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29, L’uomo e il rispetto delle regole: Qual è il meccanismo?
L’uomo e il rispetto delle regole: Qual è il meccanismo? Paolo Borsellino sosteneva in un seminario sulla legalità in un liceo: “L’uomo rispetta le norme non perché esse siano scritte da qualche parte, ma perché sente dentro di sé di doverle rispettare; quando non sente il bisogno e la necessità di rispettarle egli le trasgredisce, ma solo perché sente che l’autorità (lo Stato) che dovrebbe premiarlo e sostenere i suoi bisogni è assente o non si occupa di lui”. Il giudice sosteneva questa teoria per spiegare le ragioni del fenomeno mafioso, e della non risolutiva efficacia da parte della giustizia, la cui azione coercitiva e sanzionatoria non bastava – secondo lui – a debellare il fenomeno, poiché, in realtà, il carcere e il sistema giudiziario non sono sufficienti a debellare le ragioni che vi sono alla base. Il rispetto delle norme – siano esse giudiziarie, religiose, culturali – passano tutte attraverso il sistema di codifica dell’individuo, della sua soggettività e sensibilità, in ordine alla questione che l’individuo tende a mantenere il rispetto del sistema normativo, il quale, spesso viene vissuto come imposto e privo di una spiegazione logica razionale; soltanto se questo gli permetta di soddisfare i propri bisogni naturali e soggettivamente percepiti. In realtà, il fatto che l’individuo – relativamente ai contesti in cui interpreta un ruolo – decida di rispettare determinate norme (sociali, giudiziarie, religiose) attiene al fatto che altrimenti – cioè nel caso decida di trasgredirle – non potrebbe soddisfare certi personali bisogni vitali. Dunque, se l’individuo “obbedisce” alle disposizioni del datore di lavoro, sindaco o capo, non corrisponde al fatto che sia padrone di se stesso e che intenzionalmente abbia deciso di sottostare a quelle disposizioni, perché le ritiene giuste o perché è convinto che debba comportarsi in quel determinato modo, ma perché altrimenti rischierebbe di compromettere la possibilità di soddisfare i propri, e soggettivamente percepiti come tali, bisogni primari. Per esempio, se non si attiene alle direttive del datore di lavoro potrebbe essere licenziato (così che verrebbe meno il bisogno primario del sostentamento), oppure, se non si adegua alle simbolizzazioni e al conformismo del proprio gruppo di appartenenza rischia che il leader lo metta in cattiva luce con gli altri (bisogno di affiliazione). L’individuo, infine, tenta di ovviare a questo difetto immettendo – e in maniera quasi del tutto inconsapevole – il proprio sé e la propria responsabilità individuale in un “capo” (reale o ideologico), un leader con il quale si identifica e che lo porta a pensare e agire proprio come penserebbe e agirebbe lui in determinate situazioni proprio perché viene percepito come figura di riferimento. Questo è il rischio più grande che può causare la frammentazione e l’indebolimento dell’identità individuale. Dunque, la riflessione sull’ubbidienza all’autorità, ci conduce a ragionare sul particolare momento storico in cui viviamo, dove la disubbidienza e il ribellarsi a norme e regole etiche, in passato condivise, imperversa e appare legittimato socialmente. Effettivamente, ubbidire è un aspetto di per sé ambiguo. Coloro che spesso suscitano ammirazione, sono persone che hanno saputo trasgredire le regole, porsi ai margini, disubbidire per portare fino in fondo un concetto non facilmente assimilabile dalla massa. Molti osservatori contemporanei, però, ritengono che una società moderna in grado di regolare i rapporti tra gli individui in modo positivo, debba fondarsi non tanto sui criteri di cieca ubbidienza – tipico delle società non democratiche- ma sui criteri di responsabilità. Ubbidire o disubbidire, quindi, rimanda al concetto dell’individualismo, poiché, è sempre l’individuo che disubbidendo a principi regolatori che ritiene negativi, mostra spirito di iniziativa, coraggio e, dunque, responsabilità. Sembra ancora lontana, comunque, la possibilità di una società basata su criteri di responsabilità, reciprocità e giustizia. A questo proposito, proprio sulla società Italiana, molti osservatori contemporanei, ritengono che il mal funzionamento non dipenda tanto dalla mancata ubbidienza del cittadino, quanto dal basso grado di responsabilità percepita correlato al paradosso di intendere la legge più come trasgressione e peccato che come frantumazione degli accordi e delle regole che permettono una sana vita in comune. dott. Daniele Russo A. Scorsone
28, LA SOFFERENZA PSICOLOGICA
(A. Scorsone)- In cosa consiste la sofferenza psicologica? Questo quesito apre una serie svariata e potenzialmente infinita di risposte: si tratta di un fenomeno di cui tutti nella nostra vita in tutte (o quasi) le fasi del suo ciclo facciamo esperienza nelle forme più svariate. La questione si pone quando, e accade spesso, non sappiamo in che cosa consista, da dove nasca e come possiamo definirla. Se domandiamo a un nostro caro - che notiamo triste, incerto e malinconico – “cos’hai?”, “perché stai male?”, spesso questa persona non riesce a risponderci. Alcuni, incerti su se stessi e sui propri e intimi processi mentali e soggettivi, tendono a rispondere con varie soluzioni: “ho sbagliato!”, “è il lavoro!”, “è il mio fidanzato/a”, “sono peccatore perché non mi confesso da anni (quindi dal cielo qualcuno vuole punirmi)”, “i miei figli mi fanno impazzire!”, “mi manca qualcosa”, “mi sento un fallito!”. Tali spiegazioni, o meglio, tali ricerche ingenue circa le cause, portano la persona a concludere che dentro sé stessi giaccia qualcosa che non funzioni, che non vada.. continua>>
27, DIAGNOSI CLINICA O DIAGNOSI PSICHIATRICA?
(A. Scorsone) - Secondo i recenti dati dell’OSM (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel mondo sono oltre 400 milioni le persone che soffrono di disturbi psichici, neurologici o psichiatrici di varia natura ed eziologia, e che comprendono anche l’isolamento sociale e il suicidio: condizioni, queste, sempre più frequenti. Tuttavia, nonostante le diffuse conoscenze nel campo della psicologia e del cervello umano le malattie mentali sono spesso poco riconosciute, infatti – secondo i riferimento forniti dall’OSM – il 25% dei pazienti che richiedono un intervento nei centri di salute mentale che hanno almeno un disturbo dal punto di vista neurologico, psichiatrico o psicologico, non vengono diagnosticati. La diatriba tra la diagnosi (il riconoscimento) delle patologie riguardo la psichiatria/neurologia e la psicologia clinica e la psicoterapia hanno radici lontane e ancora in questo momento i professionisti esperti della salute mentale non concordano su come procedere nella diagnosi, nel riconoscimento della sofferenza e della condizione del paziente. continua....>>
26, Le motivazioni psicologiche nell’uso delle sostanze a rischio
– di A. Scorsone- 12.11.07 Secondo una recente ricerca ricavata sull’attività dei Sert (servizi pubblici per le tossicodipendenze del Ssn), i consumatori di droga in Italia sembrerebbero invecchiare progressivamente, soprattutto per ciò che riguarda la cocaina. Il dato più allarmante, tuttavia, fa riferimento, piuttosto, al fatto che si riduce sempre più la media di coloro che iniziano a provare gli effetti della sostanza a rischio: addirittura l’età media per la prima sigaretta è scesa intorno agli 11 anni. L’abuso di sostanze cela ragioni psicologiche di natura abbastanza complessa e circolare, che incidono sul comportamento degli individui, sebbene questi siano ben informati sul rischio e sulle malattie che le varie possibilità di abuso di fumo, alcol, stupefacenti e tossicomanie oggettuali comportino. >>>
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