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IL
QUARTIERE DELLA "MESCHITA"
Tra il Ponticello, la Via Calderai e la via del
Giardinaccio, un insieme di misere casupole poste ai lati del torrente Kemonia
(fiume del Maltempo), e quindi soggette a frequenti alluvioni, costituivano il
quartiere della "Giudecca". Abitato da Ebrei, era uno dei
sottoquartieri del "borgo" (rabat) arabo ed aveva il suo centro in una
"Sinagoga", detta volgarmente "Meschita" esistente fino alla
cacciata degli Ebrei nel 1492.
Sull'origine di tale nome vi sono due teorie:
1) Gli Ebrei siciliani appellavano Meschite le
loro Sinagoghe per analogia con i luoghi di culto arabo e per adeguarsi alle
abitudini dei Saraceni in quel tempo dominanti, mantenendone il nome anche dopo
l'espulsione degli Arabi dalla Sicilia.
2) Dopo la cacciata dei Saraceni da parte dei
Principi Normanni, gli Ebrei di Palermo eressero la loro sinagoga nella stessa
area della moschea musulmana ed il popolo, conservando l'antica abitudine,
continuò a chiamarla "Meschita".
Questa seconda teoria è avvalorata dai mercante
di Bagdad Ibn Hawqal (intorno alla metà del
X secolo), il quale nel suo "Viaggio in Palermo" (preziosissimo
documento per la ricostruzione della
topografia di Palermo durante l'occupazione musulmana) parla dei cinque
quartieri che a quel tempo formavano la città. Fa un breve cenno su quello
compreso tra le due città murate del Cassare e della Kalsa, in cui sorgeva la
Moschea di Ibn Siqlab, definendola una delle più grandi delle trecento moschee
della città.
Intorno alla Sinagoga erano legate le attività
della zona. Vi si trovavano la corte Rabbinica, le abitazioni, il mercato, le
scuole, l'ospedale, il luogo di purificazione delle donne e vi svolgevano le
loro attività fonditori e fabbri (attuale Via Calderai).
Gli Ebrei vi stettero indisturbati fino a quando
nel 1492 fu emanato, da parte dei re spagnoli
Ferdinando ed Isabella, un decreto d'espulsione che li obbligava a lasciare la
città. Al momento di andare via alcune
famiglie erano debitrici di grosse somme di denaro alla nobile Cristina Di Salvo
e, poiché non era possibile risolvere il debito in contanti, fu applicato un
bando col quale si autorizzava a vendere i beni dei Giudei per soddisfare i
creditori.
Si concordò allora che trenta Ebrei, nominati
dai loro capi e rappresentanti la Nazione Giudaica, cedessero alla nobildonna il
cortile delle case, chiamato "Cortiglio della Meschita",
comprese le botteghe, situate nella zona tra la Via Calderai e la via
Giardinaccio.
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