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MONDELLOWEB
La nave del Tesoro

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Giace sui fondali a 100 metri dallo stabilimento di Mondello e a dodici metri di profondità

di Sebastiano Tusa

Il mare della costa occidentale del golfo di Palermo (compreso tra l'Arenella e Capo Gallo) ha offerto negli anni innumerevoli elementi utili per approfondirne la storia e ampliare lo spettro delle conoscenze sulla città ed il suo territorio. Del resto non fu soltanto l'area dell'odierno porto ad essere interessata all'attracco, ma anche le zone dell'Acquasanta, Arenella e la baia di Mondello. Ci limiteremo, per esigenze di spazio, a ricordare qualcosa che più da vicino riguarda Mondello ed i suoi fondali limitrofi.

Numerosi furono tra gli anni '50 e '80 del secolo appena finito i recuperi di oggetti archeologici (anfore ed ancore in piombo) effettuati nelle acque di Mondello. Purtroppo di questi recuperi nulla o quasi è rimasto nelle cronache archeologiche ufficiali trattandosi di "imprese" di dilettanti o "predoni del mare". Qualche oggetto fu donato al Museo Archeologico "A. Salinas" di Palermo, ma fu poca cosa rispetto a quello che questo mare doveva custodire. Da quando le istituzioni preposte alla tutela si sono proposte di avere verso l'archeologia subacquea isolana un'attenzione adeguata abbiamo raccolto le testimonianze esistenti e, soprattutto, abbiamo effettuato attente ricognizioni dei fondali cercando di reperire quel che è rimasto dopo decenni di depredazioni con l'obiettivo di trame utili elementi di giudizio sul piano cronologico, storico e culturale. Il bilancio di questo approccio è oltremodo positivo poiché sono stati recuperati alla memoria uti-lissimi dati che ci consentono di iniziare a delineare un quadro ricostruttivo della frequentazione di queste coste nell'antichità. Partendo da Sud già presso la Punta Priolo abbiamo trovato tracce di frequentazione di epoca ellenistica individuando sui fondali frammenti di anfore greco-italiche. Si tratta con tutta probabilità di tracce di un luogo di ancoraggio piuttosto che di indizi di relitti.

Diversa è la situazione a proposito del relitto segnalato da Alberto Palmese di fronte al cantiere Motomar in zona Capo Gallo. Si tratta di un relitto di cui rimangono alcune anfore inquadrabili tipologicamente nella produzione di ambiente punico locale, probabilmente lilibetano, attribuibile cronologicamente al III secolo a.C. Nelle anfore, chiuse da coperchio in terracotta, vi era del grano. Non è improbabile che tale imbarcazione, certamente punica, sia naufragata, forse per mano nemica (romana), durante i tragici giorni della spedizione di Amilcare Barca del 248 a.C, quando il monte Heirkte (da identificare con il Pellegrino), fortificato dalle truppe cartaginesi, era assediato dai Romani. In quel periodo è probabile che fosse la baia di Mondello a fungere da approdo della flotta cartaginese e di ogni vascello che portasse aiuto, viveri e truppe in soccorso dell'esercito.

Ma è la baia vera e propria di Mondello ad avere offerto finora i dati più corposi per delineare storie e vicende di mare.Alcuni anni fa (1995) la Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Palermo in collaborazione con l'Arma dei Carabinieri (Gruppo Subacqueo Carabinieri di Messina e Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo) effettuò un'attenta perlustrazione delle acque della baia di Mondello antistanti il piccolo borgo di pescatori e lo "Stabilimento balneare". Tale ricognizione scaturì da alcune segnalazioni di appassionati e da alcune perlustrazioni e limitati sondaggi effettuati nell'ambito di un corso di formazione professionale per addetti archeologi subacquei organizzato da Marcello Rocca con la collaborazione di Paola Caltabiano e Bruno Ampola (1994). Quelle preliminari indagini ci fornirono elementi sufficienti per comprendere che in quelle acque si celava qualcosa di interessante. Ma ci allarmarono non poco perché ci confermarono che le depredazioni erano state nel passato notevoli e continuavano ad esserlo anche nel presente. Il sito si trova localizzato nel golfo di Mondello a circa cento metri al largo del suddetto "stabilimento" in direzione Nord-Est. L'area di dispersione del materiale archeologico è di circa 200 mq e si colloca ad una profondità compresa tra i m 5 e 12. Il fondale sabbioso è frequentemente interrotto da rilievi rocciosi ed avvallamenti, talvolta ricoperti da sabbia e detriti, al cui interno sono stati rinvenuti i principali accumuli di materiale. Tali depressioni risultano meglio visibili dopo le mareggiate dovute al maestrale. La conformazione del golfo, le correnti che l'attraversano e le mareggiate primaverili determinano consistenti spostamenti di masse sabbiose che spesso provocano il disseppellimento di reperti archeologici. I reperti rinvenuti, notevolmente disomogenei tra loro a causa delle stratificazioni verificatesi nel corso dei secoli, non sono riconducibili ad un'unica dimensione cronologica. Coesistono infatti materiali di diverse epoche, sebbene vi sia una netta prevalenza di manufatti di epoca medievale.

Ulteriori ricerche, condotte sempre dalla Soprintendenza in collaborazione con l'Arma dei Carabinieri tra il 4 ed il 7 maggio del 1998, erano mirate al reperimento di ulteriori elementi diagnostici per la comprensione delle caratteristiche cronologiche e culturali delle presenze archeologiche dell'area in questione e ad eliminare dal fondo del mare quei reperti particolarmente appariscenti che potevano diventare preda dei tanti subacquei che, soprattutto nei mesi estivi ma non solo), attraversano questo spazio di mare densamente popolato. L'anno successivo, precisamente il 5 giugno 1999, Antonio Richichi, noto subacqueo della zona, segnalava la presenza di due consistenti elementi lignei (uno lungo ca. m. 2,20, l'altro lungo ca. m. 0,80) che furono recuperati e sono attualmente in corso di restauro da parte di Cosimo Di Stefano del Centro Regionale Progettazione e Restauro. Si tratta di parti dello scafo di un'imbarcazione antica (di epoca medievale) relative alia chiglia con gli agganci dei madieri e del fasciame e ad un'ordinata. I legni sono stati identificati da Francesca Terranova del Centro Regionale Progettazione e Restauro come pertinenti a Quercus Sez.CERRIS.

Malgrado si sia trattato di interventi non prolungati e non programmati nell'ambito di una logica di sistematica indagine dei fondali, tuttavia i risultati raggiunti sono stati soddisfacenti poiché ci hanno permesso di avere un quadro esaustivo delle presenze archeologiche in questa parte del golfo di Mondello tale da permettere alcune ipotesi sulle antiche frequentazioni di questo spazio di mare. Oltre alle consistenti porzioni di scafo si raccolsero ceramiche pertinenti almeno quattro fasi storielle diverse. In particolare si verificò la presenza di frammenti ceramici, soprattutto di anfore, pertinenti i periodi compresi tra il II e I sec. a. C, tra il I e II sec. d. C, tra il VI e VIII sec. d. C. ed il XII - XIII secolo. A quest'ultimo periodo appartiene il maggior numero di reperti. Ad essi sarebbero da attribuire i resti lignei descritti dimostrando l'esistenza accertata di un relitto, del resto evidenziata anche dal rinvenimento di numerosi chiodi in ferro. Al primo periodo di frequentazione del golfo (II -I sec. a. C.) attestato dai rinvenimenti archeologici subacquei si riferiscono pochi frammenti di anfore del tipo Dressel 1 A. Più consistenti sono le tracce di frequentazione databili tra il VI ed il VII secolo d.C. Si tratta di frammenti di anfore del tipo "late roman 1", "late roman 2", "late roman 7" e "Agora M 302/Keay LII". Ancora più abbondanti sono i resti del relitto di epoca medievale (XII-XIII secolo). Tra i reperti ceramici si segnalano anfore del tipo cosiddetto arabo-normanno

piccole e medie, particolarmente diffuse nei ben noti monumenti palermitani di quest'epoca (La Zisa, Martorana etc.) dove erano utilizzate come riempitivo nella costruzione delle volte. Più piccole sono le anfore che figurano anche in altri relitti coevi (San Vito lo Capo e Lido Signorino presso Petrosino), di forma più squadrata (altezza massima era 43, capacità circa 3,5 litri), d'impasto grigiastro/bruno grezzo, con la superficie interamente corrugata, l'orlo ispessito a mandorla ed il fondo concavo umbonato. Si tratta di contenitori tipici da trasporto che venivano probabilmente usati per il commercio del vino e dell'olio. Si segnala anche il rinvenimento di parte di un'anfora con un nome graffito in caratteri arabi. Interessanti per i confronti e per avere ulteriori spunti di riflessione per comprendere la possibile origine dell'ultimo viaggio della sfortunata imbarcazione naufragata a Mondello sono una piccola anforetta di buona fattura e numerosi frammenti di tipiche anfore dal collo con filtro. Forma ed impasto biancastro discretamente depurato con inclusi micacei di questi vasi li inquadrano in quella categoria di prodotti magrebini che, in quel periodo, erano particolarmente frequenti in Sicilia come effetto degli intensi traffici commerciali tra le due sponde del Canale di Sicilia. I connotati del relitto ci portano, pertanto, a concludere che l'imbarcazione fosse partita forse da un porto nord-africano. Al di là delle caratteristiche tipologiche delle ceramiche la presenza dell'anfora con graffito in caratteri arabi è un elemento fortemente probante per individuare un'attribuzione culturale nord-africana o, comunque, siculo-araba dell'armatore o del committente del carico di questa nave. Tuttavia, dopo aver caricato derrate e merci in qualche porto della Sicilia meridionale, sulla sua rotta verso Palermo una triste sorte la fece naufragare sulle spiagge del golfo di Mondello. Non sapremo mai se la destinazione finale era proprio questo luogo o se tentò un impossibile ricovero di emergenza in questa baia che comunque doveva avere (che si voglia o meno identificare con il "Portus Gallus/Gallicus se si segue l'ipotesi tradizionale recentemente confutata dalla Mercadante che lo identifica con il vicino golfo di Sferracavallo) anche un suo ruolo di approdo funzionale ai numerosi insediamenti indiziati nelle vicinanze (da Partanna e dalle pendici meridionali del Monte Gallo alle pendici settentrionali del Monte Pellegrino).

Con un po' di fantasia (estremamente necessaria, quanto pericolosa nel lavoro dell'archeologo!) ci viene spontaneo pensare e vedere l'inizio del viaggio della nostra sfortunata nave su una spiaggia lontana, forse del Nord-Africa. L'imbarcazione venne ulteriormente caricata in qualche porto della Sicilia occidentale (Mazara o Marsala) con mercanzie di vario genere, ma soprattutto con piccole anfore contenenti prodotti della terra. Le piccole anfore da 3,5 litri di capacità presenti nel relitto erano, infatti, prodotte in uno di quei centri artigianali attivi fin dall'antichità tra Agrigento, Sciacca e Mazara del Vallo. In quel periodo l'isola era appena uscita dalla dominazione araba, essendo stata invasa dai Normanni e viveva quel felicissimo periodo, detto appunto arabo-normanno, fortemente intriso di cultura araba nei campi più svariati delle arti e dei mestieri, vivamente coltivata presso le corti normanne di Sicilia. La nostra imbarcazione partì per un viaggio a carattere commerciale che doveva avere i suoi indubbi vantaggi economici, ma purtroppo il destino le fu totalmente avverso. L'imbarcazione non arrivò mai a destinazione poiché un fortunale e l'incapacità a governarne la rotta la fecero naufragare presso la spiaggia di Mondello. Non sappiamo se fosse all'ancora o in avvicinamento presso l'approdo sabbioso costituito dal magnifico arenile che costituisce oggi meta estiva ambita per i Palermitani. Si stava avvicinando per approvvigionarsi di acqua o, più semplicemente cercava rifugio? Forse un forte vento di ponente improvvisamente sollevatosi la sospinse sulla spiaggia senza dare il tempo e la possibilità agli sfortunati marinai di evitare l'irreparabile perdita di imbarcazione e carico e forse anche della vita. Questo rinvenimento, insieme ad altri di epoche diverse, sia anteriori che posteriori, testimonia l'intensa frequentazione di quest'area. Del resto ciò è comprensibile sulla base della presenza dell'approdo costituito dalla baia e dalla sua spiaggia, ottimo punto per tirare in secco le imbarcazioni ed effettuarvi riparazioni.

Inoltre la zona era ricca di acqua dolce e di selvaggina data la presenza dei pantani attivi fino agli inizi del secolo appena finito. La magia di questo territorio risiede certamente nel connubio tra storia ed ambiente che lo ha caratterizzato per millenni fino al passato più prossimo. Ne sono testimonianza le grotte del Monte Gallo e del Monte Pellegrino, i numerosi insediamenti dell'età del rame sparsi in luoghi che dovevano essere ai margini delle aree umide lacustri oggi scomparse (da Valdesi a Partanna), la tonnara di Mondello, le torri di avvistamento e collegamento che scandiscono con precisione ottica i punti emergenti delle sue coste, dimostrando l'esistenza di un sempre precario equilibrio tra guerra e pace, tra sviluppo e tragedia, tra allegria e morte che ha sempre caratterizzato con millimetrica puntualità la storia della Sicilia. Già da tempo il turismo ha cancellato quelle atmosfere dando alla zona l'aspetto di una ridente località di villeggiatura e di soggiorno estivo rompendo l'isolamento degli ultimi secoli di un territorio marginale rispetto alla vicina metropoli.

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