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PANORMUS - RITI RELIGIOSI

A' MARUNNUZZA

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Ha inizio nel 1624, per i palermitani la venerazione verso l’Immacolata, in concomitanza della pestilenza che colpisce la città e l’amministrazione Civica si prodiga per riverirle un grande omaggio ogni anno.

E’ un segno d’interminabile devozione e d’amore verso la Madre Celeste, che l’ha vista eletta nel 1647 Patrona e Protettrice di Palermo e, nel 1648, proclamata Patrona della Sicilia dal Viceré d’allora.


Il Sindaco inginocchiato, ai piedi dell’Immacolata che si erge in tutto il suo splendore fra luci e serti di fiori, recita la formula del giuramento alla Vergine.

Rinnova il voto “illo tempore” fatto dal Senato palermitano che è detto “voto sanguinario”, giura di fare proprio l’impegno di difendere l’Immacolato Concepimento di Maria fino allo spargimento del sangue, a ciò fa seguito la simbolica offerta degli scudi d’argento che la Giunta dona per il culto dell’Immacolata.

Nonostante il trascorrere dei secoli si ripete un cerimoniale immutato e ammaliante, il tutto termina con la benedizione solenne impartita dall’Arcivescovo che rimanda tutti ai misteri della processione.

Nello stazionare la vara in Cattedrale la congregazione del porto e riporto hanno già eseguito metà della sua funzione, in seguito all’apposizione delle firme in un apposito registro da parte delle autorità ecclesiastiche e civili e del superiore della confraternita, i confrati riuniti attorno al fercolo ripigliano il viaggio di ritorno verso la basilica, da qui il nome di porto e riporto.
Durante il cammino, le sostituzioni si succedono più frequentemente rispetto all’andata, la stanchezza nel frattempo emerge, nessuno dei confrati vuole abbandonare, ma con umiltà si piega al volere del Superiore, la gente attorno al fercolo accompagna con esortazioni e reverenza.

Giunti nella piazza antistante l’ingresso alla basilica, il simulacro si ferma per affrontare l’ultima fatica che è l’entrata, preceduta dalla recita della preghiera mariana per pregevolezza: il Magnificat, scandita da tutti i confrati, ormai stanchi ma soddisfatti per aver partecipato ancora una volta.

Attesa da tutti i presenti con trepidazione “l’acchianata” (la salita), a questo punto si ripetono nuovamente gli stessi movimenti che sono stati adottati all’uscita, pochi secondi, ma terribilmente lenti a scorrere e gravosi da superare, uno squillo di tromba da il segnale, con il fercolo tenuto issato, s’inizia a correre all’impazzata urlando ed esaltando, le note musicali della “banda” accompagnano la fatica dei portatori, solo l’applauso della gente conclude l’entrata in basilica dove verrà posta al centro della navata all’altare maggiore.

Oggi la confraternita per assecondare l’antico lascito della famiglia de Leopardi annovera fra le sue file il numero più consistente di confrati rispetto a tutte le altre, motivo fondamentale è il ricambio dei portatori che si debbono avvicendare nell’andare e venire trasportato il fercolo dalla basilica alla Cattedrale e viceversa, da qui la denominazione accorciata di “Porto e Riporto di Maria SS.Immacolata, e fin d’allora s’insediò nella Cappella di S.Ludovico, opera trecentesca sorta nelle adiacenze della basilica e fondata verosimilmente dalla potente famiglia Sclafani come si evince dallo stemma inciso ai lati di un’edicoletta lobata della sua absidiola.

Nei susseguenti otto giorni la statua ritorna dentro la cappella dove è custodita, dopo avergli fatto eseguire i tradizionali tre giri di navata, che in precedenza avevano eseguito i confrati per uscirla, anche in quest’occasione i confrati seguono un rituale, la mattina della domenica si celebra “l’offerta della cera” e la recita della supplica all’Immacolata da parte del Superiore dopo l’omelia, nel pomeriggio dopo il “trionfo fervorino (u’triunfu)" cioè la compieta e la benedizione del SS. Sacramento si rientra in basilica per rinsaldare il fercolo, e concludere con la lenta chiusura del grande telo azzurro che serrerà la cappella.

L’anima dei festeggiamenti che ogni anno, in dicembre, si svolgono in onore della Vergine Immacolata sono i confrati che dai secoli scorsi della Palermo barocca s’impegnano per devozione a organizzarli per lei Regina della Pace.

Dai “Capitoli” della congregazione che recitano impegni associativi e osservanti che i confrati debbono rispettare, datati 1718, che si presentano con un dipinto dell’Immacolata posto nello spazio di copertina al manoscritto, sappiamo che i confrati nelle processioni solenni dell’Immacolata avanzano “scalzi (lo stare a piedi nudi simboleggia la rinuncia all’autodeterminazione) e vestendo l’abitino, che sia di questa forma: cioè come volere di Religione di targhetta turchina, con l’orlo di gallone bianco, sia di lunghezza con poco sotto i fianchi”.

Il penetrante culto mariano è riflesso dal colore turchese dell’abitino, nelle raffigurazioni mariane domina l’azzurro, colore del cielo e dell’aurora, mentre il cordone bianco che cinge la vita, richiama il terzo culto presente, ai santi, in particolare riferimento all’umiltà francescana.
In mezzo al petto il medaglione con l’effige dell’Immacolata, centro della fede dove si trova il cuore.

Dopo anni nel 1726 si ufficializzò la data di fondazione e furono approvati i capitoli dall’autorità ecclesiastica che successivamente riformava nell’anno 1757.

Allora, e senza scioglimento di continuità, i componenti della congrega, che tramandano per la maggior parte tale devozione da padre in figlio, hanno sempre assolto il loro dovere per cui si riunirono in confraternita, rimanendo integri nella fede e nei principi fondamentali dettati dai “Capitoli”, ereditando un vivo amore ed una particolare devozione per la Madre di Dio.


Messaggio dell'ex Card. De Giorgi dell'8/12/2005 a Piazza San Domenico clic qui>


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