola, giardini all'italiana,
capeaus, boschetto e grotte di memoria arcadica, che divenne per il re
Ferdinando e Maria Carolina, durante la loro forzata permanenza in Sicilia, la
loro "favorita" residenza. Questo modo di dire fece sì che, tutta la
tenuta, prese il nome di Parco della Favorita. Il capeaus, il boschetto e le
grotte sono stati, in seguito, dati alla cittadinanza diventando la Città dei
Ragazzi, luogo di svago, di cultura e d'espressioni artistiche, per bambini,
ragazzi e spesso adulti.
Il Parco, circa 400 ettari di terreno, divenne
per il re Ferdinando la sua riserva naturale di caccia e di pesca; mentre i
giardini, furono dei veri e propri laboratori naturali, dove la passione per
l'agricoltura, lo portava a sperimentare l'unione di varie essenze per
costituirne delle nuove che oggi sono ancora esistenti.
Nel locale attiguo alla Casina alla cinese, le dèpandance, re Ferdinando, trasferì l'amministrazione della
Real-Casa, la
cucina (interessante il collegamento della cucina alla camera da pranzo,
assicurato da un corridoio sotterraneo, dalla quale si accedeva tramite la scala
dalla cucina e con un meccanismo simile a quello del Trianon di Maria
Antonietta, la tavola apparecchiata, successivamente, veniva fatta salire al
piano superiore.),
[...il collegamento della cucina alla sala
da pranzo già esisteva nella precedente costruzione progettata da G Venanzio
Marvuglia, per conto del giudice Benedetto Lombardo Grazie a degli appunti
scritti da Leon Dufourny, m un'occasione di un invito a cena, da parte del
giudice Lombardo, abbiamo una descrizione dettagliata di questa dimora Egli,
infatti, non manca di descrivere tutti gli annessi, oltre alla descrizione
dell'abitazione, che costituivano i servizi geneiah e la cucina Eia
esterefatto dall'eccezionale idea distributiva della cucina "
segregata" dall'edificio residenziale II collegamento nacque per evitare
la circolazione di cuochi e di sguattere, nelle stanze nobiliari...]
la scuderia, la stalla, i vari quartini per gli
alloggiamenti della servitù, botteghe artigiane, il cortile detto della
"strigliata" ed infine la Cappella.
La Cappella (situata a sinistra dell'ingresso
principale delle dèpandance) palizzata intorno al 1803-1804, di perimetro
quadrato all'esterno, mentre '.n'interno è a pianta circolare con fascia
anulare, presenta otto colonne con nicchie e passetti. Tramite una galleria si
entra al piano superiore dove la famiglia reale poteva assistere al rito
religioso. Le otto colonne sostengono un architrave circolare che a sua volta
sostiene la cupola a sesto depresso. Questa cappella è particolarmente
indicativa perché innovativa nell'architettura siciliana poiché dimostra una
sintesi dell'uso del linguaggio classico. L'esterno è molto semplice e
bilanciato, rispecchia il perimetro quadrato formando così un cubo, forma
geometrica pura, dove è evidenziato l'asse principale dato dalla porta e dalla
finestra sovrastante. La cupola emerge sopra un anello gradonato, al centro
s'innalza un pinnacolo formato da otto ombrellini in rame.
Al lato destro dell'ingresso principale delle dèpandance, troviamo una costruzione dallo schema semplice ma mascherata da
elementi decorativi, drappeggi, da farla apparire ricca e complessa, tutto ciò
la fa assomigliare ad una tenda esotica di un accampamento militare.
Nel 1927, su concessione dello Stato, tutto il
complesso dei servizi (dèpandance), la Casina cinese e il Parco della Favorita,
furono restituiti al Comune di Palermo.
"La storia degli umili, dei dimenticati,
la storia del vero popolo; storia politica, letteraria, naturale, religiosa,
sempre assistita accanto a quella ufficiale, ma mai degnata, fino ad allora, di
considerazione. " ...Così scrisse
Giuseppe Pitrè,
[...Giuseppe Pitrè, nato a Palermo nel 1841
e morto nel 1916, medico demopsicologo studioso di tradizioni popolari,
dedicò tutta la sua vita alla ricerca della cultura e tradizione siciliana...]
che nel 1910, grazie ai suoi studi e ai
cinquantanni di raccolta minuziosa e d'indagine delle testimonianze culturali
del popolo siciliano (un patrimonio dove si fondevano elementi di vita e di
cultura), fondò, (nelle quattro sale dell'edificio scolastico dell'Assunta in
Via Maqueda), il primo Museo Etnografico Siciliano.
Già nel 1881, per l'Esposizione Industriale di
Milano, Giuseppe Pitrè, grazie alla sua passione, organizzò una mostra con
costumi e utensili siciliani i quali costituirono in seguito, il primo nucleo di
raccolta del Museo Etnografico Siciliano.
Nel 1891-1892 in occasione dell'Esposizione
Nazionale Italiana tenuta a Palermo, G. Pitrè espose oggetti relativi ai
costumi e agli usi comuni del popolo siciliano. Molti di questi oggetti, furono
nuovamente esposti nel 1902 in occasione dell'Esposizione Agricola, tenutasi a
Palermo.
Per una facile lettura degli oggetti esposti
nell'Esposizione Nazionale Italiana, G. Pitrè scrisse " Mostra Etnografica
Siciliana" un catalogo articolato da nove capitoli che accompagnava e
illustrava la mostra. La descrizione degli oggetti era supportata da dei
disegni, i nove capitoli rappresentati e illustrati sono: Costumi; Oggetti d'uso
domestico; Pastorizia, agricoltura, caccia; Veicoli; Alimenti; Spettacoli e
feste; Amuleti, ex voto, oggetti di devozione; Giocattoli e balocchi
fanciulleschi; Libri e libretti che il popolino siciliano legge o si fa leggere.
Il Museo Etnografico Siciliano situato in quei pochi locali di Via Maqueda, ben
poco si prestava ai 4.000 "oggetti" che G. Pitrè aveva minuziosamente
trovato, curato e catalogato; poiché, oltre agli oggetti, aveva raccolto
innumerevoli libri, presepi e cartelloni disegnati dell'Opera dei Pupi dove le
gesta dell'Orlando Furioso, e altre storie, attraverso la vivacità dei disegni
e dei colori venivano raccontate. G. Pitrè, infatti, poté solo aumentare la
sua ricerca introducendo sempre più oggetti che man mano andava trovando e che
in qualche modo raccontassero la civiltà siciliana, ma non riuscì mai a dar
loro una giusta sistemazione per essere così ammirati nel loro giusto
splendore.
Il desiderio di G. Pitrè, era quello di poter
avere un luogo naturale dove gli oggetti da lui raccolti potessero ancora
"vivere". Infatti, egli, immaginava il Museo Etnografico in un
ambiente speciale, possibilmente immerso nella natura, in modo tale che gli
"oggetti" al contatto di essa, potessero prendere vita, cioè
rinascere, ricrescere e nuovamente morire nei ricordi di ogni osservatore. In
questo modo si crea un ciclo continuo, dove gli elementi della vita, si fondono
con quelli della cultura assumendo così nel tempo, un alto valore storico.
Questo desiderio G. Pitrè non riuscì mai a realizzarlo a causa della sua morte
nel 1916.
Dal 1916 al 1933, il Museo Etnografico, non
avendo più l'interesse del suo ideatore, non fu più curato e le collezioni
furono abbandonate.
Solo nel 1934 il comune di Palermo diede a
Giuseppe Cocchiara (1904-1945), allievo di G. Pitrè, la direzione del Museo e
l'incarico di riordinare tale collezione.
Giuseppe Cocchiara, conoscendo la volontà del
suo maestro e condividendo che tale collezione non poteva essere ammirata e
consultata se non fosse stata collocata in un altro posto degno e più vasto,
cercò di trovare una sede più consona.
Dopo tanto cercare si accorse che la sede più
idonea per ospitare definitivamente l'allestimento era la Casina alla Cinese con
annessa la dèpandance, abbandonata al suo splendore. E così nel Gennaio del
1935, il Ministro, cedeva al Comune di Palermo, la Casina Cinese e le sue
dèpandance. Nelle dèpandance fu allestito il Museo Etnografico Siciliano,
prendendo il nome del suo fondatore " Giuseppe Pitrè".
Giuseppe Cocchiara, avendo avuto la direzione del
Museo, curò l'assetto definitivo dell'allestimento e scrisse " La vita e
l'arte del popolo siciliano nel Museo Pitrè" , che oltre ad essere un
catalogo delle collezioni, nella sua introduzione, spiega quali siano state le
ragioni della scelta della collocazione del Museo nelle dèpandance della Casina
Cinese, scrivendo:... "L'idea di sistemare il Museo Pitrè in queste
dèpandance, sorse primo fra tutti il desiderio del mio maestro, poi la
particolare ubicazione delle suddette in un parco immenso e suggestivo, qual '
è quello della Favorita. Un Museo Etnografico, che non è un Museo Archeologico
o una Galleria d'Arte, deve vivere in ambienti speciali che sorgano,
possibilmente, in aperta campagna, ove più splende la bellezza della natura,
ove più immediato è il contatto con la vita delle piante. Un Museo
Archeologico accoglie oggetti "morti ". Vivi e palpitanti di vita sono
gli oggetti che accoglie un Museo Etnografico. [...]". Per G. Cocchiara la
collocazione del Museo nelle dèpandance della Casina Cinese e il Parco della
Favorita aveva molteplici funzioni, cioè doveva divenire un luogo di cultura e
di indagine, luogo di cultura pubblica dove l'uomo poteva servirsene per le sue
esigenze spirituali.
[...] "Il Museo non è ordinato nelle sale,
ma nella mente del visitatore [...]" in altre parole, come scrive Cocchiara,
diventa un'attività o una conclusione di studi, deve soddisfare sia il
visitatore profano, sia utilizzarlo per scopi turistici, ma soprattutto deve
essere una guida a coloro che vengono per motivi di studi.
In questo modo G. Cocchiara anticipa di ben
trentacinque anni, i Musei "en plein air", i centri di ricerca, i
laboratori, le strutture in progress, i luoghi di ricompensazioni delle trame
storiche sociali, tecniche d'allestimento e di studio mirati non solo alla
facile fruizione del "visitatore" ma anche all'immediata conoscenza
concettuale di ciò che è esposto.

Le collezioni
La sistemazione delle collezioni è così
articolata:
Carretti e Bordature, attualmente collocati nel
corridoio situato all'ingresso del Museo.
In questo allestimento sono esposti i più bei
esemplari dei carretti siciliani, sono anche esposti all'interno della stessa
sala per motivi di ristrutturazione, delle carrozze e delle portantine.
Casa e Pagliaio, Filatura, Tessitura,
Arredi e Corredi, (prima, seconda e terza sala)
Fuculareddu miu! Casuzza mia, tu
sì a reggia e sì batìa! E' così che il popolo
siciliano si è tramandato da generazione a generazione questo canto popolare,
dove vede la sua casa come una reggia dove si alternano gioie e dolori.
La prima sala, infatti, raccoglie alcuni
archetipi di costruzioni, che illustrano, attraverso le varie dominazioni cui è
stata sottoposta la Sicilia, l'evolversi delle abitazioni, dal pagliaio alla
dimora recente. Nella seconda e terza sala sono raccolte fusi, arcolai, rocche,
campioni di tessuti; tutta l'arte del tessere e del ricamo che in Sicilia ancora
è un'arte e che le macchine dalla produzione in serie, non ha distrutto.
Costumi
popolari, Costumi albanesi quarta sala
In questa sala sono raccolti i vari costumi siciliani sia d'uomini sia di
donne dove la cultura siciliana è evidenziata, dai vari tipi d'abiti: abito da
lavoro, abito per la festa patronale e per la domenica e abito per le cerimonie
nuziali. La caratteristica di questi abiti specialmente quelli femminili, sono
la presenza di merletti e di ricami. Stupendo il costume tradizionale di Piana
degli Albanese del XIX secolo: gonna di seta rossa ricamata a bande con fili
d'oro, camicia di pizzo bianco, busto in velluto nero, mantellina di seta
celeste con grossa filettatura ricamata con fili d'oro; particolare è la
cintura di rame argentato, dove al centro uno scudo racchiude la raffigurazione
di San Giorgio che uccide il Drago.
Ceramica
popolare, Ceramica grezza o arte figulina, quinta, sesta, settima e ottava sala
" Vonn' esseri di crita li pignatti, pi fan li minestri sapuriti"
... così venivano decantate le ceramiche grezze (solo di terracotta), prive di decorazione,
oggetti d'uso che facevano parte della vita quotidiana siciliana. La ceramica
popolare, invece, veniva dipinta, la caratteristica è che ogni paese aveva le
sue decorazioni (le ceramiche di Caltagirone, le ceramiche di Santo Stefano di
Camastra, ecc...), Interessanti e d'alto valore artistico sono le lucerne a
figura umana.
Cortile detto della strigliata sono
esposti, tempo permettendo, alcuni degli splendidi carretti siciliani.
Angolo della cucina
tradizionale
siciliana con i relativi utensili, nona sala
Magia e religione, decima sala
La
magia e la religione due credi lontani ma nello stesso tempo vicini, entrambe
vicino all'uomo sia per credenze popolari sia per fede. Una illude d'avere sulla
natura e sulle cose un dominio; mentre l'altra ti fa credere che la natura e le
cose che ci circondano, sono solo dei tramiti che ti aiutano al passaggio dalla
vita terrena a quello celeste. In questa sala, infatti, sono raccolti oggetti
dove il sacro e il profano s'alternano.
Ex voto, miracoli, undicesima sala
Interessante, in questa sala, sono raccolti degli oggetti chiamati i miracoli di
cera e le tavolette votive. Gli oggetti esposti, sono il risultato straordinario
delle tendenze artistiche dell'epoca e la magistrale maestria degli artigiani
siciliani che riuscivano con poco a realizzare delle opere di un elevato valore
artistico.
Pani e dolci festivi, dodicesima
sala
In
questa sala sono documentate con un'impronta magica-religiosa i pani e i dolci
festivi; vi sono pure degli oggetti che attestano e raffigurano, quanto il
popolo siciliano sia molto vicino alla fede e ai riti religiosi.
Cappella
All'interno
della cappella, oltre al valore architettonico della stessa, sono esposte due
modelli per il Carro di Santa Rosalia. Uno progettato nel 1896 e realizzato nel
1914, alto un metro e 65cm. e lungo 95cm., è costruito in legno a forma di
scafo; di alto valore artistico è minuziosamente decorato con stucchi dorati e
colorati a forma di testine, ghirlande e fogliame, statuine di angioletti e
immagini della patrona della città. L'altro
modello costruito anch'egli in legno a forma di uno scafo, ricoperto con festoni
di stoffa con angeli e al centro un tributo innalzato con la santa, non fu mai
realizzato. Carta dei valori associativi

