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LO STORICO MERCATO DEL "CAPO"

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Emerge dai banchi di vendita la facciata barocca della chiesa dell’Immacolata Concezione, che a guardarla da fuori, nasconde le magnificenze conservate all’interno, vero trionfo del barocco fiorito palermitano, orgoglio delle sue maestranze locali.


All’entrata quello che più colpisce sono le preziose decorazioni a “mischio e tramischio” apparate lungo le pareti dell’unica navata di una cappella di un ex convento di clausura, rimasta miracolosamente integra dopo la distruzione del suo annesso convento, dovuta alla bonifica dell’aria limitrofa in cui successivamente si poté realizzare il massiccio palazzo di giustizia, opera dovuta al regime fascista.

Gli arabeschi marmi policromi intarsiati secondo un’antica tecnica che solo le maestranze bizantine riuscivano a creare quell’effetto pittorico di cui la tradizione a saputo tramandare.

La stessa tecnica d’intarsio la si ritrova nei due altari laterali, dove i paliotti di marmo sembrano dipinti per impreziosire gli stessi con area sublime.

Perfezionano il capolavoro ornamentale gli stucchi, colonne, statue e gli affreschi del tetto che con il pavimento a disegno geometrico realizzato con tasselli di marmo, crea un elegante effetto stereotipo.

Fondamentalmente il mercato è sempre stato luogo particolare per la vendita della carne, anticamente nelle vicinanze esisteva il macello civico detto “bocceria nuova” per la macellazione di becchi e altri animali, diverse sono le “carnezzerie” (termine dialettale conseguente alla dominazione spagnola) e non macellerie come vengono comunemente chiamate, presenti e, le beccherie “chianche” che vendono carne di castrato tagliata tradizionalmente nella “chianca” (dal latino "planta"), un grosso ceppo d’albero, da qui la definizione.

Altro particolare, che stupisce, nel vedere i quarti di carne appesi al di fuori della bottega, usanza sopportata, da quella che fu la presenza ebraica in città, per depurare l’animale del suo sangue, caratteristica è l’esposizione di capretti e agnelli in determinati giorni prefestivi, completamente privi di pelle tranne la coda che mantiene il ciuffo che fanno da quinta come sfondo al negozio.

Interiora e frattaglie, fegati e milze, testicoli e trippa, testine d’agnello e piedi di porco li vende il carnezziere, “mussu”, “carcagnuola” e "masciddaru" si possono acquistare nella bancarella “da Rosone” a porta Carini proprio all’imboccatura basilare del mercato, due piloni di pietra d’intaglio, comprate dalle monache del vicino monastero di SanVito nel 1779 per realizzare il loro belvedere, fanno da scenario al pluricolorato palcoscenico merceologico fatto di tende dai multicolori, dove il sole a stento riesce a penetrare e, di grosse lampade accese anche a mezzogiorno e per tutta la mattinata, e qui che la milza diventa “meusa”, fatta ballare nel grasso bollente e stipata nel pane e mangiata per strada, e qui che la melanzana diventa “quaglia” per metamorfosi di parole, volatile vegetale per l’olio che canta nella padella, un’intricata mano entra in un paniere avvolto da canovacci per tirare fuori “a frittula” risultato di una segreta pietanza.

Particolare e ammicante è vedere il pesce-salato (baccalà) in acqua che sgorga da una specie di rubinetto in una tinozza stagnata con grossi pezzi di pesce ammollati per depurare il sale.

Sanno di sale “arrancitusu” i “buatti” di sarde salate e aperte a portafoglio dalle abili mani del “saliaturi” sopra un tozzo di legno e diliscati, stessa operazione ripete per l’aringa.

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