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Alla ricerca del Genio di Palermo [1/6]

Figura mitica della città di Palermo, in assoluta intesa con la tradizione latina, esso è un simbolo di cui pochi si accorgono: un re con il corpo da giovane e il volto di vecchio, una corona ducale e un serpente che sembra mordergli il petto.


I geni davvero tanti e tutti con simboli e significati diversi, fanno bella mostra di se, chi nel mercato della Vucciria, sulla fontana di piazza della rivoluzione, in piazzetta Garaffo, sullo scalone principale di Palazzo delle aquile, a Villa Giulia e all’esterno della Cappella Palatina ed infine, il più antico, vicino al vecchio molo del porto.

La “Vucciria”, il più celebre e rinomato mercato di “grascia” di Palermo, l’eco della letteratura, del cinema, dell’arte, se ne sono sempre occupate molteplici volte, non ultimo Renato Guttuso nel suo splendido quadro dove mette in risalto la genuinità e la quotidianità di un popolo come quello palermitano.

Cos’è la Vucciria? La parola che deriva dal francese “boucheria”, indicherebbe che in quel mercato si vende soltanto della carne; invece è un mercato nel senso esteso della parola e vi si vende di tutto per la gastronomia, per la casa ecc. ecc., è il mercato del pesce per eccellenza, i mille colori e odori nauseabondi, le voci alte e fioche, t’intronano le orecchierei venditori “Abbanniare”.

Il selciato è sparso di pozze e di rigagnoli e guai a prosciugarsi, un caotico palcoscenico, dove la ribalta è la Piazza Caracciolo, si raggiunge da Via Roma, percorrendo una breve rampa di scale presidiata da negozianti di chincaglierie e dal “pulparu” con il suo deschetto ammiccante, confuso tra la folla, si aggira il gestore d’estemporanee lotterie al limite fra il lecito e l’azzardo.

E se cercate ninnoli d’oro e d’argento, utensili per la casa e persino ex voto non dovete fare altro che addentrarvi in una delle stradine limitrofe in cui esso dilaga le sue membra, discesa Maccarronai, via Cassari, via Panieri e le vie Argenteria vecchia e nuova, in queste strade sorsero anche chiese e palazzi nobiliari, l’apertura della via Roma separò dal contesto antico il quartiere con la riduzione della piazza e l’edificazione dell’enorme palazzo municipale.

Lungo la Via Argenteria, strada che mette in comunicazione la Piazza Caracciolo con l’altra piazza del Garraffello, a metà tragitto si apre uno slargo denominato, anche se piccolo, piazza Garraffo dove anticamente esisteva una fonte che copiosamente dava acqua (dall’arabo “gharraf”, abbondante d’acqua) in un angolo di questa, in una Mostra Marmorea, è evidenziato il “Genius loci” all’interno di una nicchia centrale, per i palermitani “Palermu lu Grandi”, con evidente riferimento alla coeva statua che era istallata da Antonio da Como nello scalone del palazzo comunale o pretorio, chiamato “Palermo lu Pichulu”.

Il marmuraru, Pietro de Bonitate realizzava nel 1483 l’esposizione di marmo per adornare il piano del Garraffo, alla Vucciria, il dio protettore del luogo, nume tutelare delle varie “nazioni” estere (amalfitani, Pisani, Genovesi, Catalani) che proprio in quel sito nella zona della “Bocceria Vecchia” avevano impiantato fin dal XIII secolo le loro loggie per esercitare lo scambio commerciale.

Quest’ultimi, ormai palermitani, con questa composizione scultorea volevano rendere omaggio alla terra che li aveva ospitati con grand’accoglienza.

Il termine Genio che deriva dal greco ghenos, che significa nascita e, dal latino genius, generatore di vita per i romani riconoscevano nel genius la divinità che presiedeva alla nascita dell’uomo e lo accompagnava nella vita condividendone gioie e dolori.

Il genio era il protettore della famiglia, della casa e persino degli affari del suo protetto, la lunga dominazione romana, lasciò in Sicilia, e soprattutto a Palermo, tracce e ricordi del culto pagano.

Nel XV secolo con l’avvento dell’umanesimo, il culto fu ripristinato e adattato ad un’altra tradizione che voleva l’urbs edificata dal dio saturno che sul monte pellegrino aveva eletto il castello Cronio.

Secondo antichi documenti risalenti al 1483, il nume tutelare veniva chiamato Palermo, mentre il Fazello nelle sue decadae scriveva:... i palermitani raffigurano, la città, in aspetto d’uomo, il suo petto è avvolto da un serpente che lo succhia, davanti ai piedi ha una cesta piena d’oro e di fiori con questa scritta: Panormus vas aures suos devorat alienus nutrit.

Questa scritta oggi si legge nel simulacro del palazzo comunale, con la variante conca, è del 1596.

Il suo significato sociale, quindi, è quello di un vero e proprio santo protettore laico della città, tanto che nell’immaginario dei palermitani veniva e viene spesso contrapposto alla protettrice religiosa di Palermo, Santa Rosalia.

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