La storia millenaria di Palermo: dai Fenici alla Repubblica Italiana

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Un’antica leggenda, riportata dallo storico Giuseppe Pitrè, narra che Palermo fu fondata da un ignoto navigatore, giunto in tempi antichissimi sul lido della Conca d’Oro.

panorama palermoLa fertile vallata gli apparve come un vero paradiso terrestre, e dunque qui decise di far sorgere una città splendida, tale da far vibrare per secoli l’animo degli uomini grazie al suo incanto.

“Non è possibile esprimere a parole la trasparenza vaporosa che avvolgeva le coste, nello splendido pomeriggio in cui siamo arrivati a Palermo. La purezza del contorno, la morbidezza dell’assieme, il digradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare e della terra. Chi ha visto tutto questo non lo dimentica più… spero di potere un giorno, ritornato nel nord, rievocare nell’intimo del mio spirito qualche immagine, sia pur vaga, di questa terra beata… come essa ci abbia accolti non ho parole per esprimere: gelsi d’un verde appena nato; oleandri sempreverdi; spalliere di agrumi ecc.; in un giardino pubblico, grandi aiuole di ranuncoli e di anemoni. L’aria è mite, dolce, profumata; il vento è tiepido…”

Così scriveva Wolfgang Goethe, certo uno tra i più illustri visitatori della città, e chissà che lo stesso sentimento non abbiano provato i Fenici, allorché, intorno al VII secolo a.C., fondarono, dove già si trovava un piccolo villaggio preistorico, la cittadina di Zyz, “fiore”, un appellativo che non lascia adito a dubbi su quella che doveva essere la sua preminenza e bellezza nella Conca d’Oro.

Sebbene non sia mai stata greca, Zyz prese qualche secolo dopo un nome ellenico, Panormos, che, con poche variazioni, ha mantenuto fino ad oggi.

Durante i secoli della dominazione greca in Sicilia, Palermo rimase nell’ombra, mai assurgendo agli onori della storia se non in maniera marginale.

Allo stesso modo per i Romani, e poi per i Bizantini, fu solo la capitale di una provincia di scarsa importanza, mantenuta e difesa solo per il suo valore strategico al centro del Mediterraneo e per i tributi che era costretta a pagare.

Nell’ 831 d.C. la città fu conquistata dagli Arabi, e questa data si può considerare l’avvio di una nuova era per Palermo che divenne una tra le più importanti città del mondo islamico.

Balharm, come la città fu chiamata, moltiplicò i propri abitanti fino a raggiungere l’enorme cifra di 300.000 anime, tanto che la città vecchia si rivelò decisamente insufficiente ad accogliere tutti. Al di là dei due fiumi Papireto e Kemonia, che fino ad allora avevano segnato i confini naturali dell’insediamento, sorsero in breve tempo palazzi privati ed edifici pubblici, terme e mercati, nonché un’innumerevole quantità di moschee (secondo alcune fonti sarebbero stati circa ottocento i minareti che svettavano sopra i tetti).

Era una città splendida, considerata la Medina dell’Occidente, in nulla inferiore a Cordova o al Cairo, come si evince dalle pagine di un viaggiatore arabo del X secolo, Ibn Hawkal.

eremiti

Tra le altre cose, questi ci dà notizia dei quartieri in cui Palermo era divisa, partizione che per circa un millennio rimarrà immutata:

“Palermo si compone di cinque quartieri, ma molto lontani l’uno dall’altro. Il primo è la città più grande, propriamente detta Balharm, cinta da un muro di pietra, abitata da mercanti. L’altra città, che ha nome l’Eletta, è cinta anch’essa da un muro di pietra, ma non come il primo…il Cassaro era il quartiere del Castello. Attraversato per tutta la sua lunghezza dall’omonima via, era abitato dai nobili, dai ricchi mercanti ed era sede dell’amministrazione pubblica e delle pubbliche scuole; la Kalsa era il quartiere fortificato, sede dell’emiro, degli uffici governativi, delle truppe, dell’arsenale e delle carceri. Ambedue questi quartieri erano recintati da mura. Senza difese erano invece i quartieri sud-orientali, a carattere mercantile, ed il quartiere degli Schiavoni, che prendeva il nome dai pirati, che lo abitavano. In quest’ultima parte della città avevano i loro fondachi anche i mercanti genovesi, amalfitani, pisani, veneziani ecc…”

Il 5 gennaio 1072, a undici anni dall’inizio della loro campagna di conquista della Sicilia, i Normanni, guidati dal conte Ruggero e da Roberto il Guiscardo, sferrarono l’attacco decisivo per la presa di Palermo contro gli Arabi asserragliati nelle due cittadelle fortificate del Cassaro e della Kalsa.

Una volta sconfitti gli avversari, i Normanni tuttavia mostrarono grande magnanimità nei confronti dei vinti, affidando loro importanti dicasteri nell’ambito del nuovo apparato di governo e consentendo ai mercanti e agli artigiani musulmani di mantenere le proprie attività. L’esercito e la marina allo stesso modo facevano particolare affidamento su elementi saraceni e la corte era colma di consiglieri e dignitari arabi.

Nel giro di appena vent’anni i Normanni si posero saldamente a capo dell’Isola e fecero di Palermo la loro splendida capitale. Il nuovo regno, le cui fondamenta furono gettate dal conte Ruggero, era eterogeneo per razze e religioni, per lingue e costumi, e tuttavia saldamente unito. Il giorno di Natale 1130 Ruggero II d’Altavilla, figlio del gran conte, si incoronò re di Sicilia, Calabria e Puglia, dando l’avvio ad uno dei periodi più splendidi per la Sicilia e a uno dei regni più magnifici dell’Europa del XII secolo. Il nuovo re fece stabilire alla propria corte i più illustri intellettuali del suo tempo, geografi, matematici, filosofi e scienziati di ogni genere.

Palermo era conosciuta dovunque per l’apparato di governo che suscitava invidia e ammirazione, per gli altissimi ingegni che vi vivevano, ma anche, e soprattutto, per la magnificenza della corte del re. Questi, dotato di un’indole orientale, amava il lusso e la bellezza, e si circondò di uno sfarzo che faceva impallidire ogni altra corte del tempo. Tesori, palazzi, parchi sono rimasti impressi nella mente di chiunque li abbia veduti ed entusiastiche descrizioni sono giunte fino a noi negli scritti dei numerosi viaggiatori e geografi che in quegli anni visitavano la Sicilia.

“Palermo è la più grande e la più bella metropoli e le sue bellezze sono infinite. Tutt’intorno alla città vi sono abbondanti corsi d’acqua e ogni genere di frutti. I suoi edifici abbagliano lo sguardo e le sue difese sono inespugnabili”

Un regno assoluto ed accentrato come quello che gli Altavilla avevano creato, però, era necessariamente legato alla forza del monarca e, una volta morto Ruggero II, i suoi eredi non rivelarono all’altezza del compito.

Pur sopravvivendogli di circa quarant’anni, la monarchia andò sempre più indebolendosi e, alla morte di Guglielmo II, la sola legittima erede era Costanza d’Altavilla,figlia di Ruggero II, che Guglielmo aveva dato in sposa a Enrico VI di Hohenstaufen. Questo gesto, molto dibattuto dagli storici per le implicazioni che comportò e di cui probabilmente il povero Guglielmo non si rendeva assolutamente conto, fece sì che la Sicilia entrasse nell’orbita degli Hohenstaufen. Enrico, infatti, scese in Sicilia, accampando diritti sul trono. Eliminati tutti i possibili pretendenti dei rami collaterali della famiglia reale, con una crudeltà che suscitò lo sdegno di tutti, Enrico si incoronò re di Sicilia, dando inizio ad un regno dispotico e mal visto.

Nel 1197 l’imperatore tedesco venne a morte, e l’anno dopo lo seguì nella tomba la moglie Costanza, lasciando il figlio Federico, ancora fanciullo, alla tutela del Papa.

Federico crebbe tra gli intrighi della corte palermitana, mal tollerato o addirittura odiato da alcuni, che lo vedevano come un usurpatore, protetto e curato da altri, che riponevano in lui la speranza della rinascita della Sicilia. Raggiunta la maggiore età, Federico ereditò una corona che, secondo i cronisti, non era meno costosa di quella dell’imperatore di Bisanzio e con essa la responsabilità di un regno vastissimo che comprendeva il nord ed il sud dell’Europa.

Per trent’anni la Sicilia e Palermo, sua capitale, furono il “centro” del mondo. Federico stupor mundi resta nella storia come uno dei sovrani più illuminati di ogni tempo.

Perfetto continuatore della dinastia normanna, fu un genio politico e al tempo stesso un magnifico mecenate. Non arricchì Palermo di monumenti, ma ne elevò notevolmente il livello culturale, facendo convergere alla sua corte, memore dell’esempio del nonno materno, i maggiori ingegni dell’epoca in ogni campo.

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Tra le antiche mura del Palazzo dei Normanni nacque così, ad esempio, la prima scuola poetica nazionale. E non solo la poesia, ma anche le scienze fisiche e naturali ricevettero grande impulso, facendo della corte di Palermo una delle più progredite del suo tempo.

La morte di Federico diede inizio ad aspre lotte per la successione che, dopo alterne vicende, portarono sul trono Carlo d’Angiò, provocando un profondo mutamento non solo politico ma anche economico e sociale.

Grande parte del territorio siciliano venne confiscato e dato in feudo a nobili francesi, i quali si limitavano a pretendere tributi dai propri sottomessi estenuando l’isola con il loro regime vessatorio.

Dopo appena dodici anni, i siciliani, guidati dai baroni isolani, si sollevarono nella celebre rivolta “del Vespro”, partita proprio da Palermo, grazie alla quale gli Angioini furono cacciati dalla Sicilia.

I baroni, resosi però conto che alla lunga non avrebbero potuto resistere agli attacchi francesi, si rivolsero a Pietro d’Aragona, offrendogli la corona. Con questo gesto la Sicilia entrò a far parte del regno aragonese e di conseguenza, quando le case di Aragona e Castiglia si unificarono, di quello spagnolo.

La dominazione spagnola durò circa tre secoli e fu per la Sicilia un periodo di relativa calma seppure di inesorabile declino. Per Palermo, tuttavia, da un punto di vista architettonico, questo è un momento di grande crescita. La ricchezza si concentra nelle mani degli ecclesiastici:
gli ordini religiosi accumulano immensi patrimoni e il denaro viene utilizzato per arricchire e abbellire chiese e conventi che diventano sempre più grandi e sontuosi. Le ricche famiglie dei baroni, peraltro, non sono da meno. Ovunque si costruiscono nuovi palazzi fastosamente decorati, specialmente dopo il 1600. Zona privilegiata è il nuovo asse viario voluto dal vicerè Maqueda e che da questi prende il nome.
Il nuovo viale incrocia l’antico Cassaro in una piccola, elegante piazzetta, detta familiarmente “i quattro canti”. Il governo viceregio rafforza la cinta muraria, il Castellammare, fa riparare il porto. La municipalità acquista la splendida Fontana Pretoria, che ancor oggi fa bella mostra di sé davanti al Municipio. Il popolino, però, poco condivideva di questo splendore, ammassato com’era in misere casupole e bassi alle spalle dei magnifici palazzi nobiliari. Stanco di sopportare, trovava a volte la forza di ribellarsi, e scoppiavano così feroci tumulti, come quello scatenatosi nel 1647 sotto la guida di Giuseppe D’Alessi, sommosse che comunque finivano puntualmente con repressioni sanguinose.
Né, d’altra parte, la violenza era un’eccezioné nella vita quotidiana della Palermo sei-settecentesca: duelli, esecuzioni sommarie e vendette erano all’ordine del giorno e si consumavano spesso con la complicità del terribile Tribunale della Santa Inquisizione ai danni della gente del popolo.

  Così ad essi non restava che affidarsi ad associazioni clandestine come quella dei Beati Paoli.

Leggiamo nei diari del marchese di Villabianca:

“Questi Beati Paoli, o sia scelerati huomini, a mio credere che da figliuol ebbi a intendere non sono tanto antichi e forse più d’ogni altro luogo si fecero sentire nella città di Palermo a causa che lo sgherrismo era bastantemente coltivato dalle persone potenti e dai nostri baroni del Regno. Le persone mezzane quindi, e basse, non potendo fare tal spesa di mantenere sicari, si formavano il vanto di procedere empiamente da per se stessi con le loro mani. Tutti effetti a mala conseguenza della debolezza del braccio della giustizia”.

Palermo era ormai terra del tutto isolata dal mondo nella sua splendida decadenza. L’Enciclopedia di D’Alembert dava la città per distrutta nel terremoto del 1693.

Tuttavia, per quanto decaduta, Palermo, e la Sicilia con essa, erano ancora oggetto di contesa.

Nel 1713, con il trattato di Utrecht, l’isola intera passò ai Savoia, i quali governarono la Sicilia per sette anni, lasciando come unico ricordo la fastosa incoronazione di re Vittorio Amedeo, che dai siciliani fu vista come l’avvento di una nuova era di grandezza per la loro terra. Ma le speranze andarono deluse: i Savoia erano pochissimo interessati alla Sicilia, e nel 1718 sempre a causa di guerre di successione l’isola passò agli Austriaci e subito dopo ai Borboni di Napoli.

Carlo III di Borbone ne fece uno stato autonomo nell’ambito del suo regno condiscendendo facilmente ai baroni che attraversarono così una vera e propria epoca d’oro. La nobiltà fece erigere splendide ville in campagna e ricchi palazzi di città: risalgono a questo periodo le magnifiche residenze della Piana dei Colli e di Bagheria.

Di particolare rilievo, in quegli anni, il periodo di governo del vicerè Caracciolo il quale soppresse il Sant’Uffizio, avviò un censimento ed un catasto, promosse lo studio delle materie scientifiche, con l’istituzione, fra l’altro, dell’Orto Botanico di Palermo. L’attività del vicerè però fu interpretata come un attentato ai privilegi del baronaggio, che in quegli anni si vedeva sempre più minacciato dalle tendenze accentratrici della dinastia borbonica.

Nuove speranze di rinnovata libertà ed indipendenza si accesero a cavallo tra XIII e XIX allorchè Ferdinando III, cacciato dalle armi francesi, dovette rifugiarsi a Palermo (dove in suo onore sorsero la Palazzina Cinese ed il Parco della Favorita) sotto la protezione degli inglesi. I siciliani chiesero al re una costituzione ed un nuovo parlamento e Ferdinando, da principio, si piegò alle loro richieste: la costituzione fu concessa nel 1812.
Ma, tornato al sicuro a Napoli, il re, nel I 1816, sciolse il parlamento siciliano e soppresse la costituzione.
Con questo gesto Ferdinando III diede il definitivo impulso alla nascita di un desiderio che, in maniera strisciante, aveva percorso tutta la storia della Sicilia: l’indipendenza. Aizzate dalla nobiltà, che si ergeva a paladina della libertà (per la maggioranza sinonimo di ricchezza), le folle si sollevarono ripetutamente nel corso del XIX secolo.

Ultimo atto dei tumulti fu l’entusiastica adesione dei “picciotti” siciliani alla spedizione dei Mille che si proponeva di annettere la Sicilia al nascente Regno d’ltalia.

La convivenza dell’isola con lo Stato italiano non fu mai facile: molti erano i problemi e molte le illusioni di miracolosi risanamenti.
Tuttavia, nonostante gli errori ed i malcontenti, la Sicilia iniziò un lento sviluppo: nacque una borghesia mercantile ed una prima attività industriale.

A cavallo tra Ottocento e Novecento Palermo vive la sua belle epoque, riprendendosi l’antico appellativo di “città felice”. Attirati dal lusso un po’ decadente e dallo sfarzo ostentato dalla nobiltà e dall’alta borghesia (specie dai Florio, nuova ambiziosissima famiglia, talmente potente che ad un certo punto Palermo fu detta “Floriopoli”), giungono a Palermo tanti grandi della terra: i reali italiani, greci, spagnoli, inglesi, i nuovi potenti come i Vanderbilt ed i Rotschild, ecc. Nascono nuovi quartieri e nuovi palazzi prendono il posto di quelli vecchi.
E’ il caso, ad esempio, del Teatro Massimo Giuseppe Verdi, uno tra i più magnifici e vasti teatri europei, edificato secondo un progetto dell’architetto G. B. Basile sulle ceneri di un vasto quartiere barocco.

Palermo è oggi una città moderna, attiva, protesa a raggiungere gli standard delle più importanti città europee, pur non dimenticando le proprie radici mediterranee che si colgono, ad esempio, nei vicoli dei mercati cittadini, dove risuonano alte le grida dei venditori in un tripudio di colori che nulla ha da invidiare a quelli dei suk arabi.

La città si è sviluppata enormemente, prima lungo le vie Ruggero Settimo e Libertà, aperte a prolungare l’antica via Maqueda, poi sempre più allargandosi lungo le arterie laterali secondo un nuovo ordine reticolare.

Dal 1947 Palermo è sede del Governo e dell’Assemblea regionali, avendo ottenuto l’autonomia amministrativa dal governo centrale italiano.

I membri dell’Assemblea si riuniscono nella Sala d’Ercole, all’interno di Palazzo dei Normanni dove, sulla parete di fondo, due date, 1130 – 1947, ricordano la nascita del primo e dell’ultimo parlamento siciliano.

Testo tratto da una brochure del Comune di Palermo.