Carini: l’economia del territorio

1935

Le prime forme dell’economia dell’antica Hyccara sono collegate alla presenza del mare.

Di questa civiltà che si perde nei millenni, rimane, come testimonianza forte, una significativa attività marinara, condotta da alcuni pescatori che sembrano mantenere intatta la cultura di un mestiere primordiale.

Ciò garantisce al nostro territorio un’ immagine suggestiva, di notevole interesse antropologico, ben al di fuori dalle logiche della industrializzazione, anche se la presenza di insediamenti industriali nell’area ad est del centro urbano porta i segni di alcune forme di aggiornamento al quadro complessivo dell’economia del paese.

L’attività della pesca si sviluppa a Carini con le prime tonnare; un ricordo della più antica è oggi vivo nel “Baglio di Carini” ma altre erano presenti, nel territorio, come quella di “fondo Orsa”, oggi ridotte a ruderi o trasformate in abitazioni.

Nel nostro mare molto pescoso in tutte le stagioni, si trovano aragoste, violette, altrimenti detti “pesci re”, polpi, calamari, triglie: una varietà di pesci che vengono tuttora pescati con tecniche antiche, per le quali i nostri pescatori sembrano ancora mantenere intatto il fascino della memoria della mitica Hyccara.

Un tempo i pesci venivano venduti allo “scaro” o mercato , adiacente alla chiesa del Rosario , solitamente animato da un vociare di clienti e rigattieri durante la messa all’asta. Era, questo luogo, chiamato fin dalla metà del ‘500,Tocco di San Vito: un ampio porticato , sede del tribunale del popolo, dove si riunivano per gli affari importanti, religiosi e civili; lì venivano pubblicati dal banditore i decreti del barone, l’annunzio di nuove tasse, la nascita dell’erede alla baronia.

Questa piazza, è da sempre stata il fulcro dell’economia del paese, luogo di scambi, transazioni, “sansalarie” e vivace centro di dibattiti, nonché sede delle principali banche, di quasi la maggior parte di studi notarili e di professionisti, dove anticamente, sorgevano botteghe di artigianato locale.

Il paese di Carini ha sempre avuto, tuttavia, un’impronta preminentemente agricola incentrata sulla produzione di limoni ed olive. Nella vasta pianura, rimane ancora testimonianza della coltivazione degli ortaggi che si svolgeva nelle zone adiacenti al mare.

L’ortolano, detto “nuvararu”, all’alba portava il prodotto della sua terra al mercato dove avveniva la vendita. La produzione di olio di oliva, vino, ortaggi, frutta, insieme alla pastorizia, facevano da volano alla vita economica carinese. Di particolare importanza era la produzione e la lavorazione dei limoni. Quest’ultima veniva effettuata da squadre di donne che provvedevano alla pulitura, alla selezione, alla lavorazione del prodotto che era destinato a diversi usi: dall’estrazione dell’alcool, al foraggio per gli animali, alla spedizione stessa nei mercati del continente. Ancora oggi questo genere di produzione agricola, aggiornata ai ritmi moderni, è ricca e presente nel mercato nazionale ed estero.

Caratteristico e suggestivo era l’artigianato.

Un tempo a Carini, gli artigiani erano uniti in corporazioni, sommariamente riferite alle congregazioni religiose; ad esempio, gli artigiani facevano parte, come ancora oggi, della congregazione dello Spirito Santo, mentre gli agricoltori e i braccianti si aggregavano in quella del “33”. La sera si riunivano in “circoli”, rigorosamente riservati ad un determinato mestiere, o ad una categoria sociale.

C’erano il circolo dei “braccianti”, quello dei “burgisi”, dei ” coltivatori diretti “, dei ” galantuomini”, dei ” cacciatori”, degli “anziani”, ecc, veri centri di socializzazione, di transazioni, e di relazioni sociali, profondamente radicati nel tessuto socio-economico del paese. Le sedi erano necessariamente in piazza o in qualche via adiacente.

I bei mobili antichi della nonna, i cassettoni della trisavola, la cassapanca del nonno, gli armadi, i “cantarani” di rara bellezza , erano opera di raffinati ebanisti. Oggi l’imprenditoria artigianale fa registrare segni di consistente ripresa, oltre che nel settore del legno, anche in quello del ferro e della ceramica.

Una delle forme di artigianato più gradite è quella collegata alla tradizione dolciaria.

Si tratta di una cultura antica di varia provenienza mediterranea, veicolata dalle pratiche monastiche e conventuali, oltre che domestiche, successivamente assorbite da una sempre più intensa attività artigianale, perfezionata da abili pasticcieri. La memoria antropologica, sempre presente e fattivamente ispiratrice, fa sì che le diverse tipologie di dolci rimangano strettamente collegate alle molteplici occasioni festive e stagionali.

Il Carnevale, vera festa di inizio del nuovo ciclo annuale, porta sulle nostre tavole uno dei dolci più significativi della tradizione siciliana: il cannolo (‘u cannuolu).
Il ciclo della primavera si apre con la festa di San Giuseppe, caratterizzata in questo caso dalle tipiche “sfinge di San Giuseppe (i’ sfinci di San Giusieppi), una soffice pasta fritta ripiena di crema di ricotta, decorata con ciliegine candite e scorza di arancia caramellata. La gioia pasquale si esprime con un dolce ricco di colori, attraverso i decori della glassa e frutta candita che ricoprono una composizione di ricotta zuccherata avvolta da pan di Spagna: la cassata (a cassata). Nelle case, invece, si preparano “i cannatieddi”: pasta frolla di varie forme con simboli pasquali, contenenti un uovo sodo, ricoperti di glassa e naccarieddi.

L’estate è la stagione dei gelati e delle granite; queste ultime, rigorosamente di limone, in rapporto alla grande produzione locale del nostro pregiato agrume. Una specificità carinese , anzi una esclusiva di un maestro pasticciere locale , è una forma di gelato semisferica a calotta (‘a bombetta o ‘ u pizziettu), che contiene una composizione di molteplici gusti colorati, farciti con pezzetti di pan di Spagna.

Alla “Festa dei morti” si riferiscono quelle molteplici composizioni di pasta di mandorla, raffiguranti frutti della natura, specificamente note, come “frutta martorana”, dal nome del convento palermitano, dove sembra sia nato questo dolce. Le vetrine delle nostre pasticcerie ne sono straordinariamente ricche, insieme alle fantasiose immagini offerte dalle bambole di zucchero ( i pupi ri zzuccaru).

Durante le festività natalizie, nei laboratori di pasticceria e nelle case private si suole preparare il buccellato ( ‘u cucciddato ), pasta frolla ripiena di un ricco composto di frutta secca, marmellata, scorza di mandarino, cioccolata, ecc. Insieme a questo dolce tipico, come in una sorta di tripudio di fantasie laboratoriali, ritornano tutti i dolci più significativi della tradizione pasticciera siciliana: dalle cassate ai cannoli ai biscotti in tutte le diversi composizioni (all’anice, alle mandorle, al latte, all’uovo, al burro); anche se sono più specificamente legati al Natale “i muscardini”, che ripropongono in superficie i simboli della festa conclusiva dell’anno.

Nell’insieme, dunque l’economia di Carini riesce a coniugare aggiornamenti e tradizione, offrendo una potenzialità di alto interesse turistico, come testimoniano del resto le efficienti strutture alberghiere dislocate lungo la costa, con le quali si sta integrando un sistema di case-albergo disponibili nel centro storico.

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