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IL TRIONFO DELLA MORTE


Particolare della tomba di Ardizzone Onofrio
morto nel 1791 dello scultore Ignazio Marabitti

In tutti i tempi l’uomo è rimasto smarrito davanti al mistero della morte, dibattuto tra il credere o no in qualcosa che la ragione umana non riesce a comprendere. La vita per il genere umano finisce con il disfacimento del corpo, da tempi immemorabili l’uomo si ritrae terrorizzato dalla vista di un cadavere che percepisce come estraneo e ancor di più sfugge alla decomposizione che restituisce l’uomo trasformato al processo rigenerativo della vita.

La morte, conosciuta solo da chi l’ha incontrata, è un fatto culturale che ha fatto riflettere tutti sulla sua origine, sulle sue cause e sul suo significato producendo dei comportamenti collettivi ritualizzati. Fin dagli albori dell’umanità la morte è stata onnipresente ed accompagnata con rituali articolati e ricchi di simboli. I più autorevoli studi antropologici hanno accertato che il decesso per le comunità primitive non aveva mai origine da cause naturali ma era la conseguenza di un atto violento, aggressione omicida, voluta da persona nemica, premeditata ed avvenuta per mezzo di pratiche magiche. Il momento della maggior angoscia era legato alla fase della fetida decomposizione, durante la putrefazione gli uomini primitivi cercavano di placare il morto con dei rituali che duravano fino alla completa disincarnazione dello scheletro.

Questi riti permettevano al gruppo di socializzare con la morte e finalmente quando le ossa diventavano imbiancate e purificate per i nostri progenitori, l’ira e il furore del morto erano placate e il defunto assumeva un aspetto venerabile e solenne e la morte diveniva più accettabile. A questo punto avveniva la "seconda sepoltura" il morto, liberato dai suoi diritti e doveri verso il gruppo "rituale di scioglimento", veniva reintegrato come antenato e nasceva così la sua nuova vita regolata nell’aldilà.

Questi riti funebri di trapasso, purificazione e difesa si trovavano in tutte le società primitive e fino a poco tempo fa si riscontravano frammenti e residui di questi atteggiamenti nelle usanze delle popolazioni contadine del nostro paese. Gli antichi rituali funebri non servivano ad estraniarsi dalla realtà ma erano solo un processo sociale che scioglieva e trasformava i vincoli di tenerezza e amore che erano intercorsi tra gli antenati e i vivi.

Nasceva così nell’uomo il desiderio di poter avere un sepolcro per il proprio corpo, ed è proprio qui che diventava eterno il suo ricordo. In altri tempi, la peggiore sorte, per un uomo, era rimanere insepolto. Anche gli schiavi, dentro un sepolcro, acquistavano finalmente la loro libertà.

Nell’antichità classica le dimore dei defunti erano tenute rigorosamente lontano da quelle dei viventi che mantenevano rapporti e scambi simbolici con gli antenati, non mancavano le offerte, i lamenti e una degna sepoltura. Se fossero mancate queste cose il caro defunto diventava un pericolo, capace di tornare funestamente a contagiare i vivi.

I Romani consideravano i sepolcri sacri ed erano protetti da leggi molto severe, i cristiani in seguito acquisivano questa sacralità con l’uso di benedire i cimiteri e di compiere riti religiosi. Questi, fino alla fine del II secolo, venivano costruiti vicino alle grandi vie, o nelle proprietà dei privati. Dall’inizio del III secolo per l’esigenza dei cristiani di costruire dei sepolcri propri, sorgevano i cimiteri " sotterranei " chiamati Catacombe. Per evitare la profanazione dei morti e per meglio curarne il culto nasceva l’esigenza di realizzare i cimiteri all’interno della città. I morti (anime purganti) sepolti nelle chiese ( ad sanctos, apud ecclesiam, )trovavano sollievo con le preghiere e le opere di carità.

L’esistenza intrecciata di vita e morte è presente in maniera forte nell’antico mondo classico dove costituiscono (scrive il Villabianca storico palermitano) un tutt’uno. La tomba non è soltanto il luogo in cui si conserva il defunto, il modo e la forma con cui viene realizzata, caratterizzava una precisa cultura della morte, che variava da luogo a luogo. Insieme, architettura, pittura e scultura facevano a gara per rappresentare ciò.
Anche Palermo era al centro di questa cultura, in tempi passati la popolazione più facoltosa spendeva ingenti somme di denaro per l’ultima dimora.

Le chiese venivano così trasformate in depositi di ossa che non ne impedivano la pubblica frequentazione, tutto il terreno consacrato della chiesa designava il cimitero, vocabolo di origine greca, " cemeterium ", fino al seicento il cimitero e la morte apparterranno alla quotidianità . Nell’ Europa medievale i morti riposavano dentro la città e difendere la propria città era difendere i propri morti ma in seguito alla Controriforma nel XVII secolo comincerà a manifestarsi una diffusa insofferenza che porterà nel XVIII secolo a scindere il legame fisico tra chiesa e cimitero negando così la confidenza con la morte e i defunti. Con l’ascesa del ceto borghese il rapporto tra morti e viventi si trasforma in indifferenza , dopo secoli di ininterrotta familiarità la vista dei cadaveri e dei poveri resti mortali torna a suscitare un senso di angoscia e sgomento e le chiese rigurgitanti di cadaveri suscitano ripugnanza. Ad un tratto la salute pubblica appare minacciata dai cadaveri in putrefazione e si ritiene che sono i morti a contaminare i viventi, bisogna quindi sbarazzarsi al più presto di questo orrore, distruggere i cimiteri intra muros affinché neppure il ricordo rimanga di quei luoghi.

Un decreto regio del 1710 ordinava di non effettuare più il seppellimento dei cadaveri all’interno delle chiese ma di rispettare la distanza di un miglio dal centro abitato per meglio garantire la salute pubblica.

La definitiva estradizione dei morti dalla città verrà ratificata ai primi dell’ottocento dalla riforma napoleonica. Il morto diventa cadavere e il rapporto tra viventi e defunti perde i suoi legami, la concezione magico-religiosa cede il posto al concetto di morte naturale consentendo così l’utilizzo del cadavere a scopi scientifici trattandolo come cosa, la morte a questo punto cessa di essere condivisa. La società che ha raggiunto l’opulenza rimuove tutto ciò che può richiamare la morte e la sua desacralizzazione porta la desocializzazione, le manifestazioni pubbliche di lutto diminuiscono e tocca un numero sempre più limitato di persone, congiunti ed amici. La soppressione del lutto e dei gesti moltiplica le depressioni nervose in coloro che sono colpiti da un grave lutto reprimendo ogni possibilità di una espressione liberatrice della sofferenza. Le veglie collettive e le lamentazioni pubbliche sono scomparse e dimenticate, il dolore è interiorizzato, la malattia riguarda strettamente la famiglia e il pianto liberatorio diventa atto vergognoso, la saggezza che considerava il morire un evento naturale della vita si è smarrita, il ripudio della morte sostituisce il culto dei morti. La morte , la sofferenza, il dolore non vengono percepiti come spinte più forti alla vita come base della solidarietà umana poiché l’individuo è costretto a rimuovere il sentimento della morte. Ormai apparteniamo a una civiltà sprovveduta di fronte alla realtà del morire. L’individualismo più spinto rende questa esperienza esclusivamente interiore e tale da lasciare l’uomo interamente disorientato e indifeso.

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